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	<title>Devrim Kadirbeyoglu</title>
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	<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 16:49:24 +0000</pubDate>
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		<title>luciano</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 16:44:21 +0000</pubDate>
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Berlino 23/07/2008<br />
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Berlino 23/07/2008<br />
Non sono qui per vedere, visitare, capire: mi vanto di conoscere l’essenza di questa città che mi è entrata dentro diversi anni fa. Non credo nel possesso, ma Berlino è mia! E’ mia perché la sento come pochi altri luoghi, è mia perché ne sorrido ogni volta che la vivo ed il benessere che mi trasmette va aldilà di tutto. Mentre scrivo sono sull’isola dei musei all’ombra di un tiglio, con Pergamo alla mia destra e lo Sprea che scorre lento a pochi passi. Sono qui perché ho deciso di cominciare dalla città che più amo, di trascorrere serenamente i primi momenti del viaggio che nei prossimi due mesi mi porterà nel cuore dell’Asia. Mi diverte raccontare delle mie prossime mete: è successo con l’italiano conosciuto in stazione e con un amico di Brooke, la ragazza canadese che mi ospita qui a Berlino. Lo sguardo incredulo del interlocutore di turno è sempre lo stesso: confuso, spiazzato, denso di incredulità. La mia reazione anche. Lo smarrimento dei loro occhi frena qualsiasi volontà di approfondire da parte mia. Vorrei parlarne, disegnare la mappa dei miei futuri spostamenti, ma non mi sento di andare oltre, limitandomi a generiche informazioni, a probabili “ho letto che…”. In realtà quello che so è ancora fermo a qualche lettura, alle notizie avidamente apprese dai libri di Terzani e Giammaria, ad informazioni poco dettagliate. Perché raccontare di cose viste con gli occhi degli altri? Il mio momento non è ancora venuto, ho tempo per tutto questo. Ora voglio solo continuare a sorridere dell’espressione di chi mi sta di fronte al suono delle mie nuove antichissime parole magiche: Georgia, Armenia, Azerbajan, Kazakhstan, Uzbekistan. Ho solo voglia di camminare, di affrancarmi dalle ultime stressanti ore napoletane ed immergermi nella serenità di questa città.</p>
<p>Presumibilmente tra qualche ora incontrerò Arthur, brasiliano vagabondo che ha trasformato la sua casa in affitto in un ostello per viaggiatori squattrinati. A casa di Arthur si dorme ovunque e l’idea è semplicemente geniale. Ci conoscemmo sul lago di Vico nei pressi di Roma. All’epoca avevo le stampelle a causa di una lesione ai legamenti della caviglia. Arthur rimase colpito dalla mia caparbietà, dalla mia voglia di muovermi nonostante l’evidente inabilità momentanea. Quando dopo qualche mese, gli scrissi che avrei trascorso un weekend a Berlino fu subito entusiasta e offrì un posto per dormire a me ed alla mia compagna di viaggio. Il weekend fu perfetto e Arthur, nonostante i suoi numerosi impegni di imprenditore turistico, fu una bellissima sorpresa. Questa volta ho deciso di non stare da lui per evitare di sottrarre un posto letto al suo originalissimo business. I due giorni che trascorrero a Berlino dormirò a casa di Brooke, graziosa canadese che da più di 6 anni si divide tra Berlino ed Amsterdam. Vive in Friedrichshein con il ragazzo ed ha conservato lo stesso entusiasmo e la stessa simpatia che aveva al momento del nostro primo ed unico incontro a Napoli 3 anni prima. In città ho un&#8217;altra amica: Tatiana. Una ragazza moldava che ha tra Rostock e Berlino la sua identità tedesca e nell’antica Bessarabia il cuore e la famiglia. Di lei però non ho notizie da un po’ e sfortunatamente non sono riuscito a contattarla. Un paio di anni fa fui suo ospite per una settimana e lei impegnatissima con gli esami universitari mi offrì in cambio della sua assenza una bellissima bicicletta nera. Furono giorni indimenticabili, scoprii una Berlino fatta di parchi, laghetti, giardini ed oasi residenziali. A lei devo il ricordo di alcune bellissime giornate che mi consentirono di vedere l’altra faccia di questa incredibile città. In quei giorni mi lasciai alle spalle l’intensissima storia antica e recente di cui questa città è intrisa per immergermi nell’incredibile natura che circonda e protegge la capitale tedesca ed la sua bellissima anima.</p>
<p>Arthur purtroppo non l’ho incontrato. Al suo posto il fantomatico coinquilino: un enorme americano di colore che ricordavo già all’epoca della mia ultima visita. Avevo comprato due Berliner Kindle per trascorrere una piacevole oretta con il mio amico brasiliano e quando mi sono reso conto che lui non c’era l’ho offerta al suo flatemates che gentilmente ha rifiutato: probabilmente i suoi muscoli contrastano con l’essenza del luppolo. Questione di stili e punti di vista. In ogni caso nel suo rifiuto c’era anche una chiusura definitiva a qualsiasi forma di dialogo. Poco male, se non ci fu feeling all’epoca perché intestardirsi ora? Mi allontano e con le mie due birre decido di recarmi al “Monumento degli ebrei assassinati”. Ogni volta che sono in città ci vado. E’ un luogo insolito, una sorta di land art che la comunità ebrea mondiale ha costruito a proprie spese in prossimità della casa di Arthur e soprattutto della Porta di Brandeburgo. Si tratta di una infinita serie di cubi (2711) di cemento di pianta identica e d’altezza variabile. L’architetto Peter Eisemann lo ha realizzato creando una moltitudine di percorsi ortogonali accessibili da qualsiasi posizione. Gli ebrei sono famosi per la celebrazione delle loro tragedie attraverso opere commemorative. Devo ammettere che nonostante siano passati più di 60 anni questo popolo tanto controverso riesce a tenere sempre vivo il ricordo dell’infinite vicissitudini del suo popolo principiate con il deicidio e perpetrate con il nazional-socialismo di Hitler e compagni. Curiosamente nelle immediate vicinanze del monumento trovo un foltissimo schieramento di Polizei. Pare che Barak Obama, il candidato democratico alla Casa Bianca alle presidenziali di novembre sia in città a farsi propaganda in seguito alle accuse di scarsa esperienza internazionale da parte dei suoi delatori. Non discuto sulla simpatia o meno che provo nei suoi confronti, anzi forse lo considero il miglior candidato eleggibile, ma mi inquieta l’idea che l’uomo nuovo della politica americana sia nel vecchio continente a farsi propaganda. Mi chiedo il senso di questa continua invasione mediatica e presenzialista da parte degli yankee di qualsiasi colore e connotazione. Mi interrogo sul senso della loro continua ingerenza in questioni e luoghi che non gli appartengono ne politicamente ne geograficamente. La rabbia che mi prende nasce decisamente dalla mia visione delle cose, ma è decisamente alimentata dell’incontro col buttafuori che in due secondi ha rifiutato la mia birra e la mia amicizia. Poi una coccinella rossa fuoco mi si posa sul braccio. Porta fortuna e nel mio caso anche buonumore. Sorrido e mi alzo, è il momento della sfilata pre-presidenziale. In realtà la sorveglianza latita, forse i poliziotti ritengono che i loro civili compatrioti non rappresentano alcun pericolo all’incolumità della celebrità americana. In ogni caso l’andirivieni è frenetico ed un addetto alla sorveglianza blocca quasi facendola cadere una innocua ultrasessantenne in bicicletta. Ne segue un animato battibecco tra l’ilarità generale: il poliziotto si rende conto di avere esagerato e si betta docilmente la ramanzina della vecchietta. Mi guardo attorno e mi rendo conto che il numero dei curiosi e pari a quello dei fotografi e giornalisti. Dopo una decina di minuti la star è pronta a partire. L’atmosfera si fa oggettivamente più tesa; un elicottero immobile sorvola e sorveglia l’intera zona a più di 300 m di quota. La sua grazia di libellula contrasta irrimediabilmente con l’assordante rumore della sua forza motrice e delle sue eliche. Alcune grida di incitamento richiamano la mia attenzione, sovrapponendosi alla romantica associazione tra mezzo meccanico e elemento naturale. Forse chi ha inventato l’elicottero la notte prima sognò una libellula. Almeno questo è quello che mi piace pensare. Poi finalmente lui, il futuro padrone del mondo: Obama. Preceduto da tutta la polizia possibile mi sfila davanti, a meno di un metro, e dall’interno della sua bianchissima automobile saluta la folla con fare rassicurante ed un sorriso bianchissimo.</p>
<p>Cessato l’evento da pellicola hollywoodiana mi incammino verso casa. Brooke ed il fidanzato mi aspettano per cena. Anche lui è architetto e dalla sua ha che è molto meno disilluso di me. Pare che sia in attesa di un ingaggio che lo porterà a lavorare a Dubai, la città lunapark dove i grattacieli ruotano per garantire ad i ricchissimi proprietari la visuale a 360° del golfo. La scelta del ristorante è davvero difficile a friedrichshein. Il quartiere pullula di Cafè e tutti più o meno servono gastronomia tedesca. Di logica vi è anche un gran numero di Imbiss asiatici, turchi, africani, croati. Difficilissimo invece trovare quello che nell’immaginario comune è l’alimento principe dell’alimentazione tedesca: il wurst in tutte le sue varianti. Sono comunque in uno dei quartieri che preferisco. Ancora lontano dall’invasione turistica che ha definitivamente conquistato il mitte, fu eletto oltre 20 anni fa quartiere di artisti e giovani alternativi. Purtroppo le belle favole finiscono ed il finale, mai lieto, prevede per questa isola di tranquillità una progressiva trasformazione in zona residenziale d’elite. La nascita di cafè e ristoranti superfashion al fianco di quelli alternativi puramente nello stile spartano tedesco lascia tristemente presagire che la strada intrapresa dagli speculatori edilizi e dalle holding dell’edilizia sia già segnata. Pare inoltre che anche la mafia turca abbia messo gli occhi sulla zona. Certo le strade, soprattutto la sera, sono ancora invase di punk e giovani alternativi, ma quanto durerà tutto questo? Nel momento in cui i prezzi cominceranno a salire ci sarà una nuova migrazione che pare sia già principiata nel quartiere di Nechetaux. Dopo una fugace cena ed una piacevole conversazione con i miei ospiti ci separiamo. Stanchi della giornata lavorativa i due si ritirano. Io invece preferisco fare due passi. Voglio dare il mio arrivederci a questa splendida città per salutarla come si saluta qualcuno che si ama intensamente.</p>
<p>2<br />
Riga 25/07/2008<br />
A Riga ci sono stato 4 anni fa nel viaggio che mi avrebbe portato a confrontarmi con un sistema ben diverso da quello cui noi occidentali eravamo abituati. La meta principale di quei giorni era la Russia con il suo immenso fascino e la sua ostilità post-sovietica. Nonostante tutto tra me e la capitale lettone esiste un rapporto embrionale che nostro malgrado non riesce a svilupparsi. La prima volta che giunsi in città mi trascinavo una terribile dissenteria originata a Tallin che non riuscii a curare per tutto l’arco del viaggio. Quell’esperienza mi ha insegnato un principio fondamentale: mai partire per luoghi ove nessuno sarà in grado di comprendere il tuo malore senza la soluzione appresso. La città la vissi per questo motivo molto limitatamente, durante quelle poche ore di tregua che la febbre e le altre drammatiche componenti della dissenteria mi concedevano. Il rammarico più grande fu comunque quello di non poter passeggiare per il coloratissimo mercato centrale in prossimità della stazione degli autobus e del centro della città. Adoro questi luoghi che in est Europa hanno davvero un fascino particolare. Ovunque sono stato nei balcani, in Europa centrale, finanche nei paesi baltici ho sempre cercato di andarci e godermeli. Frutta, verdura, carne, pesce, formaggi, salumi, fiori, dolciumi si alternano senza soluzione di continuità con i loro profumi ed il loro fascino gastronomico. Matrone post-sovietiche, contadini consumati dal sole e dal freddo, mercanti schiamazzanti sono i protagonisti indiscussi del tripudio di suoni e vita che sempre mi rapisce e soggioga. Tra essi piccole botteghe di cibi cotti, prodotti della cultura culinaria locale che non esito ad assaporare. Per entrare nell’intimo di un popolo assaggiarne la cucina è fondamentale ed il mercato Centrale di Riga, il più grande d’Europa nel suo genere, è l’occasione giusta. Purtroppo non sono sicuro di poterci andare anche questa volta. L’obbiettivo della mia presenza in Lettonia è Liepaja. Li mi aspetta Agnese ed un weekend spensierato in riva al mare. Ad ogni modo il maggiore problema in quel momento non era certo il Mercato Centrale e la voglia di andarci, ma il passaporto. I paesi che avrei visitato di li a qualche settimana ad esclusione della Georgia e dell’Ucraina hanno rigide regole di ingresso  che prevedono la richiesta del Visto di Ingresso (VISA). Esistono due modi per ottenerli: preventivamente attraverso la richiesta alle ambasciate nel proprio paese oppure durante il viaggio facendo richiesta all’ambasciata del paese dove si vuole entrare nel paese in cui ci si trova. Il secondo metodo è molto più economico, ma prevede necessariamente una grossa disponibilità di tempo. Nel mio caso è vero che 2 mesi sono molti, ma non per attraversare 9 paesi, per cui decisi per la prima possibilità. In ogni caso, nonostante mi fossi preoccupato di essi con largo anticipo al momento della mia partenza per Berlino il mio passaporto era ancora bloccato all’ambasciata kazaka! Strategicamente con la mia Carta di Identità non sarei potuto andare oltre la Lettonia, dopodichè il mio ingresso in Ucraina sarebbe dipeso esclusivamente dall’ottenimento del passaporto. Il programma era atterrare a Riga e sperare in una telefonata della società di spedizioni internazionali che mi avrebbe confermato l’arrivo o meno del documento dall’Italia. Il problema era soprattutto temporale: in due giorni avrei dovuto prendere l’aereo per Kiev da Riga e senza passaporto sarebbe stato semplicemente impossibile. Avevo anche un piano B: in caso di ritardo avrei raggiunto l’Ucraina via terra. Il problema era la Bielorussia e le sue limitazioni al transito turistico, ma l’avrei risolto circumnavigandola in Polonia. Certo il viaggio sarebbe diventato ancora più lungo, ma la cosa non mi preoccupava più di tanto. Poi finalmente inaspettata la telefonata, giusto qualche minuto prima del mio imbarco da Berlino per Riga, la quale mi annunciava in uno stupendo inglese che il mio passaporto era giunto a destinazione! Semplicemente perfetto!!</p>
<p>Come al solito le sedi di smistamento delle società di spedizioni sono sempre in zone periferiche, soprattutto per problemi di logistica, per cui appena arrivato all’aeroporto prendo il primo taxi. Il conducente è un tipo grassoccio e simpatico ed in poco tempo riesco a recuperare il passaporto e rientrare in aeroporto, dove un pullman di linea mi porterà direttamente alla stazione degli autobus. Lo sfoglio con soddisfazione, avidamente ne osservo i visti ordinatamente incollati sulle pagine originali del documento. Con la fantasia volo al momento in cui dovrò esibirli ai varchi doganali, un brivido di incertezza mi coglie. Cerco di immaginare i visi seri degli ufficiali doganali, le possibili ed incomprensibili domande che mi rivolgeranno, gli sguardi increduli della gente del luogo sorpresa e incuriosita di vedermi. Tutto questo mi emoziona, mi fa sentire vivo, mi da la consapevolezza che da questo momento nulla più potrà ostacolare la meravigliosa avventura che sta per cominciare! Intanto arriva l’autobus e nonostante la calca e gli spintoni per salirci non riesco proprio a smettere di sorridere.</p>
<p>Nella mezzora di viaggio il pullman sfila per la periferia, attraversa uno dei numerosi ponti che scavalcano il fiume Daugava e finalmente arriva a destinazione. L’anziana e poco lucida bigliettaia mi fa pagare il biglietto due volte perché non si ricorda di me nonostante le mostri quello che mi ha consegnato pochi minuti prima. Ci sarebbero tutti i presupposti per una discussione, ma il mio stato d’animo favorevole e l’irrisorietà dei prezzi dei trasporti pubblici in tutta la totalità dei paesi ex sovietici (€. 0.30) mi fanno soprassedere. Mi interessa di più guardarmi attorno, osservare la moltitudine di persone che si alternano freneticamente sull’autobus, cercare di immaginare cosa faranno dopo, se sono felici, se amano viaggiare. Guardo fuori è mi accorgo che c’è un sole bellissimo. La frenetica mattinata spesa a cercare di recuperare il passaporto e raggiungere il centro mi aveva impegnato al punto da impedirmi di godere della bellezza di quella splendida giornata. La città di Riga ha 800 anni di vita, si estende su una superficie di 300 kmq e conta poco più di 700.000 abitanti. La scarsa densità abitativa la rende, di concerto con le altre capitali baltiche, una città vivibilissima completamente immersa nella natura in cui passato e futuro si integrano con una eleganza ed una discrezione eccezionale. Arrivato a destinazione scopro che il primo autobus disponibile per Liepaija è alle 6.00 di pomeriggio. Significa che ho un ora da spendere e tantissima fame. Dal mio risveglio ho mandato giù solo un costosissimo cappuccino dal sapore terribile all’aeroporto di Shoenefeld. Il mercato centrale è lì maestoso, a due passi. Ricavato 1930 all’interno di 5 immensi hangar in precedenza destinati al rimessaggio degli zeppelin è uno dei più importanti punti di riferimento della città. Senza la minima esitazione ci entro ed incomincio a girare tra i banconi in marmo che vendono alimenti di ogni genere, poi finalmente individuo la zona dei cibi cucinati: gulash, zuppe, polpette di carne, involtini di verdura e pollo. Scelgo a caso e non ho nessuna idea di quello che sto mangiando, ma tutto è così buono!</p>
<p>La stazione di Riga la ricordavo bene, vissuta, caotica, perennemente affollata da gente diretta ovunque, che nell’attesa della partenza bivacca, fuma, ride, mangia e si concentra su tutte le altre possibili attività umane. Da queste parti la strada ferrata quasi non esiste e tutti gli spostamenti avvengono su ruote. Il mio viaggio per Liepaija è il solito lungo, lento, scombinato trasferimento tipico di questi luoghi. 215 km percorribili in circa 4 ore su una strada ad una sola carreggiata in un autobus stracolmo di persone, al mio fianco una donna di dimensioni sproporzionate. I lavori in corso ed il traffico del weekend ci mettono il resto ed il pullman accumula quasi 2 ore di ritardo. Per sconfiggere la noia mi guardo intorno: la presenza maggiore è quella di un orda di teenagers invasati pronti a vivere il loro weekend da leoni sugli arenili della città costiera in occasione del Baltic Beach Party, un festival di musica e spettacolo che si svolge con cadenza annuale nella città baltica appunto; poche le presenze di genere diverso, giusto la donna ingombrante alla mia sinistra ed un paio di uomini davanti al mio posto. Sembrano essere amici, anche se non parlano tra di loro. Entrambi sono concentratissimi sulla lettura dei loro quotidiani: quello a sinistra in cirillico, quello a destra in caratteri latini. Proprio qualche attimo prima di dedicarmi all’osservazione dei miei occasionali compagni di viaggio, avevo finito di leggere un interessante capitolo sulla Malesia ed i suoi problemi etnici in uno dei libri che ho portato in viaggio per meglio affrontare i momenti di solitudine che mi attendono nei prossimi mesi nelle desolatissime steppe dell’Asia centrale: “Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani. L’autore riporta un interessante sentimento di insicurezza che gli originari abitanti dell’arcipelago sudest  asiatico nutrono nei confronti dell’ingombrante presenza di cinesi naturalizzati all’interno dei propri confini. Il fenomeno ebbe luogo quando gli inglesi, all’epoca del periodo coloniale, scoprirono enormi riserve di zinco e cominciarono a richiamare mano d’opera da tutti i paesi limitrofi vista la scarsa attitudine degli autoctoni ai lavori pesanti. Poi partiti gli inglesi sono rimasti i cinesi, popolo di gran lavoratori, che nel giro di pochi decenni hanno cominciato a quantificare il proprio impegno sostituendosi ai vecchi colonizzatori nella gestione del paese. Lo stesso fenomeno, con motivazioni diverse, è avvenuto in Lettonia nel caso particolare ed in tutti i paesi ex URSS nel generale. Uno degli obbiettivi fondamentali individuati dagli ideologi dell’Unione Sovietica era la completa russificazione delle popolazioni allo scopo di evitare la nascita di sentimenti nazionalisti. A tal scopo si agiva in due semplici modi: mischiando le popolazioni attraverso pilotate migrazioni di massa e imponendo sin dalle scuole elementari la cultura e la lingua russa. Nel primo caso l’obbiettivo era quello di ridurre al 50% la presenza etnica delle popolazioni originarie all’interno dei propri territori; nel secondo caso venivano abolite tutte le tradizioni a favore dell’insegnamento della lingua e della cultura russo. Tale tendenza all’appiattimento, secondo i cervelloni di Mosca, avrebbe stroncato sul nascere qualsiasi sentimento di rivolta o rivalsa da parte dei non russi. Emblematica in questo caso la storia che un giorno mi raccontò Tatiana, la amica che non sono riuscito ad incontrare a Berlino. Sua madre, moldava di nascita, parla e scrive in russo ed è assolutamente incapace di scrivere la sua lingua, quella che fortunatamente i genitori le insegnarono verbalmente ed illegalmente all’epoca dell’occupazione sovietica. Sua nonna, al contrario, parla e scrive in moldavo ed è in grado di parlare anche russo, senza saperlo scrivere, poichè lo apprese già adulta quando fu imposto alla popolazione moldava come a tutte le altre. Il risultato è che mamma e figlia riescono a comunicare solo in via verbale e non epistolare a causa dell’incapacità di entrambe di leggere e scrivere l’alfabeto dell’altro. Certo all’oggi il problema fa sorridere perche il progresso a ridotto al minimo le distanze e viaggiare e telefonarsi è sempre più semplice, ma fino ad un ventennio fa il rapporto epistolare era un punto fermo tra amici e parenti che vivevano lontano. Considerato che l’anziana donna non si è mai mossa dalla terra moldava e che la figlia emigrò giovanissima in Romania in cerca di opportunità migliori…<br />
Le conseguenze in Lettonia di queste scellerate politiche etnografiche sono state maggiori che nelle altre repubbliche. All’epoche della dichiarazione di indipendenza dei paesi baltici, i russi di Estonia e Lituania rientrarono nei propri confino e lo stesso valse per i baltici di oltre confine. Lo stesso fenomeno non avvenne per la Lettonia. La comunità Russa era profondamente radicata in questa nazione e la conseguenza è che ancora oggi è un paese bilingue con due diverse etnie piuttosto equilibrate dal punto di vista numerico, ma non da quello sociale. Martin, un amico lettone, quando venne a trovarmi a Napoli, si presento con un braccio ingessato. Se lo era rotto durante una delle frequenti risse tra Lettoni e Russi che si verificano nei bar della capitale durante i weekend, quando il tasso alcolico sale in modo direttamente proporzionale all’intolleranza.</p>
<p>La strada per Liepaija è pura campagna. Pochi ed irrilevanti i centri abitati che si inframmezzano tra la capitale e la terza città Lettone in ordine di grandezza e popolazione. Il paesaggio è boschivo e molto piacevole, niente a che fare con le caratteristica insediativa diffusa delle nostre campagne, dove più o meno un casolare, un piccolo borgo o qualsiasi altra tipologia di insediamento umano si staglia sempre e comunque all’orizzonte privandoci puntualmente del sogno di un territorio libero dall’antropizzazione umana anche solo per qualche ettaro. Quando finalmente l’autobus arriva a destinazione sono catapultato in una realtà completamente diversa rispetto a quella delle ultime ore: migliaia di giovani tutti li per il medesimo motivo il “Batic Beach Party”. Agnese è già lì ed io in incolpevole ritardo cerco di raggiungerla. I pullman cittadini sono stracolmi per cui mi accodo alla enorme carovana di persone che come me raggiungeranno la spiaggia e la festa a piedi. I 30 minuti di cammino mi mostrano una città che, a parte il centro moderno e luminoso di dimensioni molto limitate, conserva lo spirito e l’immagine che chiunque si aspetterebbe da una cittadina lettone sulla costa. Una intrigante serie di case in legno, perlopiù disabitate ed in pessimo stato, e vicoli stretti ed  acciottolati fanno da contorno al mio incedere. Poi finalmente il lungomare anticipato da una temporanea tendopoli, dimora occasionale per il weekend delle migliaia di giovani che campeggeranno e balleranno al ritmo di musica rock ed elettronica per l’intero fine settimana. L’evento, nella realtà, dal punto di vista artistico si presenta poco stimolante e piuttosto commerciale, però e decisamente un ottimo spunto per una serie di osservazioni. Nella sostanza conserva decisamente il fascino di un evento locale dove io unico non baltico vengo considerato quasi un alieno con continue osservazioni del tipo: ”Italian? Are you doing here?”. Questo ovviamente quando ho la fortuna di rapportarmi con qualcuno che parla un po’ di inglese. Agnese ed i suoi amici sono invece simpaticissimi. Lei è di Riga, ma da qualche anno si è trasferita qui sulla costa per motivi di studio. Cerca di spiegarmi che il suo corso di laurea a qualcosa a che fare con il computer e la grafica ovviamente con pretese artistiche. Piuttosto stimolante direi, almeno quanto il suo appartamento. Vive ad una decina di minuti di bus dal centro, che considerate le dimensioni dell’abitato è una distanza piuttosto considerevole, in uno di quegli edifici eredità del socialismo sovietico in cui mi è già capitato di alloggiare a Vilnius, come a Varsavia, Danzica e Lodz, ma che non smetteranno mai di sorprendermi. Il primo impatto per i deboli di stomaco è sempre duro. Nella maggior parte dei casi gli esterni non subiscono ristrutturazioni da tempo immemore per non parlare delle scale quasi sempre fatiscenti e maleodoranti. Per me invece non è un problema, l’idea di immergermi in atmosfere che richiamano così realisticamente scenari di tempi che furono mi stimola moltissimo. Nella maggior parte delle occasioni in cui ho dormito in questa tipologia di appartamenti, le case erano decisamente ferme a 50 anni prima: pavimenti di cemento o legno, soffitte non più alte di 2,20 m, bagni prefabbricati, ambienti piccoli e male illuminati, l’arredamento poi… Che si tratti di Lituania, Lettonia, Ucraina, Russia o quant’altro la sensazione è unica, lo smarrimento costante. Pare di essere sempre nello stesso luogo, nonostante gli spostamenti per arrivarci siano chilo metricamente considerevoli. la sublimazione del concetto di russificazione ed appiattimento: un solo discutibile progetto di edilizia economica per un intera immensa nazione. Oggettivamente quando c’era ancora il socialismo questa serie di alloggi standardizzati garantiva un tetto a tutti, ma che oggi continui ad essere l’unica alternativa alle nuove abitazioni lussuose e costosissime in tutte le repubbliche ex sovietiche è piuttosto paradossale.</p>
<p>3<br />
Kiev 27/07/2008<br />
Il cirillico questa volta mi fa meno paura. Il primo impatto lo ebbi in Russia, dove tra Mosca e San Pietroburgo, a parte le centralissime zone della Piazza Rossa nel primo caso, e della Prospettiva Nevskij e dell’Palazzo d’Estate nel secondo, qualsiasi informazione, indicazione o regola risulta completamente indecifrabile a meno che non si mastichi un po’ di russo o si abbiano fatto gli studi classici vista l’assonanza alfabetica tra il greco ed il russo. L’alfabeto cirillico nasce infatti come variazione dei caratteri greco - bizantini ad opera dei fratelli Santi Cirillo e Metodio che lo adattarono alla diversità della fonetica e dei suoni delle lingue slave. La seconda volta fu in Serbia, ma nell’ex centro della nazione Jugoslava parlare in inglese è molto più facile. Così fu anche per la Bulgaria e la sua bella capitale Sofia. Forte di queste esperienze ho affrontato l’immersione nel mondo ucraino senza mai avvilirmi. La metropolitana è la prima prova, superata brillantemente. Il segreto è tanta pazienza nel confrontare lettera per lettera le proprie informazioni con quelle riportate come indicazioni di fermata e direzione. In casi più estremi ho affidato alla gestualità le ultime mie speranze e con queste risorse sono riuscito ad incontrarmi con Ana alla stazione Minska. Come tutti da queste parti ha un soprannome che nella maggior parte dei casi è un vezzeggiativo per cui appena ci salutiamo mi dice che preferisce che la chiami Ania. La mia amica ha 29 anni e lavora come traduttrice di pellicole cinematografiche o di serie TV grazie alla sua ottima conoscenza dell’inglese, reminescenza dei suoi studi universitari e dei sette anni trascorsi a lavorare come interprete per una delle numerosissime agenzie matrimoniali sorte sin dai primissimi momenti della caduta del regime sovietico. Il business piaga di quei tempi era oltremodo remunerativo e si basava su due semplici assiomi: la bellezza delle donne slave e l’eccessiva economicità di questi luoghi (almeno all’epoca). Chiunque, soprattutto gli americani, per una modica spesa di 3.000 dollari poteva acquistare un pacchetto che comprendeva: biglietto aereo, soggiorno e vitto in albergo di lusso per 15 giorni, interprete personale ed un numero infinito di ragazze da conoscere attraverso delle riunioni definite social durante le quali i clienti avrebbero scelto la ragazza con la quale avrebbero voluto approfondire la conoscenza. Gli incontri seguivano un itinerario ben definito che partiva da Kiev, passava per Odessa e terminava in Crimea e si svolgevano seconda la seguente modalità: cinque giorni per ogni città dei quali i primi tre di social e gli ultimi due di incontri personali. I social in particolare consistevano in una sorta di party all’interno di una grande sala spesso in qualche albergo lussuoso dove i procacciatori osservavano e sceglievano le ragazze che, belle ed elegantissime per l’occasione, si mettevano in mostra attorno ad un buffet di dolci e bibite analcoliche. Fondamentale in questa prima fase di approccio era il ruolo dell’interprete, la quale viste le difficoltà comunicative degli attori della sceneggiata, aveva il compito di organizzare incontro e conversazione. Spesso capitava che le traduttrici erano in numero maggiore della reale esigenza per cui la prima battaglia era tra le stesse, che con esperienza e sfrontatezza dovevano accattivarsi il cliente. Una volta messesi d’accordo col pretendente di turno cominciava la battuta di caccia. L’uomo indicava alla sua temporanea voce la prescelta, poi avvenuto l’approccio i tre si sedevano ad un tavolo sempre all’interno del salone e cominciavano la conversazione. La durata dei social era tale da consentire ai clienti di conoscere più ragazze possibili e di decidere poi con quale proseguire gli incontri privati sempre alla presenza dell’indispensabile traduttrice. Gli ultimi due giorni, quest’ultime erano stipendiate direttamente dai clienti con il conseguente aumento esponenziale del guadagno conseguenza del passaggio dalle possibilità economiche dei datori ucraini alla generosità d’oltreoceano dei panciuti clienti. Le serate degli incontri privati si svolgevano di norma all’interno di lussuosi ristoranti. Ania conserva di queste serate un ricordo indelebile poiché era l’unica occasione che aveva di mangiare cibi, che non avrebbe nemmeno immaginato nella sua ovattata infanzia sovietica. Ad ogni modo mi garantiva che gli incontri privati finivano sempre dopo cena poiché la sua era una agenzia seria che non aveva nessun interesse nella prostituzione. Finito l’incontro ognuno a casa propria con la speranza di aver lavorato bene per un nuovo incontro il giorno successivo con relativa cena lussuosa ed aumento dell’importo dell’ingaggio. A suo dire l’esperienza più divertente la ebbe con un certo John, gagliardo texano ottantaseienne che insieme al nipote era venuto in Ucraina alla ricerca della sua ultima possibilità. Il nipote ovviamente riteneva di averne ancora altre. In ogni caso secondo la sua esperienza il 90% delle volte le ragazze prescelte ritornavano in patria o si concentravano su persone diverse da quelle che le avevano portate negli Stati Uniti. Pare comunque che il business delle agenzie matrimoniali sia in netta crisi, miseramente soppiantato dalla dilagante prostituzione che garantisce maggiori introiti a chiunque faccia parte dell’affare, traduttrici escluse ovviamente.</p>
<p>Il suo lavoro attuale, invece, è pagato male perché da queste parti non si investe molto nei doppiaggi. Pare che una volta tradotta la pellicola ci siano due soli interpreti, un uomo ed una donna, che recitano tutti i ruoli. La cosa mi fa sorridere e mi rimanda alla Polonia dove addirittura una sola persona, senza la minima inflessione vocale che si renderebbe necessaria per le varie scene, racconta asetticamente quanto avviene nel film. Qui invece i doppiatori cercano comunque di dare un senso alle loro performance. La pellicola di maggior successo che ha tradotto è la vita del più grande e giovane giocatore di golf: “Bobby Jones. Genio del golf”. Conosco la pellicola e leggo nei suoi occhi una certa soddisfazione.  Ania ha uno sguardo molto dolce e renderla orgogliosa del proprio lavoro mi fa piacere. Le sue origini sono di Ivano Frankovsk cittadina di 300.000 abitanti al confine con la Polonia. La sua famiglia vive tuttora là e la loro storia è piuttosto interessante. I suoi genitori si dividono tra un lungo e felice matrimonio e un profondo contrasto ideologico. Lui ucraino dell’est nostalgico comunista e filorusso, lei ucraina dell’ovest filoccidentale, due figlie, due nipoti e tante discussioni sulla qualità della vita attuale e quella del sistema defunto. Adoro informarmi su come la gente abbia vissuto un cambiamento così radicale delle proprie abitudini e delle proprie ideologie. Spesso mi confronto con i miei coetanei e chiedo delle loro impressioni, di cosa ne pensano i genitori, di come immaginano il loro nuovo futuro, cosa credono di aver guadagnato e se ritengono di aver perso qualche opportunità. Nel caso specifico Ania ricorda ben poco. Nelle ultime fasi critiche del sistema sovietico era una “piccola ragazza di ottobre” e ritiene senza ombra di dubbio di avere molte più possibilità oggi rispetto a quelle che hanno avuto i suoi genitori. In effetti l’Ucraina, o almeno Kiev in seguito alla pacifica rivoluzione arancione del 2004 ha fatto passi da gigante verso la democratizzazione del paese. L’attuale presidente Viktor Juščenko, che alle elezioni presidenziali del 21 novembre 2004 contestava la vittoria del suo rivale denunciando brogli elettorali, convinse i suoi sostenitori e compatrioti a restare in piazza fino a che non fosse stata concessa la ripetizione della consultazione. A seguito delle proteste, la Corte Suprema ucraina invalidò il risultato elettorale e fissò nuove elezioni per il 26 dicembre. Questa volta ad uscirne vincitore fu proprio Juščenko, con il 52% dei voti contro il 44% del suo sfidante. Le nuove elezioni sancirono anche  l’ufficiale allontanamento della nazione e della politica ucraina dalla sfera e dall’influenza russa ed una apertura verso il mondo occidentale. Lo si riscontra già alla dogana dove un semplice modulo con generiche informazioni rappresenta il lasciapassare, almeno per gli europei e gli americani, verso la libera circolazione all’interno del paese. In questo modo la nazione si è adeguata agli standard delle altre nazioni dell’ex blocco cominciando a guardare più verso ovest che verso est. Tale trasformazione ideologica ha logicamente avuto le sue ripercussioni anche sulla capitale che ha abbandonato o demolito tutti i vessilli del regime comunista sostituendoli con elementi patriottici come la colonna dell’indipendenza posta al centro dell’omonima piazza, luogo simbolo della storia recente della città e del paese. In essa in effetti ebbero luogo gli ultimi due grandi eventi storici del popolo ucraino: l’indipendenza del 1991 e la già menzionata rivoluzione del 2004. Purtroppo questa piazza oltre a essere il simbolo della rinascita rappresenta anche il salto che la stessa ha fatto verso l’economia del consumo sfrenato, tumore inguaribile dei nostri giorni. Neon luminosi, cartellonistica pubblicitaria o quant’altro campeggiano sulla sommità degli edifici che un tempo ospitavano le attività di regime e di governo dei comunisti ucraini. Negli ultimi anni la piazza è stata completamente trasformata dal punto di vista urbanistico come testimonia l’immenso centro commerciale costruito al di sotto della stessa. Vederlo mi richiama alla memoria quanto avvenuto a Mosca nei Giardini di Alessandro in prossimità del Cremlino. La somiglianza tra i due interventi e inquietante ed emblematica! L’unica memoria di una storia piuttosto recente e sbrigativamente accantonata è una statua di Lenin in prossimità del Mercato della Bessarabia e della via …………, il corso principale della città. Il monumento però ha retto all’urto del rinnovamento solo per la sua pregevolezza artistica, opera di uno scultore ucraino. Kiev resta comunque una città molto bella, la cui storia è più antica di quella di Mosca e San Pietroburgo, strettamente vincolata allo scorrere del suo fiume: il Dniepr. La legenda vuole che i fondatori della città fossero tre fratelli che si immersero per una notte intera nelle acque del fiume e trovarono l’ispirazione per la fondazione di quello che per alcuni secoli sarebbe stato il centro abitato e commerciale più importante della regione per lunghi secoli.</p>
<p>Ania vive nel solito casermone fatiscente ad una ventina di minuti dal centro nel distretto di Obolan. Pare che questo quartiere sia stato preso di mira dagli speculatori immobiliari che lo stanno riconvertendo a zona di elitè della città. Grattacieli, passeggiata sul fiume e ville di lusso stanno decisamente trasformando il circostante e quella che una volta era una periferia dormitorio della città adesso è uno dei luoghi più ambiti per i nuovi ricchi. La caratteristica più intrigante è quella del lungo fiume totalmente immerso nella folta vegetazione fluviale e pieno di arenili e piacevoli percorsi pedonali. La definitiva trasformazione di Obolan è comunque lunga a venire poiché nell’immediata retroguardia del corso d’acqua, pochi metri distanti dal moderno skyline voluto dalla nuova progettazione urbanistica del quartiere, dominante è la presenza dei soliti, altissimi, numerosissimi blocchi di eredità sovietica per i quali, oggettivamente, la politica speculativa dell’aumento dei prezzi è poco attuabile data la fatiscenza della maggior parte delle strutture. Nell’intimo la cosa non mi dispiace: questa ingombrante presenza è la garanzia del rallentamento di un processo che altrimenti vedrebbe sottratto repentinamente questo angolo di paradiso alla gente comune a favore dei soliti, pochi privilegiati. Kiev nel complesso è una bella città dove l’antropizzato ed il naturale coesistono discretamente come in poche altre; mi ricorda Stoccolma con i dovuti paragoni. Purtroppo il notevole sforzo dei pianificatori del passato è messo a serio rischio dai nuovi, al soldo degli speculatori, che spesso propongono nuove architetture di dubbio gusto. Non si tratta di edilizia economica e popolare, anzi in questi obbrobri di 15/20 piani si legge la pretenziosità di abitazioni d’elitè. Il problema dunque, non sono i materiali o le tipologie costruttive, ma il gusto di un estetica che non appartiene in nessun modo ad un idea di architettura moderna. Ad Ania devo, oltre ai tre splendidi giorni trascorsi nella capitale ucraina, due forti sensazioni che, altrimenti, difficilmente avrei vissuto: il bagno nelle acque del Dnepr e la passeggiata panoramica su Andrij Hill. Viaggiare è anche e soprattutto immergersi nella realtà locale ed io, almeno questa volta spero di esserci riuscito. Le acque del fiume che ha originato questa splendida città sono di una tonalità cromatica che va dal giallo zafferano al marrone cuoio. Ho provato in tutti i modi a convincermi che la cosa dipendesse da fattori naturali legati alla vegetazione ed alla stagnazione delle acque. La mia amica, però, smentiva puntualmente ogni osservazione. Di mari cristallini ne capisce avendo lavorato per diversi anni nel Sinai e la sua sentenza è unica ed inequivocabile:”Polluted!”. Poi mi sorride e si lancia allegramente in acqua per una sana e ricca nuotata. Tutt’intorno è pieno di persone che vivono e si godono il fiume come i loro progenitori fondatori migliaia di anni fa. Che si tratti di cibo indefinibile, acque inquinate o gare di vodka, ovunque sono stato, nonostante fossi consapevole della mia inferiorità di costume rispetto agli autoctoni ed alle loro attitudini locali, non mi sono mai tirato indietro, per cui anche questa volta mi sono fatto coraggio e mi sono immerso nelle inquietanti acque rossastre ed allo stesso tempo negli usi locali, per sentirli, condividerli esserne parte nei limiti del possibile. Anche Andrei’s hill è stata una bellissima sorpresa. Si tratta di un percorso che principia in un punto difficilmente individuabile di Andrei Street, una delle poche strade che collega la città alta a quella bassa. La zona è definita la Montmartre di Kiev essendo dimora di gallerie e workshop artistici e di svariati cafe. Per arrivare in cima alla collina si percorre una lunga disastrata scala in ferro, in compenso la veduta che si ha della città è mozzafiato a qualsiasi ora del giorno e della notte. In lontananza si scorge presenza di quelli che sembrano due reattori nucleari che mi rimandano nell’immediato a le memorie di Chernobyl e della sua immane tragedia. Ania scorge il mio sgomento è mi tranquillizza. Si tratta di due semplici enormi produttori di acqua bollente che servono l’intera città. Sono una eredità del comunismo e tuttora garantiscono l’approvvigionamento all’80% delle abitazioni. Ma il dado è tratto. Nonostante sia consapevole della banalità della mia domanda le chiedo di Chernobyl. Scopro tristemente che si tratta di un vero e proprio business! Con la “modica” cifra di $ 400,00 i touroperator offrono una visita giornaliera ai luoghi della tragedia distanti appena 150 km dalla capitale. Onestamente una visita a quei luoghi l’avevo presa in considerazione ancora prima di partire, ma l’idea che quella triste pagina della nostra storia fosse diventato una esosa occasione turistica con tanto di pranzo incluso nel prezzo mi fa cambiare idea. Andarci con mezzi propri sarebbe la soluzione ideale, oltre quella a me più consona, ma pare che un minimo di difesa verso la ancora presente attività radioattiva sia necessaria. Le agenzie infatti garantiscono autobus schermati ed esposizioni limitate, e non dannose, alle radiazioni. Non credo di essere in grado di gestire la cosa da solo per cui desisto. La cosa un po’ mi rammarica, non credo si tratti di feticismo altrimenti lo sarebbero anche i numerosi campi di concentramento o quant’altro di vergognoso la storia umana abbia prodotto. Credo si tratti piuttosto come una sorta di pellegrinaggio verso i luoghi delle nostre colpe e dei nostri errori e forse l’idea che il tutto sia stato trasformato in un colossale affare turistico mi rammarica. Sogno di un epoca in cui questi luoghi della colpa siano accessibili a tutti allo scopo di educare le future generazioni evitando becere speculazioni da parte di chi del dolore ne fa una deprecabile occasione di monetizzazione.</p>
<p>Nella attesa di incontrare Rossella ad Odessa decido che è il momento di salutare la splendida capitale ucraina ed individuare un nuovo obbiettivo per i prossimi giorni. Quando questo viaggio era ancora in fase embrionale Yalta era uno dei luoghi che avrei decisamente voluto vedere. Poi gli eventi ed alcuni consigli avevano dirottato la mia attenzione verso L’viv (Leopoli) città storica ai confini con la Polonia. La decisione era presa ma la mia volontà ha dovuto confrontarsi con le problematiche logistiche dei trasferimenti locali. Una volta giunto a L’viv sarebbe stato impossibile raggiungere in tempo Odessa per l’appuntamento con Rossella. Gli scarsi e pochi collegamenti erano completamente prenotati oltre l’immediato, per cui la mia meta originaria, per la quale esisteva una notevole disponibilità di posti, ritornò decisamente in auge: un treno notturno mi avrebbe portato a Simferopol, città della Crimea dove a strada ferrata muore, in poco meni 14 ore. Avevo già viaggiato in notturna con le stesse modalità nel mio trasferimento tra Mosca e San Pietroburgo, ma all’epoca non fui in grado di apprezzare il fascino della cosa a causa delle mie disastrate condizioni fisiche dovute alla dissenteria che come già detto mi accompagnò instancabile per tutto il viaggio. Questa volta ho alle spalle sette bellissimi giorni di viaggio ed una condizione fisica ottima dovuta a quel minimo di esperienza in più, acquisita nei miei ultimi difficili viaggi contro i subdoli pericoli che minacciano la salute di chi viaggia. I frequentatissimi treni notturni di questi luoghi meriterebbero un capitolo a parte per l’intrigante conformazione dei vagoni e per l’incredibile umanità che li frequenta. Credo siano la più grande eredità comunista che questi popoli conservano ed allo stesso tempo sono il più comunista dei mezzi di trasporto immaginabile. Si tratta di una serie di vagoni openspace che durante le loro lente corse notturne lungo le chilometriche distanze di questo enorme paese si trasformano in dormitori più o meno comodi dove tutti i presenti condividono gli stessi spazi. Non esistono cabine o zone private (a meno che non si viaggi nelle nuove prime classi). Il vagone dei miei sogni è costituito da un corridoio decentrato aperto con moduli di quattro cuccette perpendicolari alla sua direttrice da un lato e con altre due parallele sull’altro. Ogni modulo si sviluppa in prossimità dei finestrini e durante le ore diurne si trasforma in un comodo salottino con tanto di tavolo e posti a sedere. Una comoda filodiffusione trasmette musica senza soluzione di continuità ed in alternanza agli eroi locali ho ascoltato anche un paio di canzoni di Adriano Celentano, che magari non mi fa impazzire ma che comunque ritengo un dignitoso prodotto di esportazione musicale italico nelle lande est europee e comunque sicuramente più rappresentativo di quello che invece pare sarà un evento imperdibile il prossimo 21 novembre all’auditorium di Kiev: il festeggiamento dei 35 ani di carriera dell’inossidabile Toto Cutugno!!! Il centro della città è tappezzato dai manifesti che pubblicizzano l’evento con il volto “dell’italiano vero” (quello con l’autoradio) che campeggia austero e dignitoso in attesa della sua glorificazione. In realtà ero già consapevole dell’esistenza di questo fenomeno. A Mosca, se avessimo posticipato di qualche giorno la nostra partenza, avremmo potuto assistere ad un grande concerto di piazza i cui protagonisti indiscussi sarebbero stati niente di meno che i “Ricchi e Poveri”. Sorrido all’idea che mi rimanda ad una canzone più o meno attuale degli Offlaga Disco Pax, una band di musica elettronica e testi recitati piuttosto di nicchia, nella quale il cantante si lamenta del fatto che in un suo passato viaggio a Praga nel locale in cui si reca a trascorrere la serata passano tutta la notte una serie di canzoni italiane degli anni ottanta del genere degli artisti appena menzionati. Ebbi la stessa esperienza a Stoccarda qualche anno fa. Conobbi un ragazza di origini italiane che mi invitò per il giorno successivo alla “Serata Italiana” in un famoso locale della città. Il dj suonava solo musica italiana della stessa tipologia ed io incredulo mi domandavo se fosse questa l’immagine artistica principale che il nostro paese continua trasmettere al di fuori dei propri confini. Se poi si considera che era gennaio, la città era completamente imbiancata, il club in una zona periferica rispetto al centro ad un’altitudine di circa 500 m, il mio mezzo di locomozione una bicicletta che Carlo, il mio amico torinese immigrato nella città della Mercedes, mi aveva messo a disposizione e che la ragazza mi aveva adescato semplicemente per fare ingelosire l’ex fidanzato anche lui presente all’occasione…</p>
<p>Nel biglietto del treno è compresa anche la fornitura del materasso, delle lenzuola e delle coperte oltre ad una serie di piccoli accessori per la toilette personale. Considerato che il prezzo del biglietto per questo tipo di servizio equivale più o meno a €. 12,00 e che un the caldo per la colazione costa meno di 30 euro cent si finisce per credere nel miracolo del sistema dei trasporti pubblici ucraini. Nella realtà non sono riuscito a trovare nessuna corrispondenza tra il costo della vita e quello dei trasporti pubblici: i secondi sono di una economicità e di una efficienza che cozza decisamente con il resto. Se si considera che un viaggio in metropolitana, che avrebbe molto da insegnare alle nostre, costa 50 copechi in (pari a 12 euro cent)….Unica nota stonata del viaggio lo spegnimento delle luci allo scoccare della mezzanotte. La situazione in cui mi trovavo mi aveva ispirato oltremodo a scrivere, leggere, ascoltare musica, ma pare che queste attività siano scoraggiate ameno che non si sia attrezzati ad affrontare il disagio con mezzi propri. Tutto finisce al principiare del nuovo giorno ed io, estasiato, mi accontento della musica e del dolce divagare dei miei pensieri che hanno il loro limite materiale un metro e mezzo più in alto sul soffitto del vagone, ma la loro forza nella consapevolezza di una bellissimo cielo stellato oltre la lamiera del treno.</p>
<p>Verso le 8.30 del mattino i miei compagni di viaggio sono tutti operativi. Trascorreranno le ore giornaliere del viaggio con infiniti banchetti a base di uova sode, salsicce, pomodori e birra calda(?), pollo fritto, pane e formaggio. Avrei voluto attrezzarmi ed adeguarmi a loro, sapevo di questa abitudine, ma la maledetta incomunicabilità mi ha impedito di acquistare qualsiasi cosa nei concitati attimi precedenti alla partenza. Dopo interminabili minuti di inutile tentativo di comunicazione con la negoziante di turno ho fatto ricorso alle due parole non ucraine o russe che la gente conosce da queste parti: Bonaqua e croissant! Ecco le tristi origini del mio banchetto.</p>
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Yalta 01/08/2008</p>
<p>Yalta è la più famosa località della penisola di Crimea ed è famosa oltre che per la sua bellezza ed il suo clima temperato, per gli eventi storici del secondo dopoguerra che la videro protagonista dell’incontro degli stati vincitori che qui si riunirono per decidere la nuova spartizione geopolitica del vecchio continente. Questo luogo deve la sua fortuna alla catena montuosa alta più di 1000 m. che la protegge dalle freddi correnti della steppa e gode di una economia tipicamente occidentale. Originariamente l’unico collegamento tra il centro produttivo della penisola e le varie località balneari disposte in modo radiale attorno alla stessa era un sistema di trolley. Immaginare che una tipologia di trasporto cos’,poco funzionale per le lunghe distanze collegasse tutti i centri abitati della zona per centinaia di chilometri è assurdo. Eppure il regime sovietico aveva adottato questo sistema ritenendo forse che in questa zona fosse più accessibile alle ragioni di stato un sistema di trasporto pubblico a trazione elettrica piuttosto che a benzina. Il risultato è che gli obsoleti filobus continuano a percorre nostalgicamente a percorrere ogni giorno centinaia a di chilometri con tutte le possibili difficoltà del caso. Fortunatamente esiste una valida è più funzionale alternativa fatta di minibus che comunque impiegano circa due ore per percorrere gli 80 km  che separano i punti estremi del mio recente spostamento. I miei dubbi sulla bontà del trasporto eredità del regime sovietico vengono subito fugati quando a metà percorso un poliziotto indica di deviare al nostro autista perché la rete di alimentazione aerea che serve i discutibili trolley ha subito una rottura. Il risultato almeno 5 di questi pachidermici automezzi incolonnati in attesa di riprendere la propria corsa ed un infinito numeri di passeggeri che pazientemente attende la ripresa della corsa sul ciglio della strada: cosè che capitano.</p>
<p>Le due ore di trasferimento scorrono comunque piacevolmente. Il paesaggio della penisola è completamente differente da quello continentale. Qui vitigni, montagne e vegetazione rigogliosa, li immense distese di campi di grano, cotone e girasole. Due nature completamente agli antipodi. Oltre alla componente naturalistica mi impressiona anche l’incrocio saltuario con alcuni monumenti celebrativi della seconda guerra mondiale e del regime che fu. Oltre ad un paio di bassorilievi celebrativi dello stoico coraggio dell’armata rossa, quello che mi colpisce di più e che in poco più di due ore di viaggio mi imbatto in ben tre monumenti dedicati al padre della rivoluzione: Lenin.<br />
Rispetto a quello di Kiev questi hanno un fascino completamente diverso. Sulla via Shevchenko nella capitale si trattava di una statua dalle dimensioni limitate posta su uno scorcio marginale della strada e sopravvissuta semplicemente per il valore artistico dell’opera. Effettivamente la scultura è molto bella: posta al centro di un piccolo terrazzamento quadrato si compone di un basamento cilindrico di granito nero alto circa 3 metri sul quale si impone in granito rosso la figura severa di Lenin nel solito atteggiamento di pioniere della libertà con sguardo teso all’orizzonte. Qui in Crimea, invece, gli stessi monumenti occupano punti focali, e probabilmente originari, all’interno delle centro abitato. A Simferopol nel bel mezzo della piazza della stazione c’è un Lenin in granito rosso seduto su una panchina con un libro nella mano destra e il solito sguardo all’orizzonte. Lungo la strada per Yalta un enorme mosaico del suo profilo campeggia sulla sommità di una curva per essere ben visibile a tutti e da tutti i punti. Ma è a Yalta che lui, il supremo, gioisce della migliore celebrazione: nella piazza principale, in prossimità del porto con alle spalle il municipio ed ancora più in lontananza la catena montuosa fortuna di questi luoghi, Lenin si gode la sua massima celebrazione nel cappotto in pietra nera come tutto il resto del corpo teso su un monumentale basamento in granito rosso sul quale campeggia la scritta in caratteri cirillici ΛΕΗΝΗ, Lenin appunto. Già sapevo di lui, ma nonostante tutto mi viene la pelle d’oca. Ho una stima innata per questo personaggio che a mio parere ha dato vita ad uno dei più bei sogni dell’umanità e che a mio e suo malgrado i suoi successori hanno trasformato in incubo. Credo e spero che il motivo per cui sia l’unico a resistere alle operazione di repulisti in atto in tutte le repubbliche ex sovietiche sia il merito umanitario che universalmente gli si riconosce di aver regalato a chi realmente ci credeva la speranza di un mondo dove tutti potessero nascere con le stesse opportunità. Oggi a Yalta a 50 metri dalla statua c’è un Mc Donald. Per l’unica volta in questo mio diario di viaggio voglio limitarmi alla semplice informazione senza aggiungere alcuna considerazione personale.</p>
<p>Questa volta il mio alloggio non è un appartamento, ma un albergo o qualcosa di pretenziosamente simile. Di nuovo sono in un edificio di eredità sovietica, la differenza è che questa volta non sono in una unità abitativa, bensì in una di quelle costruzioni adibite ad alloggio dei villeggianti e dei privilegiati del regime. Tutto come al solito è spartano e pretenzioso. I pavimenti nella hall sono in marmo ed una serie di attempati divani in pelle e di polverosi tappeti incorniciano l’arredamento di quest’ambiente che in passato fungeva da sala di accoglienza per i dirigenti e gli alti funzionari del partito. Tutto, dai lampadari ai parati ai letti è fermo da almeno 50/60 anni. Il recente tentativo di riconversione turistica ha avuto come effetto un buon standard di pulizia, ma la fatiscenza dell’insieme non giustifica assolutamente il prezzo pagato. L’intera struttura si avvale di un&#8217;unica persona che parla inglese: Marina, una studentessa universitaria, che sfrutta le sua capacità linguistiche per guadagnare qualcosa durante la stagione estiva. E’ di Dnieprovlosk ed agevola il check-in dei pochissimi stranieri che si avventurano da queste parti. Sbrigate le formalità burocratiche vengo accompagnato alla mia stanza dispensando sorrisi alle numerose “babiuske” che incontro per i corridoi addette alla sorveglianza, pulizia, gestione, organizzazione, supervisione e quant’altro di inutile sia possibile immaginare. Di babiuske parlavano Dostoijevsky e tutti gli altri autori russi nelle loro opere, di babiuske scriveva Terzani nel suo diario di viaggio da Pechino a Mosca, di Babiuske mi riempio io affascinato da queste figure mitologiche che per sbarcare il lunario si impiegano per pochi spiccioli a svolgere tutte le possibili mansioni all’interno delle strutture alberghiere come in qualsiasi altro luogo in cui ci sia bisogno di personale a basso costo. Finalmente la mia stanza, una doppia dal solito standard: parati bisunti, cesso obsoleto, arredamento polveroso, pavimento in legno scricchiolante. Ma in tutta onestà dopo aver trascorso le ultime sei notti dormendo sul divano disastrato di Agnese, sul pavimento del balcone verandato di Ania e sulle improbabili cuccette del treno notturno, questa stanza ricovero è il più gran lusso che la mia povera schiena potesse meritare. Me la godo come se la godevano i fortunati proletari sovietici che per premio alla loro particolare produttività venivano mandati con le loro famiglie in vacanza premio sugli arenili di Yalta.  Il loro lusso ora è il mio ed ho intenzione di godermelo tutto!</p>
<p>In questi posti dove le nuove generazioni sono ancora quelle cresciute all’ombra del regime sovietico bisogna avere tantissima pazienza. Se incontrare un ventenne che spiccica un minimo di inglese è un impresa titanica, figurarsi una persona adulta. Inoltre con l’esperienza ho appreso che il tono con cui la gente ti si rivolge da queste parti non sempre coincide con lo stato d’animo. Le lingue slave sono di per se idiomi duri che di pari passo con le peculiarità caratteriali delle genti di questi luoghi a primo approccio possono risultare pure aggressioni verbali da parte di chi non ha voglia di approfondire la discussione infastidito dal fatto che il suo interlocutore non sia in grado di comprenderlo. Questo sentore lo ebbi durante l’esperienza russa. I miei compagni di viaggio dopo qualche giorno di ambientamento cominciarono a sviluppare una sorta di intolleranza nei confronti di qualsiasi tentativo di comunicazione con i locali. Ogni risposta nel caratteristico tono degli slavi era considerata come un affronto che presupponeva una immediata imprecazione in italiano in risposta. Dalle reazione di entrambi intuii che molto spesso le liti verbali che ne scaturivano erano la conseguenza di una equivoca interpretazione dei toni e delle espressioni. Quando ho intrapreso questo viaggio ho deciso che la prima impressione sarebbe stata messa sempre da parte in qualsiasi tipo di approccio personale . La mia idea era quella di reagire con un bel sorriso alle risposte dei miei interlocutori nonostante non riuscissi a capire cosa m si stesse dicendo. L’idea mi venne nella primissima fase di programmazione del viaggio, poi ad avvalorare la mia tesi un aneddoto che lessi in un opera di Terzani: quando i Kmer rossi conquistarono Phnom Phen il giornalista italiano era lì e fu scambiato per un agente della C.I.A.. Scampò alla fucilazione perché incuriosì un po’ tutti sorridendo e sventolando il passaporto italiano. Questo semplice gesto gli salvò la vita. Ne fece un insegnamento per i suoi figli e per tutti noi: “… se qualcuno ti punta un arma addosso, sorridi …”. La lezione l’ha fatta anche a me ed in questo viaggio il mio sorriso ha ottenuto molto di più dai burberi slavi che l’atteggiamento litigioso dei miei amici anni orsono. Qualche volta ho perso solo tempo senza comunque mai arrabbiarmi, spesso ho ottenuto le informazioni che volevo, in alcuni casi ho ricevuto dei bellissimi sorrisi di risposta che mi hanno avvicinato ancora di più, se ce ne fosse bisogno, a questi splendidi slavi, algidi per colpa della temperatura, ma con un cuore di fuoco sotto la coltre di ghiaccio che il vento nordico nei secoli gli ha edificato intorno.</p>
<p>Ogni volta che devo spostarmi è una impresa titanica. Devo andare ad Odessa ed arrivare da Spartak Square, dov’è il mio albergo, fino alla stazione degli autobus sembra proibitivo. In realtà anche qui, come nel resto della nazione il sistema di trasporti pubblici è davvero efficiente. Il problema reale però è come al solito la comunicazione. Autobus, trolley, minibus: l’attesa non supera mai i 5 minuti. Ma qual è quello giusto? Fino ad ora ho sempre bypassato il problema adoperando la tecnica dei “pizzinni”. Il nome è quello dei famosi bigliettini saliti alla ribalta di recente perché il capo dei capi, il boss di cosa nostra Bernardo Provenzano, li usava come unico metodo di comunicazione con l’esterno durante la sua latitanza. Provenzano sapeva che quella dei pizzinni era l’unica via di comunicazione che gli garantiva la non rintracciabilità della sua posizione. Nella nostra tecnologicissima era qualsiasi cosa lascia una traccia informatica: cellulari, connessioni internet, bancomat, carte di credito e quant’altro. Ovviamente i miei pizzinni non avevano nessuno scopo a delinquere, ma solo ed esclusivamente il fine di riuscire a farmi comprendere dal popolo ucraino. Stabilita l’impossibilità di qualsiasi tipo di comunicazione verbale, spesso sono ricorso ai famosi bigliettini sui quali mi facevo appuntare nella scrittura in lingua locale la cosa di cui avevo bisogno che spesso si riduceva all’obbiettivo del mio prossimo spostamento. Questo ovviamente quando avevo la fortuna di incontrare qualcuno in grado di capirmi. In altri casi ricopiavo in modo autografo e con molta diligenza lettera per lettera la parola che mi interessava e vagavo come un disperato in giro per le stazioni alla ricerca dell’autobus che mi interessava o mi presentavo alle biglietterie dopo le sempre estenuanti code con i miei bigliettini cercando di trascrivere tutte le informazioni possibili quali destinazione, ora di partenza, numero dei biglietti, giorno della partenza per evitare di sentirmi porre delle domande alle quali non avrei potuto rispondere. Il metodo ha una oggettiva efficacia ed i risultati in ogni caso sono sempre stati positivi anche se sofferti. La mattina del viaggio verso Odessa da Yalta questo purtroppo non è avvenuto. Confidavo in Marina e nel pizzinno che mi avrebbe preparato per raggiungere la stazione dei bus nella parte alta del paese. Purtroppo non era in albergo. Giunto alla fermata di Spartak sq. Mi guardo intorno alla ricerca di un qualsiasi viso che mi desse l’impressione di intendere un po’ di inglese, ma una serie lunga più di venti minuti di fallimenti mi impantana alla fermata mentre un continuo susseguirsi di minibus mi sfila davanti senza alcuna pietà. L’incubo di percorrere il lungo tragitto che mi separa dalla stazione comincia a concretizzarsi come unica reale possibilità. Cerco il coraggio e la forza necessaria e mi incammino quando per miracolo incrocio lo sguardo di due adorabili Babiuske (che in realtà già mi osservavano da un po’). Le donne intuiscono il mio smarrimento e cominciano a parlarmi in Ucraino. Passeranno lì la loro giornata a cercare di vendere fiori e more così come è successo ieri e così accadrà domani, ma nel frattempo il loro cuore di nonnine è tutto teso a cercare di aiutarmi. I primi tentativi sono ovviamente sterili, poi ho l’intuizione di pronunciare il nome della prima città dove farò scalo per poi raggiungere Odessa: Simferopol! Le uniche assonanze verbali tra la nostra lingue è quella Ucraina sono i nomi dei luoghi, probabilmente perché la lingua italiana, come tutte le altre immagino, ha solo trasformato foneticamente il suono dei luoghi adattandoli al nostro alfabeto. Quando le due Babiuske sentono la parola magica capiscono che ho bisogno di andare alla stazione dei bus ed in un concitatissimo susseguirsi di suoni e gesti mi fanno capire che devo prendere il bus n. 1. Il messaggio che mi trasmettono con la loro gestualità è inequivocabile. Benedico l’universalità del concetto di numero e le faccio intendere che ho capito ripetendo il loro stesso gesto. Poi le saluto e ringrazio incamminandomi verso l’autobus parcheggiato ad una cinquantina di metri più giù, verso il mare. Mentre mi allontano sento ancora il loro frenetico vociare, mi volto e le vedo agitarsi ancora intente ad indicarmi il pullman e la direzione giusta. Mi intenerisce questa scena di umanità: due anziane donne vestite di nero ed imbacuccate nei loro foulard che si preoccupano affinché io sia in grado di prendere il giusto mezzo nella giusta direzione. Di riflesso gli mando un bacio con la mano e resto conquistato nel vederle divertite nei loro immensi sorrisi fatti di oro e smalto bianco.</p>
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Odessa 02/08/2008<br />
Tra Yalta ed Odessa ci sono quasi 500 km e 14 interminabili ore di viaggio. Il bus e semivuoto e per la prima volta da quando sono in Ucraina sento parlare la mia lingua. Il primo istinto è quello di avvicinarmi ai miei connazionali e scambiarci quattro chiacchiere, ma preferisco attenderli al varco, cercare di intuire le loro personalità nascondendomi dietro la loro certezza di essere gli unici stranieri a bordo. Hanno entrambi superato i cinquanta e richiamano il prototipo dei vacanzieri da rimorchio. La mia impressione è esatta e dopo qualche minuto passato a sorridere dei racconti delle loro performance mi annoio e li dimentico. Fortunatamente il viaggio sarà lungo e stancante ed i due perderanno enfasi con lo scorrere del tempo e dei chilometri.</p>
<p>Abbandonata la Crimea mi rendo conto come la striscia di terra che la collega al resto della nazione sia come uno spartiacque che unisce due ecosistemi completamente diversi. Nell’arco di qualche chilometro conifere e montagne di una bellezza estrema cedono il passo a sconfinate e monotone pianure a coltivazione intensiva. Il paesaggio da questa parte è piatto e l’unico spunto di interesse sono i piccoli villaggi rurali disseminati lungo la statale che lentamente collega Simferopol ed Odessa. L’Ucraina, come la Serbia, come la Romania, come la Bulgaria, come tutto l’est europeo ed oltre è ancora una società che al di fuori delle grandi città conserva quel fascino che il nostro territorio aveva probabilmente all’epoca dei miei nonni: mucche, galline, oche pascolano e beccano placidamente sullo sfondo di un paesaggio non bello, ma denso di significati purtroppo altrove dimenticati. Il tempo è una questione di stati d’animo ed è così da queste parti dove tutto è lento ed umano, come in Marocco, come in Turchia, come in Sudamerica, come in tutti i sud del mondo non solo geografici. In compenso la frenesia dell’autista, come quella di gli altri automobilisti intorno, mi riporta mentalmente ai ritmi della nostra società. 40 all’ora di media sarebbe un gran lusso su queste affollate e disastrate strade, ma per intensità e pericolosità i sorpassi sono da incubo. Capita spesso che una repentina fermata eviti un frontale quasi certo semplicemente perché l’autista voleva liberarsi del carretto che lo precedeva. Dalle mie parti l’educazione stradale è un lusso, ma per gli ucraini è un argomento totalmente inesistente.</p>
<p>Finalmente alle 23.00 arrivo ad Odessa e trovo ad aspettarmi Abdul, il coloratissimo gestore della mia prossima dimora. Abdul è di Dubai, ha studiato in Germania, sposato una Ucraina ed ha il commercio nel sangue. Simpatico e furbo mi porta in pochi minuti nella sua attività imprenditoriale ad uso turistico - ricettivo. Due stanze in un decrepito edificio precomunista piuttosto centrale dove ha avuto il coraggio di sistemare 15 letti. Lo chiama ostello e sorride! Ad essere onesti per 20 US$ a notte è impossibile trovare di meno a meno che non ci si affidi alle indistruttibili Babiuske che per un prezzo migliore propongono soluzioni spesso decentratissime e scomode. Abdul lo sa è fa di questa certezza il suo cavallo di battaglia. Con il suo piratesco sorriso mi mostra la foto del suo cammello. Semplice folclore immagino, ma la cosa oggettivamente diverte chiunque si imbatte in lui ed Abdul, mercante nell’anima, gioca la sua carta vincente con ogni divertito avventore. Dividerò la camera con Rossella, compagna di viaggio per i successivi 17 giorni, e con una nutrita serie di personaggi molto stimolanti. Questo l’unico vero metodo del guascone arabo: avere fortuitamente concentrato in un unico luogo una eterogenea varietà di viaggiatori ognuno con la sue interessanti storie da raccontare e con la sua nuova sfida da affrontare e vincere. Viaggiare è anche questo: mettersi alla prova e confrontarsi con chi come te sogna di obbiettivi sempre più lontani. E allora ascoltare Sergej un ucraino/moldavo emigrato con la famiglia negli states dopo la dissoluzione dell’impero sovietico, quella di Lessia ucraino/franco/belga/olandese proprietaria di sette idiomi e di qualche dente in meno, di Valerio e Linda, lui italiano lei ceca che tra poco si trasferiranno in Giappone, di Nicola pugliese laureato in economia ed emigrato in Inghilterra dove come cameriere guadagna di più di come avrebbe guadagnato in Italia con il suo foglio di carta. Se poi si ha la fortuna di imbattersi anche in Hans e Mike, due ragazzi olandesi che hanno percorso la strada della morte in Bolivia un lunghissimo corridoio, largo meno di 3 metri, di strerrato a picco sul vuoto unico collegamento tra La Paz e … famoso per i suoi trecento morti all’anno, o in Joel, americano, e del suo amico giapponese dal nome impronunciabile partiti da Londra con un improbabile van della Subaru di età indefinibile e diretti a Ulan Bator per portare a termine la loro sfida: la Mongol Race. Un disastrato ed anarchico rally di avventurieri che cn le loro automobili strampalate cercano di percorrere il lunghissimo tragitto in meno di 5 settimane. La partenza è autonoma e da ovunque, l’arrivo senza scadenze temporali e soprattutto senza il minimo premio per il vincitore. Ci raccontano che esistono altre iniziative simili in Sud America e tra l’Europa e l’Africa. Sono in netto ritardo sul tabellino di marcia poiché la vecchia Subaru ha avuto diversi problemi, ma l’importante per loro e che sanno che l’indomani la macchina sarà pronta per percorrere altri10, 100, 1000 chilometri, forse! Ed allora benedico Abdul, geniale imprenditore del nulla che ha il merito di racchiudere dei bellissimi sogni all’interno della stessa stanza affinché si fondano tra loro per dar vita ad altri mille di essi. Lo benedico perché arabescamente da alloggio a chi cerca di riposarsi dalle bellissime migliaia di chilometri percorsi solo e semplicemente per il gusto di sentire scorrere il proprio sangue di vita vissuta tra la polvere della prossima strada o la salsedine del prossimo mare. Lo benedico perché non mi fido di lui e perché si è inventato qualcosa di assurdo per chi considera assurda qualsiasi altra possibilità differente da una camerata piena di vita viva e nomade, di storie e di altre storie, di zaini e di scarpe consumate e di quant’altro di materiale o meno che divide da sempre chi è pastore e chi è agricoltore.</p>
<p>Odessa è uno dei principali porti del mar Nero ed ha un impressionante scomodo record che le da forse uno dei più tristi primati possibili: il numero dei contagi di HIV in città è 10 volte superiore alla media europea. Nel compenso la città è molto piacevole! Degna di nota, almeno per il mio personale feticismo, la scalinata Potiemkin. Storicamente ha un gran valore simbolico per essere stata l’elemento centrale del film di Eseinstein dedicato alla corazzata omonima. Il primo equipaggio della marina ad ammutinarsi durante la rivoluzione di ottobre. Oggettivamente deve la sua celebrità alla verve comica dell’ottimo Paolo Villaggio che in uno dei suoi svariati episodi dell’epopea fantozziana viene costretto insieme a tutti i suoi colleghi alla visione del film in occasione di una importantissima partita della nazionale. Fantozzi esausto si ammutina proprio come i marinai e diventa il leader di una piccola rivoluzione aziendale che dura tre giorni e che costringe il capo a sottoporsi alla visione continuata di pellicole del rango di “Giovannona coscia lunga”, l’Esorciccio e La polizia si incazza. Ovviamente il povero ragioniere ala fine ritornerà alle sue umiliazioni quotidiane. Ed il capo tornerà ad imporsi ed imporre le proprie volontà ai suoi poveri impiegati. A parte la notevole diversità tra i due episodi pare ovvio che in entrambi i casi la chiusura sia stata la stessa e la sorte di Fantozzi e dei marinai, dopo 3 giorni o 80 anni, ha un impressionante parallelismo. In ogni caso i giorni di Odessa trascorrono lenti e rilassanti nell’attesa dell’imbarco che ci porterà in 72 ore a percorrere il mar Nero secondo la sua direttrice che unisce l’Ucraina alla Georgia. Il porto di partenza in realtà è a Ilichievsk e per arrivarci dobbiamo prendere un minibus alla stazione. Qui in Ucraina esistono due mezzi di trasporto pubblico su gomma: pubblico e privato. Per entrambi il prezzo è irrisorio e varia da 50 copeki a 2 grisna (poco meno di 30 centesimi di euro. Il problema è che quello pubblico ha le sue fermate ed i suoi orari ben definiti, quello privato è molto più anarchico e conoscerne i tragitti e fermate è un impresa. Dopo un paio di tentativi falliti riusciamo con l’aiuto della buona sorte a prendere l’autobus giusto nella giusta direzione. Appena saliti dal fondo del bus noto un enorme sorriso e due occhi vivissimi che mi invitano e sedersi vicino a lui. I nostri zaini e l’iniziale immancabile spaesamento di chi è catapultato in un luogo dove nessuno è realmente in grado di capirti fanno di noi degli stranieri che stimolano la curiosità di chiunque abbia in un modo o nell’altro voglia di fare due chiacchiere secondo tutte le possibilità del caso. Ed eccoci seduti vicino a Pavel e Alek. Il primo è il proprietario degli occhi svegli che hanno attirato la mia attenzione e di un inglese scolastico vera rarità da queste parti. Il secondo è nascosto dietro un paio di occhiali da sole e ad un mutismo idiomatico che cerca conforto nelle conoscenze linguistiche dell’amico. Sono di Ilichievsk e hanno passato la mattinata in città per scattare qualche foto che ora stanno scaricando sul portale di Pavel. Orgogliosi ci mostrano il loro lavoro presente e passato ed onestamente alcuni scatti sono davvero belli. Pavel ce l’ha a morte con i suoi compaesani , li definisce lenti e stupidi, privi di qualsiasi stimolo che sia in grado di portarli oltre la cortina delle loro inconcludenti lamentele. Pavel vorrebbe viaggiare, vedere posti, scrollarsi da dosso l’immobilismo culturale dei propri luoghi ed i suoi occhi sono lo specchi della sua anima inquieta. I 40 minuti di trasferimento previsti per raggiungere l’ufficio dell’Ukrainian ferries, dove avremmo dovuto ritirare i biglietti scorrono piacevolmente grazie alla compagnia dei due giovani e pacifici ucraini. Poi al momento del saluto, quando ormai siamo già in strada, ci resta l’ultimo grande sorriso del nostro momentaneo amico, un sorriso che mostra tutta la determinazione di un ragazzo che sogna e forse avrà un futuro migliore del presente noioso che lo opprime. Almeno questo è quello che spero per lui e per i suoi neri occhi felici.</p>
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Mar Nero 05/08/2008<br />
Greinsfwald è il nome del cargo a cui abbiamo affidato le nostre sorti per raggiungere le porte del Caucaso. L’elasticità della nostra possibile partenza è la conseguenza delle infinite variabili che condizionano la puntualità della nave. Durante l’acquisto dei biglietti eravamo stati informati della suscettibilità di ogni partenza. Prevista ogni martedì pare che spesso subisca variazioni e ritardi anche di 48 ore. Tutto dipende dalle formalità doganali lunghe ed estenuanti nonostante gli ottimi rapporti tra i due paesi, le condizioni meteo marine del Mar Nero, il raggiungimento del numero minimo di imbarchi per rendere efficace la quantificazione economica e poi le solite immancabili varie ed eventuali che tutti considerano, ma che nessuno riesce realmente ad individuare. La nave è fondamentalmente adibita alle merci, ma ha anche una capacità di trasporto passeggeri che la rende uno dei pochi modi di contatto tra le due nazioni visto che via terra c’è di mezzo la Russia ed le pessime relazioni diplomatiche che ha con la nostra destinazione. In alternativa ci sarebbe l’aereo, ma volare cozzerebbe con lo spirito dell’avventura intrapresa, per cui la via del mare, oltre ad essere la più romantica, è l’unica delle soluzioni possibili. All’atto dell’imbarco scopriamo che a capacità ricettiva della nave è di cento passeggeri, di cui la maggior parte camionisti azeri e georgiani di ritorno dalla loro spedizione oltremare. A colpirmi poi una serie di numerose famiglie georgiane cariche di valigie, borse, pacchi, r quant’altro in grado di dare la sensazione di un grande e definitivo esodo. Infine noi, uno spartissimo multietnico gruppo di intrepidi saccopelisti , mosche bianche di queste intrigante giornate che ci vedranno tagliare di netto il mar Nero fino a Poto o forse Batumi. Incredibilmente infatti, almeno per i ritmi e le abitudini di noi occidentali, il nostro porto di destinazione è ancora incerto e verrà definito lungo il viaggio. Per la cronaca io e Rossella siamo gli unici italiani, la restante parte della nostra tipologia di passeggeri è costituita da una coppia di tedeschi di Francoforte sul Meno che ha appena iniziato una splendida avventura che durerà due anni; una coppia di bavaresi innamorate il cui obbiettivo è il periplo del mar Nero; un gruppetto di 4 polacchi ed uno slesiano (che ama riconoscersi definendosi in modo regionale) pronti a scalare nei prossimi 35 giorni i picchi più alti della Georgia e dell’Armenia; una coppia di reporter freelance austriaci con tanto di traduttrice al seguito in viaggio per un reportage sui paesi del Caucaso, ed infine un motociclista ucraino attrezzatissimo per sfidare in solitaria i deserti dell’Uzbekistan. I limiti linguistici evidenti sulla nave creano una sorta di spontanea solidarietà tra noi tutti che ad ogni modo non rappresenta la minima chiusura agli altri protagonisti della traversata. Mentre le famiglie e la scolaresca fanno universo a se, la lunga schiera di camionisti è molto disposta al contatto ed allo scambio. La nostra in quantificabile ricchezza in questo caso è Viola, l’interprete dei giornalisti. Nata bavarese, adora definirsi austriaca di adozione e mentalità. Ha studiato il russo ed ora fa di questa sua conoscenza un mestiere piuttosto lucrativo. Si perché come lei stesso dice in Russia ci sono i nuovi ricchi e la maggior parte di essi non è nemmeno in grado di scrivere. Il ragionamento è semplice: molti sono contadini analfabeti che nei vasti appezzamenti di loro proprietà nelle sconfinate lande russe hanno trovato immense riserve di gas. Questo frequente evento ha riempito le tasche di molti ad una velocità che il miglioramento delle condizioni culturali non ha potuto reggere. Ed eccoli i nuovi ricchi, carichi di soldi e vogliosi di spenderli. Ed ecco viola, lungimirante studentessa della loro lingua, oggi sovraccarica di richieste lavorative per la sua invidiabile conoscenza dell’idioma russo. Ma Viola, oltre ad essere un’ottima imprenditrice di se stessa è anche una ragazza molto intelligente e sensibile. All’imbarco è arrivata per ultima perchè ha insistito nel perorare la causa di Samil, autotrasportatore azero, bloccato da più di un mese nella no man land ucraina per poco chiare formalità doganali. Il suo impegno ed una “volontaria” offerta dell’azero finalmente sbloccano la situazione e consentono al momentaneo apolide finalmente di imbarcarsi verso casa.</p>
<p>Le giornate a bordo della nave scorrono lente e piacevoli, la prima parte del viaggio costeggia la Crimea, poi dopo solo mare fino alla Georgia. Il sole nelle ore di punta costringe molti a rifugiarsi sottocoperta, nelle proprie cabine o nell’unica sala comune dove trasmettono a regime continuo solo ed esclusivamente film in lingua russa. Molti, ma non tutti, lo affrontano: italiani e georgiani lo affrontano perché lo amano e si perdono a guardare il mare e i suoi mille riflessi. Io personalmente sono alla ricerca dei delfini e della loro bellissima danza sul pelo dell’acqua. Adoro questi bellissimi mammiferi che per capacità ed intelligenza sono secondi solo agli uomini e per sfruttamento della stessa addirittura superiori. Li vedo e sono il primo ad avvistarli. Sono lontani e confonderli col moto delle onde è facile, ma riesco comunque a mostrarli ai miei più prossimi compagni di osservazione. Non è la mia prima volta, come per gli altri, il mediterraneo è pieno di questi splendidi pesci, ma ogni volta è una splendida emozione per la serenità che riescono trasmettermi, conseguenza della consapevolezza che tutti i delfini sono intelligenti e tutti i delfini sono buoni. Due valori che purtroppo non vanno sempre di pari passo per me ed i 6 miliardi di simili. Il tempo sulla nave è scandito dai pasti di mediocre qualità e le occasionali conversazioni con gli altri passeggeri, oltre che da lunghissime letture ed interminabili momenti di riflessione. Grazie a Viola, che pare abbia instaurato un ottimo rapporto con tutti i camionisti imbarcati, entro in contatto con Samil. E’ forse il più socievole o forse semplicemente felicissimo di aver risolto la propria situazione. Ovviamente si rivolge a noi solo in russo e mi ricorda molto un altro episodio della mia vita. L’anno prima sul treno che mi avrebbe portato da Vilnius a Varsavia, nel vagone dove ero seduto entrò un bellissimo personaggio che subito catturò la mia attenzione. Vestito in gessato nero e con la pelle bruciata dal sole passammo un oretta a discutere, cercando di capirci almeno sugli argomenti base delle nostre filosofie. Il suo nome, o almeno così suonava alle mie orecchie, era Kuly Mullah ed a lui dedicai queste parole:</p>
<p>&lt;Kuly Mullah è melodia caucasica vissuta nell&#8217;istabilità di un recente movimento, Kuly Mullah è musica vibrata per volontà incuranti di codici e stili, Kuly Mullah è suono e uomo in ritmo e fisicità. Pendolo fluttuante tra spazi estranei e destini condivisi, appare leggero e ingombrante un venerdì d&#8217;agosto ridimensionando la stasi ed il tedio della linea che irrimediabilmente unisce i punti. Affresco di colori ed odori dei suoi luoghi, la pelle bronzea, gli occhi neri e i baffi grigi sono energia che invade e conquista le longitudinalità presenti investendole di ruvidi gesti, incomprensibile verbo, immensi sorrisi. E&#8217; un romanzo, al sapore di vodka e tabacco, il cui protagonista vive della storia, delle gesta e delle tragedie del suo popolo. Cecenia&#8230;boomboom&#8230; Russia, il testo dell&#8217;epico canto intonato su terzine che celano verità più sommesse e complesse. Il gessato da festa lo impone profeta di recondite memorie intrise di vino e gazzosa all&#8217;ombra di una coppola e, indomito, lo espande dimensionalmente nell&#8217;ebrezza del momento, occupando spazi altrui con elegantissima barbarie e noi, spettatori ammaliati, aboliamo i limiti per beneficiarne e deliziarci. Bellissimo ai miei occhi, indimenticabile passato prossimo di emozioni vere perchè indelebili. Kuli Mullah è la ragione per cui spostarsi comprende evidenze di luoghi lontani altrimenti impercettibili. Suda e disegna mappe imprecise calcando, con enfasi progressiva, i margini del suo centro gravitazionale, del suo ombelico &#8230; Azerbagian&#8230;Armenia&#8230;CECENIA CECENIA!&#8230;Io so della sua storia impersonale, oggettivizzata di petrolio e religione, so dei suoi morti e so degli altrettanti morti non suoi e questo per lui vale più di mille ragioni. Kuly Mullah vuole identità, non gloria, vuole gridare al mondo &#8230; Azerbagian&#8230;Armenia&#8230;CECENIA CECENIA!&#8230; e vuole leggere negli occhi di chiunque&#8230;io so della tua storia impersonale, oggettivizzata di petrolio e religione, so dei tuoi morti e so degli altrettanti morti non tuoi&#8230;Kuly Mullah scompare leggero ed ingombrante un venerdì di agosto, dispensando fumosi riflessi di vodka, verità e allegria e di lui e della sua vodka mi inebrio ancora, felice e pieno di un nuovo orizzonte.</p>
<p>Samil mi regala le stesse emozioni, perché non lo capisco, perchè lui lo sa e nonostante tutto vuole che io lo comprenda. Scherziamo e ridiamo sull’infinita serie di naturali equivoci che si generano ed alla fine riesco ad entrare miracolosamente nella sua dimensione: dice di essere mussulmano osservante e di vivere a Ganja. Mi racconta delle sue montagne rigogliose di natura e di limpidissimi corsi d’acqua. Mi consiglia di andare a Kapas e di mangiare un pesce di cui non capisco il nome ma che sicuro riconoscerò dal suo colore rosso e nero. Poi mi confessa di essere un fan sfegatato di Adriano Celentano. Insieme cerchiamo di evocare il titolo delle sue pellicole: lui le mima ed io puntualmente le indovino ottenendo ogni volta la sua approvazione. Infine mi consiglia di rasarmi perché con la mia barba lunga potrei ricordare un ebreo e la sua gente non mi vedrebbe di buon occhio. Gli faccio notare che la sua è almeno folta quanto la mia, ma si giustifica dicendo che è la conseguenza dei difficili giorni che ha trascorso nel limbo del porto ucraino e che appena metterà piede nel Caucaso si raserà, si libererà dei suoi abiti malmessi e ritornerà bello come il sole, come un azero.<br />
Sono ormai 2 giorni che siamo a bordo della Greinsfwald, non avevo mai trascorso tanto tempo su una nave ed è un esperienza molto bella. Mi conforta la mia lettura che vede il protagonista deciso a prendersi un anno sabatico dagli spostamenti asettici via aria e dedicarsi per una volta dopo tanto tempo al concetto di viaggio per quello che realmente è! Treni, navi autobus, improvvisati taxi saranno il suo unico mezzo di trasporto per un intero lustro e lui Terzani, dopo anni trascorsi a volare nevriticamente da un estremo all’altro della sua amata Asia ritorna ormai cinquantenne a rivivere le emozioni di un ragazzino, a riviverle con la lentezza che gli si dovrebbe dedicare, emozionandosi per un cielo stellato o per un tramonto vissuto nel lento scorrere di una nave, per un intrigante incontro su un treno o per la bellezza di un paesaggio dal finestrino di un autobus che lo porterà in un nuovo luogo da scoprire e vivere. Non posso non sentire il forte parallelismo che mi lega come non mai in questa fase della mia vita a chi, più degli altri per me, è un esempio di vita e coraggio. Il viaggio che mi porterà nei prossimi due mesi in giro per l’Asia centrale avrà delle conseguenze sulla mia persona che spero mi rendano migliore, perché se ho una certezza è che la diversità è ricchezza e confrontarsi col diverso arricchisce. Sempre! Io voglio tornare ricco, voglio che nei miei occhi si legga la bellezza dei luoghi e della gente che vedrò ed incontrerò. Voglio dimostrare che un viaggio è meglio di qualsiasi altra cosa e che se tutti avessimo il coraggio di metterci in discussione, allontanandoci dai soliti circuiti e affrontando le ostilità dei luoghi che sono ostili solo perché sconosciuti, saremmo tutti più ricchi e stupidità quali l’intolleranza e la xenofobia sarebbero sentimenti inesistenti. Voglio che se un giorno dirò che sono in partenza per obbiettivi di cui i miei interlocutori non sono a conoscenza della collocazione geografica, nessuno mi guardi  sbigottito e mi dica:”Sono posti pericolosi?”. Voglio che chi mi è di fronte mi sorrida e dica:”Bello! Goditi il tuo viaggio e la splendida gente che incontrerai!”</p>
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Tbilisi  07/08/2008<br />
Il Caucaso è una parola magica al principio della storia. Greci e romani ne esplorarono i territori, mongoli e turchi ne sottomisero i popoli, russi e comunismo ne compromisero altre possibilità, per tutto il ventesimo secolo. Mi intrigo sempre della dolce melodia di questo suono esotico, di questa terra di montagne e tradizioni. Arrivarci e dipendere da eventi straordinariamente concatenati, dall’imprevedibile forse prevedibile, da voleri di indubbia ingiustizia è una sfida avvincente! Il Caucaso è una polveriera di infiniti problemi etnici, religiosi, geopolitici e territoriali, tra mar Nero e mar Caspio. Il passato lo imprigiona perché lembo strategico di terra e mare per rotte commerciali, il presente lo sevizia perché istmo imprescindibile di montagne e costa per gasdotti ed oleodotti, il futuro lo assassina perché fazzoletto redditizio di suolo e sottosuolo trasbordante di risorse energetiche. Gli ultimi anni hanno dato luce a possibilità che ne fanno una delle più grandi riserve mondiali di oro nero: passato, presente e futuro sono il cocktail micidiale che lo rende una bomba pronta ad esplodere, in qualsiasi momento. Così è successo la mattina di Poti, il più importante porto della Georgia, strategicamente fondamentale per il trasporto merci a est, verso il Turkestan, e per lo stoccaggio del ferro. In nottata l’esercito di casa ha invaso Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del sud, territorialmente appartenente alla Georgia, ma di fatto controllata dai separatisti osseti e dalla Russia. La reazione dell’ingombrante vicino è una serie di bombardamenti a tappeto e scontri a fuoco nella città, immediata e distruttiva. Secondo fonti informative di fazione la città sarebbe stata vittima di una scellerata pulizia etnica, con più di 1400 vittime tra i civili, ed il massiccio intervento voluto da Medvedev, fantoccio di Putin, va annoverato come operazione di peace keeping. Mentre tutto accade l’occidente nicchia e noi, ignari, sbarchiamo in quello che in sei ore sarà uno dei principali obbiettivi della controffensiva russa, con la distruzione delle infrastrutture e di decine di vite innocenti. Tre giorni di nave possono estraniare dal mondo; la quiete del mar nero, la danza aerea dei gabbiani, l’armonioso nuotare dei delfini affrancano la menti dalla consapevolezza di un mondo sbagliato, dalla possibilità di essere prossimi ad uno dei luoghi più caldi del pianeta. Le 5 ore estenuanti di frontiera riportano alla realtà traumaticamente: Poti accoglie brutta e rilassata, inconsciamente inconsapevole del pericolo “dell’affronto” al colosso russo. Liberi dal sequestro doganale, una approssimativo servizio di trasferimento dovrebbe essere il vettore per la fuga dall’arrugginito complesso portuale, ma l’attesa e il cielo plumbeo che incornicia la consunzione del circostante snervano e sconfortano. Ogni partenza sembra essere quella giusta, ma la marshutka, puntualmente, si riempie di locali che con scaltra destrezza, ad ogni apparizione del mezzo, lo conquistano ancora in movimento invadendolo di anime a pacchi. Nel contempo la Greinswald comincia a vomitare, dall’enorme grembo metallico, la colonna di TIR fagocitata in Ucraina. Nuvole di polvere e gas di scarico rendono l’aria irrespirabile. Vorrei essere più a mio agio, guardo Rossella e gli altri. I Polacchi, di genetica tenacia, incamminano verso l’uscita di quell’inferno. A ruota gli altri tracciano lo sterrato di un lungo solco di orme e sogni senza futuro, il vento della stupidità ne cancellerà il significato in poche ore. Ho un ritmo diverso, resto leggermente indietro. La decadenza industriale dei capannoni dismessi, verso nord, rifrange il lamentoso stridere di lame e cilindri ferrosi accuratamente movimentati con mezzi e logistica preistorica. Parallelamente sulla banchina due uomini si adoperano controvoglia alla manutenzione degli ormeggi e di alcune malmesse strutture da diporto. Assorbo il fascino destrutturato di questi luoghi da sempre, ovunque si trovino. Esprimono l’idea dell’incapacità umana a guardare oltre il proprio naso, i propri interessi. Sono le ferite irrimediabili inferte alla terra, che nasce splendida e, spesso, finisce agonizzante e mortificata della propria dignità. Il passaggio tra porto e città è solo un limite ideologico, degrado e abbandono sembrano essere l’unica possibilità. Che sia questa la Georgia, la terra di Dio? All’esterno una marshutka sulla via per Tbilisi promette una sosta a Gori, la città che diede i natali ad uno dei più grandi assassini di tutti i tempi: Iosif Diugasvili ovvero Stalin. La città è ancora luogo della massima, e spero unica, celebrazione dell’orgoglio stalinista con musei, statue, toponomastica e quant’altro e sebbene non nutra la benché minima stima per il personaggio, sento feticistica esigenza di confronto con l’espressione di questo delirio.</p>
<p>Tra Poti e Gori corrono 200(?) chilometri di statale ad una corsia che attraversa paesaggi di una bellezza incredibile. La marshutka aggredisce come può tornanti e pendenze, insinuandosi nella rigogliosa natura della catena del Grande Caucaso. Il 40% della superficie nazionale è foresta distribuita omogeneamente su pendici di massicci degradanti nello splendore della valle fluviale, parte centrale del territorio. E’ una giornata calda, decisamente afosa. Un torrente costeggia la strada e da occasione a ragazzini e famiglie di svago e refrigerio dal calore che infuoca la marshutka. Penso ai bagagli sul tetto, assicurati con una fune come una diligenza di 100 anni fa. Farei volentieri cambio, rinunciando alla banale comodità del sedile, per liberarmi nel vento della Georgia. Sporadici villaggi sonnecchiano placidamente discreti ai lati della lingua d’asfalto collegante ovest ed est, unica traccia reale di presenza umana, almeno per 100 chilometri. Poi tutto cambia. La seconda parte del viaggio si inquina dell’ingombrante presenza di guardie armate e mezzi militari in movimento nella stessa direzione. Una colonna di blindati che scorre tra gente festante, per strada ad inneggiare i propri eroi, è il segnale estremo che continuo a non voler cogliere. So dei problemi al Nord: Gori è il centro abitato più importante in prossimità dell’Ossezia del sud, che auspica il ricongiungimento ai fratelli del nord ed alla Santa Madre Russia. I confini in queste regioni infiammano miriadi di orgogli nazionali, generando di frequente crisi diplomatiche e scontri. Una perenne instabilità che inganna e sottovaluta quanto continua ad accadere attorno. Robert, l’amico di Tbilisi, attende un arrivo in serata e saputo di Gori ci gela della notizia. Un macigno enorme ed inaspettato che precipita addosso. Rossella diffonde agli altri stranieri: i tedeschi in luna di miele ed una coppia di americani. Io resto in silenzio, rapito dall’enorme dispiegamento di armi e mezzi, diretti al confine. Vivo per la prima volta una emergenza tanto devastante e l’apaticità della reazione è sorprendente. Nella infinita storia dell’ingiustizia umana, ho sempre vissuto gli eventi bellici cercando di vestire i panni di chi, innocente, li soffre in prima persona. Ho cercato di immaginare le ansie, le paure, la disperazione, di interrogarmi su come fosse vivere la consapevolezza di poter morire nella violenza del momento successivo. Ora potrei sentirne, ma osservo tutto dall’esterno, nell’impalpabile illusione di essere al sicuro, perché estraneo alle cause degli eventi. Il precipitare della situazione esclude di netto la città di Stalin e dirotta ogni flusso verso la capitale, fuori pericolo per il momento. L’autista approva riferendo di una Gori sotto assedio da qualche ora e della strada per accedervi rigidamente controllata dall’esercito. E’ solo il preludio, il viaggio è praticamente un miracolo. In poche ore l’arteria di collegamento tra le estreme latitudini del paese sarà tranciata da bombardamenti, collassando l’efficienza delle comunicazioni. Prima che accada, la breve sosta ad un punto di ristoro in prossimità dello svincolo per Gori avvolge di indecifrabile silenzio, caricando di tensione ogni aspettativa. E’ una stanza in una baracca di legno e lamiere, con un rudimentale bancone sul fondo ed una serie di tavolacci che ne segnano la via crucis. La televisione, in alto sulla destra, sbiadisce l’intorno di foto di uomini e cavalli trasmettendo continui aggiornamenti e calamitando i presenti. Le cattive notizie vaporizzano le immediate prossimità, me compreso. I russi non si limiteranno a ricacciare l’esercito georgiano al di là dei confini osseti, puntano oltre. Lo speaker grasso e trafelato del canale di stato, riferisce della volontà di creare una zona cuscinetto per un raggio di quasi 100 km, inveendo contro l’immobilità dell’Europa e degli USA. Al termine del notiziario, il proprietario del locale mi restituisce il diritto alla materia riconoscendo la paziente presenza. Il ristorante è parte dell’area che il nemico controllerà nelle prossime ore. Timidamente acquisto birra e chacapuri, deliziose focacce circolari ripiene di formaggio suluguni. L’imbarazzo di essere involontario rappresentante del sistema che illude questo popolo con finta amicizia e solidarietà, frena ogni spontanea interazione. E’ una responsabilità oggettiva indipendente da qualsiasi scelta, è la colpa di appartenenza al sistema che affama egoisticamente il mondo. Prevedo ostilità, ma non avviene! L’oste è un uomo enorme, con dei bellissimi baffi che dipingono un volto rotondo e amichevole. Asseconda ogni richiesta con gentilezza, congedandomi con meravigliosa letizia. Rossella aspetta fuori, ne incrocio lo sguardo, la raggiungo carico di cibo e bevande. L’attimo di meravigliose vibrazioni di pocanzi ha decontestualizzato ogni espressione di gravità dal mio viso, incidendolo di nuova e serena fiducia. Mi conosce, sa che non cerco domande, sa che vivo di occhi e sorrisi. Prende uno dei due pani, fumante e gustosissimo, lo addenta e se ne inebria. Lo stesso è per me, carico di nuova fede per la lezione appena ricevuta.</p>
<p>Robert è un armeno della diaspora con generazioni di passaporto georgiano. Di cognome è la storia dei popoli e del secolare confronto tra dominanti e dominati; il suffisso russo “ov” violò l’originalità armena degli avi trasformando per sempre Mitchr in Mitchrov. Probabilmente fu scelta “volontaria”, conseguenza di storici tentativi di russificazione dell’area. Il leggero anticipo lascia un minimo di attesa e da valore a valutazioni senza filtri. Squallido e decadente, il piazzale degli autobus centripeta inquantificabili orde di pullman e furgoni di aspetto alluvionato e vetustà incalcolabile. La regolare forma planimetrica libera tre lati verso il ponte Tamara e la città ed imprigiona il quarto di una pessima architettura sovietica che un salto di quota caratterizza in base e altezza come stazione dei treni. Tre militari, dall’alto ballatoio, testimoniano armi in pugno la delicatezza del momento; variegata umanità in basso continua a vivere, nonostante tutto. Capannelli di autisti discutono animatamente lo svilupparsi degli eventi al confine osseto; un anziano magrissimo propone, su vassoio di fortuna, profumatissimi chacapuri; un gruppo di ragazzini combatte il tedio estivo con l’aiuto di un pallone. Siamo presenza insolita, siamo zaini e pelle e novità assoluta di lungo tempo. Due giovani calciatori annoiati avvicinano, con la curiosità del mondo negli occhi, il giusto antidoto a noia e veleno di questo 8 agosto. ”Hotel? Hotel?” l’unico legame tra le nostre comprensioni. Il muro della comunicazione è infinitamente alto, indemolibile nonostante evidenti veemenze. Non sono procacciatori, mancano di stoffa ed attitudine. Sono spugne vogliose di imbibirsi del mondo che la geografia ed il potere ingiustamente nega, invece di liberare. Sono luce che illumina e migliora l’impatto al circostante, rendendolo intimo ed amichevole. Il contatto umano demolisce il muro più spesso, la torre più alta, se ci si affida spassionatamente. Tbilisi evolve meravigliosa nel lampo del primo sorriso e si conferma tale nell’immediatezza successiva. Il piccolo dei due propone il pallone, aprendo qualsiasi possibilità di contatto con gestualità che sconfigge i limiti linguistici. Rispondo di getto, l’istinto incanala di frequente migliori positività. Sfera e asfalto avvicinano punti impossibili, rendendoli unici, siano essi un attimo o un’eternità. Robert appare, lo sorprende la velocità di assimilamento alla sua Georgia. Dimostra meno degli anni effettivi. Attende qualche minuto; la circolarità del pallone avrà la fine tra i suoi piedi, il rientro verso casa avrà l’inizio nel suo sorprendente italiano. Vive in un monolocale soppalcato nella zona delle ambasciate, parte rappresentativa della città e oasi di tranquillità a cento metri dalla Piazza della Repubblica e dal Palazzo del Governo. Lo vive con la bella moglie, russa - georgiana dell’Abkazia, e due splendidi gioielli di 7 e 3 anni: Eva e Francesca. Adora l’Italia, ne adora il cibo e la cultura. Ne conosce la filmografia, la letteratura, la storia, le città senza esserci stato. Il passato è una serie di tentativi falliti di viaggiarla. Pare qualcuno abbia stabilito un mondo non per tutti e tantomeno per lui. L’ambasciata italiana gli nega il visa ben tre volte, ma non demorde. Non riesce a rinunciare al sogno, mai lo farà. L’aria in città è tesa e la quiete dei trenta metri quadri di Robert cozza con la tensione che si respira tutto intorno. Il benvenuto è una grappa artigianale a base di prugne, forte da far lacrimare gli occhi, da infiammare le budella. In lontananza il frastuono dei clacson, l’esaltazione del popolo, il fragore dell’orgoglio Georgiano invadono di inquietudine le placide certezze del focolare domestico. Robert è tranquillo, il carattere ne impedisce ansie e panico. Sorride e gioca con le bimbe, formula diverse eventualità come se ragionasse sul remoto. La moglie è, al contrario, lo specchio della realtà. L’Abkazia è, al pari dell’Ossezia del sud, secessionista e filo russa. Sente il problema nelle viscere, le scoppia dentro. La sua terra, sconosciuto splendore di palme e spiagge bianche, è irraggiungibile a due passi e a milioni di chilometri. Vorrei indagarne le emozioni, conoscerne il parere, ma il ritmo frenetico del suo fumare crea la zona di rispetto che non oso oltrepassare. Solo la strada può placare l’impeto di vita e verità che mi incendia. L’ultimo sorso di grappa crea l’occasione per raggiungere Piazza della Libertà, simbolo nazionale della rinascita Georgiana. Prometto un paio di birre e mi incammino per la breve discesa, limite tra pace e delirio. L’incertezza di ogni passo fonde nella prospettiva, sempre più prossima, di una folla in delirio che inneggia di bandiere e striscioni la riconquista della regione separatista. La Georgia è tornata grande ed invincibile nei sogni dei figli, orgogliosi come mai di sventolare le 5 croci rosse. Essere al centro della storia ubriaca di sbornia che travolge stomaco e fegato, che vibra di bile lisergica e viaggia i centomila luoghi di guerra e follia di questo maledetto mondo. Il palazzo governativo è ad un centinaio di metri, imponente di pietra rossa, celebrativo di colonnati dorici, inquietante di mole volutamente mastodontica. Tra qualche ora Mikheil Saakašvili terrà il discorso al popolo, manifestando la fermezza a non tollerare alcuna aggressione russa e pronto a scommettere sulla fedeltà del proprio popolo alla causa intrapresa: la riconquista territoriale dell’intera Georgia. Lo immagino forte e stabile agli occhi dell’ardore giovanile, illuso e perdente nei ghigni di chi ha più lune e sa che Davide non può battere Golia, se non nella Bibbia. La saggezza legge previsioni con certezza di vita ed esperienza e sa che il giovane presidente, involontario, mente la verità. La Georgia in meno di 12 ore perderà il terreno conquistato oltre a subire la distruzione dei centri abitati di Poti e Gori. La capitale sarà bombardata, ma solo marginalmente ed in punti strategici. Interminabile, il lasso di tempo tra il discorso del presidente e l’avanzata russa, segnerà a lungo il futuro della nazione. La chiusura dell’aeroporto e della frontiera con l’Azerbaijan sono il segnale che precipita il baratro e muta la gioia in tragedia di gente ed assedio per chiedere la fine della guerra ed il tempo di piangere i morti. Gori perderà un centinaio di civili, Poti una ventina: la Georgia ha voluto dimostrarsi forte, uscendone umiliata. Nel contempo Tbilisi dorme un sonno agitato da timorose rassicurazioni sulla neutralità tacita del centro, dove ipocondriaca la vita continua. La immaginavo scorresse nel terrore dell’immediato, limitata all’essenziale delle funzioni basiche e satolla di paura e ansia, ma nascere in un fazzoletto di terra di oltre 20 etnie matura le persone ad aspettative diverse. Qui la guerra è un dato di fatto e lo scontro razziale una determinante indiscutibile. Il collasso del’URSS ha generato un complesso puzzle territoriale di enclavi, territori occupati, repubbliche secessioniste, etnie divise; cause e motivi di secolari alleanze e odi incancellabili. La Cecenia è esempio lampante di aspirazioni indipendentiste, principio determinante di attentati terroristici violentemente perseguiti. Ma il nord è anche Inguscezia, Daghestan, Ossezia del nord: caldi, instabili, pronti a deflagrare ad ogni istante. Il sud è la Georgia e le sue regioni separatiste; è l’Armenia che rivendica la perdita dei territori occidentali (annessi alla Turchia dopo la I Guerra Mondiale), piange i morti del genocidio ed occupa la regione azera del Nagorno Karabakh; è l’Azerbaijan che ha parte del proprio territorio nell’Iran occidentale ed un terzo dei suoi figli lontano da casa. Il Caucaso intero è una estensione geografica pari alla superficie italiana e concentra tutte le colpe del mondo. Convive con la guerra da sempre, percependola come il simbolo di tutte le incongruenze, l’elemento purtroppo logico che contrasta l’assennatezza, la più grande merda afferrata dall’uomo. Il Caucaso sa che esiste del paradosso che lo nutre e nutre di paradosso ciò che ne esiste: vita, uomini, emozioni.</p>
<p>Tbilisi gode degli eventi che la risparmiano con inquietante idiosincrasia e noi con essa. La quiete placida del nostro alloggio, dei ristoranti, dei bagni sulfurei mutano il limbo obbligato a paradiso dei disgraziati. Tiflis, il nome georgiano della capitale, significa “acqua calda”, la stessa in cui Kartlos, il fondatore, si immerse decidendo di stabilire la capitale del suo regno nella splendida valle che circonda il fiume Mtkvari. Le manifestazioni pro e contro conflitto ed il bombardamento mediatico dei canali di stato sono incredibilmente unico legame col nord e gli eventi. Nel luogo dei morti innocenti la vita scorre tranquilla ed i georgiani continuano ad essere simpatici e socievoli. La legenda narra che, quando Dio distribuì la terra ai popoli, questi non si presentarono perché occupati a banchettare in suo onore. Resisi conto che tutto era stato distribuito lo invitarono al banchetto e Dio, divertitissimo, decise di donargli la terra destinata a se: la Georgia, appunto, o Terra di Dio. E’ un mito che rende giustizia e identifica nell’immaginario caucasico questo popolo sornione, allegro e spensierato all’equivalente degli Italiani per gli europei; è una reinterpretata verità che omaggia di giustezza i Georgiani della più bella città dell’intero Caucaso. Ad est il monte Mtatsminda la protegge cingendola per trequarti e liberandola verso ovest, verso il Caspio, e dall’alto della fortezza Narikala, opera persiana e genitrice putativa della città, splende dei suoi tetti rossi, della sua discreta urbanizzazione e della calma serafica che i venti continentali della regione spingono fin su i polmoni. Il dolce declino del massiccio montuoso raggiunge valle nell’area delle acque termali, guada il fiume torbido e sonnolento, arrocca sullo spuntone della chiesa di Metekhi, vero simbolo della città. Un complesso religioso del 12 sec. in cui l’impianto medievale si confronta con i segni dell’architettura ortodossa e il significato del nome, “area attorno al palazzo”, ne conferma tuttora la baricentricità. Metekhi Church è sopravissuta ad invasioni, incendi, saccheggi; è il simbolo della complessità e della tenacia del suo popolo fiero e indistruttibile. Metekhi Church è l’allegoria che i comunisti ritennero avversa alla causa di appiattimento culturale dell’intera area sovietica; è il vessillo iconografico che Laurenti Paulovich Beria, uno dei peggiori figli di questa terra, cerco demolire nella folle reinterpretazione del Marxismo-Leninismo. Metekhi Church esiste perché il popolo, guidato da intellettuali, si oppose fermamente alla perpetrazione del disastro e al programmatico annientamento della propria identità; è il luogo che i Georgiani bramano del coraggio di mille e centomila ancora anni di storia. Il caldo asfissia e passeggiare alla canicola è un impegno non indifferente. Il mistero della frescura degli edifici religiosi accoglie beatamente, rinvigorendo la voglia di esplorare. Robert e Rossella godono del sollievo in disparte, io incanto alla particolarità delle nozze di due giovani. Sposarsi in guerra? Un atto d’amore, un sogno che corrode la patina di idiozia che avversa gli uomini. Sono in pochi, tutti in piedi. Il sacerdote legge invasato e oscillante i passi della bibbia, perle di sudore rigano il viso e muoiono nella barba della sua ortodossia. Il mistero non vale li al centro, il caldo è esasperante. Lei, giovane e pallida, indossa un bel bianco, lui, troppo magro, affoga nel doppiopetto di un parente robusto. Ai loro fianchi, tre per lato, la colonna di testimoni e damigelle. Le finestrature colorate attutiscono l’impatto della luce solare, ammansendola in una mistica penombra. Seguo il periplo dell’impianto accettando ogni angolazione del sacramento. I pilastri della cupola imprimono eccezioni alla continuità dell’immagine che inseguo ed al terzo step sussulto allo svenimento della sposa. Il caldo, l’emozione, le emozioni ne demoliscono i disperati tentativi di reazione. La accomodano su una sedia senza interrompere la liturgia, lentamente riprende il controllo. Esco all’aperto, in fuga dall’afa, ma è peggio. I giardini sono invasi di sole e aspiranti coniugi in attesa del proprio turno, come se avessero stabilito di esorcizzare la morte con la promessa di vita. Recupero il senso visivo fessurando le palpebre all’aggressione luminosa dell’esterno. Cerco i miei compagni, Robert ci guiderà oltre la facciata, nella città dimenticata: quella immobile, quella dei Georgiani. La sera prima, passeggiando alla ricerca di una torta per le bimbe, incrociammo efficienti giardinieri al lavoro su alcune aiuole. “Questa non è la vera Tbilisi” furono le parole uniche di un giro notturno di vicoli e grandi arterie, nuove architetture e ruderi antichi come la città. Ho adorato quelle parole e dormito insonne nell’attesa di muovermi furtivo tra le macerie e l’anima di ciò che amo conoscere. L’abbandono è un attimo, l’inconsistente facciata muore alla prima buca d’asfalto, l’apologetico neoclassico dissolve nella disastrata art nouveau di inizio secolo. Il quartiere Armeno è povero e affollato, origine della diaspora principiata su queste strade ed evoluta alla mutazione Georgiana. Vicoli sterrati percorrono come vene e arterie il corpo vecchio e supino, distrutto da secoli di ingiustizie, e Robert è il sangue che scorre indomito a tenerlo in vita finche avrà forza di imporsi le radici. Un cortile di baracche e gatti preannuncia il prossimo miracolo: una chiesa cristiana in rovina di una bellezza estenuante. Incendi, terremoti e smottamenti ne fanno rudere irrecuperabile alle possibilità dei devoti ed ingombrante fardello al disinteresse del governo. Incrociamo l’armena che lotta giorno per giorno in difesa della sacralità del luogo e della sua conservazione. E’ magra ed esibisce movenze vellutate, come la regina dei felini. Circoscrive le nostre esistenze inquadrandole nel campo dell’innocuo e trasla la sua fisicità aprendo all’ingresso: un bellissimo portale in pietra rossa che incornicia la croce latina della chiesa armena è introduce i misteri dell’interno. Solo la gravità garantisce tuttora la verticalità del poco che resta. Il tetto è parzialmente rovinato al suolo, lesioni profonde come solchi d’aratro pugnalano a morte la pietra che ancora resiste, travi carbonizzate giacciono indifese e oblique nello splendore dell’insieme. Durante il socialismo fu deposito cartaceo di immensi archivi della burocrazia sovietica, poi il fuoco purificò l’oltraggio cancellando ogni memoria. Cammino sui resti della farenight comunista: libri, giornali, registri. Leggo le pagine di un quotidiano ben conservato, lo raccolgo. E’ una Pravda degli anni trenta: Lenin è il mito e la verità che colgo dal cirillico degli scritti. Mi attardo qualche secondo nella malinconia dei residui di stucchi e ornamenti anneriti da tempo e fiamme. Che emozione il gioiello ritrovato! Lo sfoglio lentamente, la carta svanisce alla minima sollecitazione tramutando in polvere la gloria di un uomo che sopravvisse alla vita. Una metafora che sconfigge la materia, come la chiesa che crollerà, ma non sull’orgoglio del suo popolo. Usciamo affamati ed impolverati per un breve pranzo, prima raggiungere il quartiere liberty, a ridosso della zona delle ambasciate. La collina che lo alloggia è ad un paio di chilometri di lungo fiume, un rilievo piuttosto molle, dissestato da una idrogeologia che ne mina la stabilità. Di strada una osteria cucina khinkali, campanelle di pasta ripiena di carne e spezie, vagamente simili ai ravioli. Dimensioni e forma ne caratterizzano il servizio caldo e senza posate. I khinkali vanno consumati con le mani, portati alla bocca e mordicchiati per assumerne il succo di carne. Squisiti! Mangiamo in fretta, la delicata architettura di inizio novecento ci attende sull’altura che la città antropizzò un secolo avanti. L’impatto è forte, micidiale. Ogni edificio è un pericolo che soffre delle ferite degli smottamenti, di nette spaccature che ne pregiudicano la persistenza. Lesioni e cedimenti sono l’indice dei problemi, ma abbandono e incuria siglano l’impatto desolante dell’insieme. Tbilisi si mostra nobile e decaduta, rivelando precipizi senza ritorno tra passato e presente. Ne cammino le viscere affrontando altimetria e apparente ostilità, salgo le rampe di un palazzo nobiliare in rovina, fino al giardino pensile. Alberi secolari e arredi di pietra descrivono l’eleganza di un tempo, tutto il resto è presente e povertà, ma la prospettiva verso la città è mozzafiato: domina la collina, punta il fiume, insegue la valle fino a non smettere mai.</p>
<p>A cena Robert annuncia l’abbattimento da parte georgiana di due caccia russi in missione per bombardare la capitale. E’ il momento di concretizzare il pericolo, ma il concetto di bomba, di morte che arriva dal cielo, resta per me immateriale, continuando a frenare le paure. Dovrei acquisirne coscienza, considerare la situazione da una prospettiva diversa, fiutare il pericolo: i nemici non saranno teneri come garantito. Ma è tardi ed inutile formulare congetture, casa di Robert resta la garanzia di una serenità capace di limare paura ed ansie, effettive come mai prima d’ora. Il mattino dopo in ambasciata realizziamo del progetto di evacuazione per il primo pomeriggio, in Georgia rimarrà solo il personale strettamente necessario. All’alba i Russi hanno portato a termine il primo attacco alla città, radendo al suolo una fabbrica militare di componenti aeronautiche nella immediata periferia e pare che le uniche previsioni plausibili siano orientate verso ulteriori inasprimenti delle incursioni aeree. La lista in possesso dell’impiegato aumenta di due unità: siamo formalmente gli ultimi evacuati rintracciati dall’ambasciata. Strano essere questa parola, incarnare il soggetto delle preoccupazioni di Farnesina e Unità di Crisi, consistere come argomento principale di giornali e notiziari italiani. Eccessivo, forse, per il paradossale contrasto tra allarmismo ufficioso e tranquillità palpabile, rafforzato di tempo e pericolo, un mistero che mai decifrerò. Il centro è invaso di manifestanti esasperati dagli ultimi sviluppi: un paio di esaltati aggrediscono un operatore TV schiaffeggiandolo e sequestrandone telecamera e attrezzatura sotto gli occhi indifferenti della polizia; un anziana impacchettata nel suo foulard nero inveisce contro di noi senza un evidente motivo, ma con tutta la rabbia del suo popolo; migliaia occupano le gradinate del palazzo del governo chiedendo la cessazione del conflitto ed il ritiro delle truppe dall’Ossezia del sud. E’ tensione pura che cresce proporzionale al numero di morti ed al sentore di paura; è rabbia che trasborda per le infinite pene che l’ordine costituito impone all’innocenza della popolazione. A pranzo arriva la comunicazione del tempo e del luogo dell’esodo. E’ il 10 agosto e i 120 italiani presenti in Georgia saranno trasferiti in Armenia in meno di 10 ore e da lì, con aerei militari, trasportati in Italia con volo diretto. Robert ci scorta fino alla Piazza Europa, luogo dell’assembramento: l’atmosfera fronteggia il vissuto recente, le ansie allarmistiche di alcuni presenti superano di gran lunga ogni reale necessità. La paura li accanisce verso i pullman, vaneggiando le rassicurazioni dell’incaricato dell’ambasciata. Piccole zuffe segnano isteria e panico di chi brama ansioso di liberarsi della terribile esperienza di realtà, calpestando egoisticamente il vicino. Restiamo in disparte attendendo il nostro turno, disgustati dal mors tua vita mea che umilia il piazzale. Altri hanno lo stesso buonsenso e da loro apprendo più di quanto l’informazione ufficiale fosse stata in grado di garantirmi. La prima evacuazione è stata polacca: più di 500 persone trasportate in Armenia con una efficacia disarmante. Ripenso ai ragazzi conosciuti sulla Greinswald, mi domando se ne facessero parte. Diverso l’atteggiamento delle ambasciate Inglese, Francese, Tedesca e Statunitense limitatesi a consigliare ai propri connazionali l’abbandono del paese con mezzi propri. Alcuni stranieri saranno al contrario con noi: Ungheresi, Croati, Francesi, Inglesi, Portoghesi e Georgiani in un modo o nell’altro collegati da rapporti lavorativi o di parentela con il nostro paese. Un giorno racconteranno del gran cuore Italiano, artefice del salvataggio a dispetto della noncuranza del loro paese d’origine. Essere evacuato garantisce dei diritti altrimenti improponibili quali una scorta e la possibilità di infrangere tutto il codice della strada, senza alcuna ripercussione. Rossi e precedenze non esistono per l’autobus di chi è estraneo a quanto avviene, a dispetto di chi pagherà incolpevole le conseguenze delle scelte del potere e non del popolo. Ascolto in disparte le diverse esperienze vissute, più o meno direttamente, da chi le narra: la famiglia rimasta 3 giorni all’interno dell’aeroporto nella speranza di un volo per l’Italia; il cuoco sposato alla Georgiana che vive e lavora ad un chilometro dalla fabbrica bombardata; il responsabile di una ditta edile italiana, operativa in Georgia, riuscito ad evacuare anche i suoi operai slavi. Il clima è elettrico, tutti hanno qualcosa da raccontare, tutti sembrano aver riacquistato il coraggio ad esporsi, totalmente assente nelle fasi di appello ed imbarco prepartenza. Frontiera e conseguenti formalità ritardano notevolmente l’ arrivo a Gmyuri, città aeroporto ritenuta ideale per il definivo rimpatrio in Italia. Il viaggio è estenuante e cado in un sonno profondo e liberatore fino alle 4.00 di mattina quando delegati della Unità di Crisi accolgono con un banchetto ristoratore all’aeroporto della cittadina armena, appositamente operativizzato. Subito dopo la partenza. Rifiutiamo l’imbarco in sette, l’Armenia è più o meno in pace e chiunque potrebbe decidere di restare. Il viaggio in questi splendidi luoghi è appena cominciato e la consapevolezza di attraversare paesi non proprio serenamente amministrati è forse la vera origine della sfida. Nulla mi porterà in Italia anzitempo e nessuno mi convincerà che uno stupido e rassicurante villaggio turistico è meglio di questi luoghi di vita vera. Imbarcato l’ultimo Italiano, un simpatico napoletano emigrato in Georgia per amore, restiamo io e Rossella, una coppia di ragazzi di Cuneo, due cinquantenni inglesi ed un ragazzo portoghese con ambizioni giornalistiche. La voglia di viaggiare sconfigge tutte le remore ingiustificate ed insieme organizziamo per raggiungere Erevan, per poi disperderci nuovamente ognuno per la propria strada, ognuno per la propria avventura.</p>
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Yerevan  11/08/2008<br />
Fu pioggia per quaranta giorni e quaranta notti, fu acqua che sommerse terra e corruzione, fu castigo e condanna che il dio del pentateuco inflisse impietoso ai figli. Fu il padre che uccise la prole, nell’attesa che i primi macchiassero di deicidio, i secondi martirizzassero nel suo nome, i terzi disconoscessero la reincarnazione. Fu Noè, ultimo dei millenari, a perseverare l’esistenza della vita navigando i mari della redenzione, fino ad arenarsi sulla terra riemersa il diciassettesimo giorno del settimo mese. Fu un arca in legno di cipresso, stipata di uomini ed animali, alta tre piani, lunga trecento cubiti e larga cinquanta a contenere la vita divinamente rigenerata sulla cima dell’Ararat, il monte che per gli armeni è la “Creazione di Dio”. Cinquemilacentosessantacinque metri di terra e roccia che dominano paesaggio e storia, simbolo geografico e geografia simbolica di infinito passato. Alle pendici è Yerevan capitale, tra le più antiche al mondo: bruciata, distrutta, saccheggiata, insultata, mortificata. Yerevan è brutta e grigia, è accozzaglia di edilizia dequalificata e filosovietica, è morfologia anomala di pendenze e spianate, è luogo dove tutto è accaduto denso e straziante come il percorso della sua gente. Ho profonda simpatia per il popolo che ha sofferto come pochi altri, che geografia ed economia hanno da sempre relegato a vittima secondaria, priva di valore e spessore al cinismo del mondo. Gli Armeni originano in Anatolia da civiltà antichissima, filtrano culture e società, producono ricchezze e invidie, determinano fortune ed ostilità. Gli Armeni, come gli Ebrei, sono e saranno per sempre genocidio, scellerato tentativo di annientamento del diritto ad esistere, ad essere, a respirare,! Gli Armeni, a differenza degli Ebrei, sono e saranno per sempre oblio, ingrato artefice di irriconosciuta ingiustizia, tragedia, sofferenza! La storia è dei vincitori, la giustizia dei potenti, la verità di nessuno. Numeri e motivazioni sono tutt’ora variabili indefinite a fronte del negazionismo turco. Due milioni erano le esistenze nell’Armenia Occidentale Ottomana prima che il debole Impero, destabilizzato dell’avanzata russa nel Caucaso, della minaccia su Costantinopoli, dell’indipendenza greca, principiasse lo sterminio per mano assatanata di curdi e milizie irregolari. Fu miccia xenofoba e nazionalista che cassò secoli di tollerante convivenza, furono un milione e mezzo di vittime dei pogrom perpetrati da Ottomani e Giovani Turchi nell’arco del ventennio che cavalcò l’ottocento ed il novecento. Condannati dallo scomodo legame ai fratelli russi, dell’aspirante indipendentismo, da indiscusse abilità mercatali, sfuggirono la vita per mezzo di sistematico annientamento, concepibile come il peggiore degli olocausti. La versione dei carnefici minimizza e giustifica il massacro come conseguenza di guerra civile ed epidemie, l’evidenza degli armeni grida la rabbia dei morti e soffre l’invisibilità che sommerge il Metz Yeghern - Il Grande Male, come la terra sommerse impietosa le vite violentemente stracciate il secolo addietro. Parallelismi perversi che incollano al popolo ebraico, fratello di genocidio e diaspora; perpendicolarità crudeli che slegano gli esiti dei due destini. L’Armenia era occidente ed oriente da sempre; la seconda sopravisse la prima perché il transcaucaso fu Russo a partire dal diciannovesimo secolo. Argentina, Russia, Stati Uniti e Francia furono i luoghi di riscatto ed epicentro di vita lontana da sangue e terra. Oggi gli Armeni intorno al mondo sono diecimilioni, stamane gli armeni in Armenia sono duemilioninovecentottantaduemilanovecentodue più due: Miriat e Hasmik. Angeli di carne e cervello consumati dell’appartamento che vivono al sedicesimo piano nel quartiere nordest di Avan, sulla collina che sfida l’Ararat come babele oltraggiò Dio. Scale, ascensore, struttura sono disastro che dissolve della quiete serafica di modi e fortune che i due concentrano in meravigliose esistenze. Lui serve agenzia di consulenza finanziaria inglese; lei ha volato da giornalismo patetico e fazioso dei suoi luoghi a bellissimo sociale di hippoterapia per bambini autistici. Lui vive di numeri, finanza e sorrisi; lei sfianca di stallaggio e addestramento, piena di vita che aberrazione di uno dei più bei mestieri al mondo aveva negato. Entrambi sono enorme stimolo al confronto, come il mondo che accolgono giornalmente tra le decrepite mura dell’edificio che brilla di loro presenza. Impattiamo in Miriat dopo tre ore di taxi che disegnano la spezzata tra Gmiury e la capitale. Tra i passeggeri primo a congedare è l’aspirante giornalista lusitano, un contatto in città dovrebbe rientrarlo in Georgia. Notizie di un cameraman olandese morto sul fronte osseto sono piuttosto recenti e invidio coraggio interiore del minuto portoghese. Tic infiniti ritraggono nevrosi di ambizioni troppo grandi confrontate a fisicità e presenza, ma corpo e forza sono mezzo inutile senza acume e vigore di stretta di mano convince di determinazione. L’auto riparte in direzione Hanrapetutyan  Hraparak - Piazza della Repubblica dove è lo Sheraton, punto di arrivo per la coppia di Inglesi, protagonisti di estenuante contrattazione in partenza e felicemente globalizzati per $ 100 a testa nella lussuosa catena alberghiera. E’ il Kentron - Distretto Centrale, salotto di  fontane e neoclassicismo che raccoglie attività amministrative, politiche e commerciali di città e nazione. Planimetricamente ellittica, la piazza converge dei maggiori assi stradali, scenografati al punto di incontro da arcate in pietra rossa che perimetrano discretamente. Museo nazionale d’arte e giardini ben curati indirizzano sino alla successiva Piazza Shahumyan ed al municipio determinando geometria di asse minore dell’insolita figura. E’ mattina presto. Rossore di alba che incendia l’Ararat all’ingresso in città è memoria recente; centro e periferia dormono ancora il sonno dei vivi che eccessivo anticipo sui tempi previsti circonda di silenzio incomparabile. Abitato assopito, vergine come mai di logorio e fremito, e lasso di tempo, che lega attesa d’incontro, sono giusto filtro per sedimentare il vecchio e ricaricare il nuovo di necessaria energia. Due caffè riducono il tempo, odore di erba bagnata intorno al chiosco dilata le narici di olfatto familiare. Il peso della notte insonne svanisce contemporaneo al crescere di nuova eccitazione: lontano un paio di chilometri verso nordovest è il Tsitsernakaberd, monumento alle vittime del genocidio. La collina che lo alloggia ne è base da quarantasei anni e perde visibilità in diversi scorci del centro, ma è simbolo di popolo fino alle viscere ed ogni 24 aprile trasforma di pellegrini affinché il mondo non dimentichi mai!</p>
<p>Miriat è piuttosto magro, spalle larghe ed ossute ne incuriosiscono la figura in un triangolo scaleno capoverso. Copre pesantemente la distanza in legno chiaro dall’ingresso alla cucina: lavash ripieni di formaggio di capra, pakhlava, madzoon con madzouk1 ed una coppia di polacchi, ospiti consolidati, valorizzano accogliente benvenuto. Finestratura a nastro sulla destra inonda di luce solare i colori acidi del salottino che accoglie la colazione ed apre inaspettate visuali sulla città. Finalmente domino mistero e morfologia, d’incanto oriento i sensi escludendo tranelli d’altimetria e quote. A sudovest Yerevan esplode bella e complicata lungo la linea che ipotetica salta le valli e adagia colline e monumenti del Parco della Vittoria e del Tsitsernakaberd. Attraente prospettiva e volontario astigmatismo che escludono a priori cancro d’immediatezza prossima e giustificano aspettativa per uno dei luoghi più antichi al mondo. E’ veduta meravigliosa di panorama che stigmatizza bruttura del contenitore e del nordest periferico di Avan distretto, sei chilometri dal centro. Espansione urbanistica di blocchi e disservizi di stampo sovietico che avvilisce per abbandono ed intriga per vitalità. Sazio di spazio e distanze, punto famelico il quadrilatero di divani che accoglie i commensali. Ingollo ennesima dose di caffeina fiducioso di sovraddosaggio sostenitore di fisico e volontà per intera giornata; cerco l’Armenia e la sua capitale da sempre, da quando le tragedie dei popoli mi sono entrate dentro ed è bello averne sete e poterne dissetare. Rientro discreto il mondo altrui, visibilmente stordito di verbosità dalla giovane polacca: Annuska è fiume di aneddoti e prolissità che sfiancano fino ad alienare. Il compagno padroneggia ermetismo genetico e conseguenziale, indispensabile appiglio di sopravvivenza; Miriat congeda in un attimo, lavoro e libertà lo attendono; Rossella salva se stessa sotto lubrificante doccia, come ama definirla; io perpetro l’abuso di caffè, il sonno sarebbe intollerabile resa. Il terrore plausibile di sfinimento ha epilogo miracoloso per volontà dell’entropica oratrice, attesa all’ambasciata Iraniana per motivi di visto. Libero ed incredibilmente desto saluto la disequilibratta coppia, esprimendo implicita solidarietà alla componente maschile dell’assurdo duo. Rossella ricompare opportunamente a pace riconquistata e propone in ordine cronologico Echmidiazin e Ashkarat: località dal sapore ecclesiastico poco fuori la capitale, facilmente raggiungibili via Marshutka. La cristianità in Armenia vanta tradizione antichissima consacrata a religione di stato nel 301 dc. Centocinquanta anni dopo la Chiesa Apostolica Armena, non partecipò al Concilio di Calcedonia cui le disposizioni condannavano il Monofisismo, ovvero l’assunzione della sola natura divina del Cristo; nel 541 inoltre decretò la propria scissione dalla Sede Apostolica Romana rigettandone le posizioni Duofisite e assumendo una propria identità Miafisista2. La risultante è fede antica e radicata che invade il territorio di religiosità fisica e spirituale caratterizzante un sistema unico e diffuso di mistica trascendenza. Colline, valli, pendii prescindono di natura per scenari di puntuale presenza monastica; paesaggi e territorio determinano del contegno di chiese, cappelle e monasteri impattanti almeno quanto smottamenti e idrogeologia. Il primo obbiettivo, venti chilometri ad ovest della capitale, è città sacra e sede del Katolikhos, capo della Chiesa Apostolica Armena. Fondata nel IV secolo ac, fu capitale per almeno altri cinque. Ai principi del 300 d.c. San Gregorio Illuminatore, ebbe visione del Cristo sceso in terra a colpire il suolo con un martello d’oro, e fece costruire la Cattedrale che ancora oggi è monumento più importante della città. Egli stesso ribattezzò l’abitato col nome attuale che vale appunto “Il luogo dove discese l’unico figlio”. Per respirarne il misticismo è necessario raggiungere il centro, in prossimità della stazione degli autobus, ed imbarcare la solita disastrata Marshutka. Il saluto a Miriat, l’inquietante ascensore, i percorsi sconnessi e la scala che serpeggiante sconfigge verso il basso quote e livelli, fino a raggiungere il cuore pulsante del quartiere, scandiscono di lentezza dinamica il ritmo che l’afa impietosa impone. Tutt’attorno è commercio, vita, bellezza. Vecchine infoulardate, secolari ed ambulanti, propongono in rispettosa fila prodotti di terra e sudore; baracche labilmente stabili dispensano alimenti artigianali di forno e macelleria; insegne luminose e decontestualizzate introducono la grande distribuzione banale e inquinante al centro fisico del delirante paradiso. Densi particolari sfuggiti all’attenzione del viaggio di andata immerso nella comodità della Volga, incantevole automezzo attempato ed esclusivo prodotto per elite e nomenclatura sovietica, vettore mattiniero di fiacchezza e brama di riposo. Orientarsi è facile, la colonna bianca di ruggine e gomma attende il proprio turno ad un centinaio di metri, nel punto dove la strada biforca per arrampicare i tornanti che collegano di asfalto l’apice della collina. Efficacia e capillarità contrastano l’aspetto inaffidabile delle Marshutka, garantendo partenze frequenti e puntuali al prezzo di pochi centesimi di euro. La via per il centro è lunga discesa fiancheggiante il fiume Harzdan che ha sorgente nel Lago di Sevan e affluisce nell’Aras, fratello maggiore al confine con la Turchia. Dall’alto, a metà percorso, impone armata e fiera Mayr Hayastan – Madre Armenia, patriottica sostituta di un monumentale Stalin dal 1967, da 42 anni protettrice con spada e vigore di figli e terra. Si struttura di forte acciaio ed iconografica bellezza, domina il paesaggio, accende l’anima, conquista il circostante. E’ monumentale presenza che accompagna e insegue fino alla curva di taglio dove la via immerge in fitto boscheto e degrada di quota per raggiungere il rudimentale parcheggio di connessione al trasporto extraurbano. La successiva ora è ancora affollatissima Marshutka che fende indifferentemente città e campagna fino a vomitarci ove prestabilito. Echmidiazin e Ashkarat non emozioneranno: la prima è cattedrale, convento e giardini di pietra rossa e architettura modesta che stordisce e non coinvolge; la seconda è sistema di tre cappelle rurali che tempo impietoso e patina di natura hanno reso insipidi ruderi. Apatico approccio che riprende di stimoli e vigore solo al tramonto, in Piazza della Repubblica, sui gradoni di pietra chiara ed accecante che lievitano l’edificio del museo tra fontane zampillanti energia e vitalità di occhi attenti e melodico vociare. Miriat e Hasmik attendono per cena e con essi il duo polacco forzatamente trattenuto in Armenia da tempistica burocratica. Una buona cena italiana è pungolo per nuova conversazione che fonda di geopolitica e strategie di viaggio. Eventi antichi e recenti chiudono l’Armenia sull’asse est ed ovest e concedono unica chance di proseguire lo scacchiere caucasico verso sud. L’Azerbaijan, prossima meta, è possibile esclusivamente attraverso l’Iran e ottenere un visto di transito è priorità assoluta del nuovo giorno.</p>
<p>Noia e lungaggini amministrative segnano il tedio mattiniero, l’Armenia persiste incompiuta nei miei pensieri. Come un desiderio che avvera e delude perché inconcretamente banale, perché fottutamente insignificante. Non lo credo, i drammi sono veri, reali, difficilmente mentono. Annidano in luoghi precisi, per poi esplodere di scintilla che infiamma ragioni e scetticismi e addensa energica pulsione che irrimediabile rigenera! E’ un attimo, un infinito attimo. E’ il sorriso dell’impiegata iraniana, donna e madre addetta al ritiro delle pratiche, che finisce il malumore e riempie di umanità odiosi metri quadri di attesa e burocrazia. E’ sensazione bellissima di Armenia che improvvisa rinasce e fortificata incoraggia il momento di Tsitsernakaberd. E’ prospettiva d’impatto che sconfigge ultime incompiutezze fino al fondo della tragedia, restituendo spirito e fiducia. Filtriamo di passeggio i quattro chilometri che congiungono in linea d’aria principio e fine dell’ultima rivelazione. Indispensabile prefazione di vera Yerevan, atemporale esistenza che demolisce vetrina e immagine del centro per esprimere l’apice della propria identità. I colori del mercato, il neoclassicismo del Kentron, la monumentalità sovietica di City Hall e grandi alberghi, sequenziano il lungo percorso verso nord est, vestendolo di ingenuo protagonismo, che di grazia scompare in prossimità del Haqhtanak, viadotto di connessione tra gli estremi del profondo solco segnato dal Hradzan. La prospettiva arricchisce di scalinata che monta la collina e induce alla Fabbrica Ararat, storica produttrice di prelibato Brandy Armeno. Poi la via curva a destra e prosegue di iperbole sino allo stadio ed oltre, gimcana di ostacoli morfologici e abbandona il cemento immergendosi di natura arbustiva. Fitta foresta che limita e acceca il circostante fino a riprendere angolazione alla sommità della collina, dove finalmente domina ed emoziona la tragica monumentalità che macchia indelebile la storia del mondo. Ciclopica pietra grigia, plasmata in sottile stele piramidale, accoglie e introduce. Quarantadue metri verticali di geometria solida che punta il cielo e spacca di netto, come omaggio di rinascita e rimpianto per l’unità del passato. Più indietro, in direttrice longitudinale, dodici imponenti bastioni orditi su trama circolare inclinano concentrici a proteggere da oltre quattro lustri il vigore della fiamma eterna. Sono le dodici provincie perdute nell’ingiustizia del tempo; è l’Armenia monca di braccia e gambe al di là dei confini turchi. Strette feritoie invitano all’interno, pochi gradini selezionano la spazialità, nudo marmo assoggetta ogni velleità. Armonico silenzio impone spontaneo e fluisce melodico contaminando la serenità del vento. Accomodo discreto, tra due province, cullo pacifico di quiete protettiva e saturo esausto di energia entalpica. Focalizzo centro, fuoco, incolpevoli petali di fiore adagiati a pavimento; ipnotizzo di interminabili secondi irrigidendo di schianto fino a rallentare basilari funzioni vitali. Alito lento, non più dai polmoni. E’ lo stomaco a procrastinare stato e estasi, a gestire la deflagrazione di sensi e sensazioni. Assordo indifeso di grida, lacrime, coraggio fino a girar di testa, fino a vomitare aria e dolore. E’ fraintesa follia di bagaglio ancestrale che esplode da dentro, colpevole di assordante silenzio. E’ voce di tutta la merda del mondo che appesantisce ogni esistenza e irrimediabile insozza l’anima dell’umanità. E’ un istante di ore che persiste per la via del rientro, all’interno della marshutka, sul volto di chiunque e rilassa solo al riparo delle mille opportunità garantite dalle mura domestiche di Miriat e Hasmik. Cena e dopocena hanno novità in una coppia di giornalisti tedesco-polacca di ritorno dal Nagorno Karabakh, fazzoletto di terra e montagne e origine secolare di conflitto tra due popoli da sempre antagonisti per religione e strategie di ordine superiore. Sette giorni on the road nella regione a maggioranza Armena, secolarmente contesa e politicamente circoscritta come Azera dal bolscevismo di inizio novecento per illusa aspettativa espansionistica del Marxismo-Leninismo fin oltre l’Anatolia. Il disegno Staliniano puntava ingordo l’accrescere della propria sfera d’influenza sulla Turchia post conflitto infervorando i legami di etnia e fede tra i Tǖrk dell’area. Finalmente padroni del transcaucaso nel 1920 i sovietici in cerca di consensi promisero il Nagorno Karabakh, il Nakhchivan e la provincia di Zangegur (striscia di terra che separa il Nakhichevan dal resto dell&#8217;Azerbaigian) all&#8217;Armenia, per poi disattendersi completamente. La glasnost di Gorbaciov, all’atto delle nuove indipendenze, inflisse il colpo mortale confermando la frettolosa quanto mai definizione di confini e aree di influenza, in completa disarmonia con etnie ed evidenze storico culturali. Il resto è storia recente antica milioni di lune. Gli armeni occupano militarmente l’area rivendicandone la sovranità; gli azeri abbozzano per evidenze tuttora inspiegabili. Territorio e popolo sanguinano anni di guerra e povertà: strade, servizi, possibilità sono lontano oblio di diritto a giusta esistenza; l’energia elettrica è chimera di pochi minuti al giorno; il valore della vita è giocattolo impietoso nelle mani di cecchini e paramilitari. Il conflitto origina nel 1998 e perpetra tuttora odio e morte, incurante delle risoluzioni ONU per un accordo tra le parti. Vodka e delizie caucasiche stimolano il confronto: Hans è in gamba e illustra con sagacia l’eroico trascorso avvalendosi di precisa cartografia. Delinea  direttrici d’invasione, individua zone di conflitto, cerchia emergenze e distruzione. Assorbo ogni imput, fagocito considerazioni ed esperienze, fido di coraggio e curiosità incurante di oggettive soggettività che inevitabilmente inquinano. Divergiamo di opinioni e ideologie e ne disapprovo interpretazioni di causa ed effetto, ma la storia di un viaggio è bellezza universale che assimilo avido e puntuale ogni volta che posso.</p>
<p>Il risveglio ha sapore e arsura di Vodka che rincoglionisce ogni azione, ma Hasmik angelica propone abbondante colazione, corretto rimedio per principiare il nuovo giorno. Magra fino ai nervi e scura come la sua terra è bellezza di fascino, piuttosto che fisica. Naso aquilino e labbra sottili delineano intelligenza di occhi profondamente sereni; ventre piatto e addominali torniti donano sensibile mascolinità ad infinita dolcezza. Inaspettatamente operativi, restituiamo il giaciglio della notte alla funzione primaria di salotto e fabbrica di sogni. Saremo in otto a gustare delizie e leccornie armene nel rilassante tepore che il sole mattutino generoso irradia dall’ampia finestratura della cucina. Dimitri e Ivana sono russi e forti dei loro 20 anni. Il sangue slavo ne domina irrimediabilmente fisicità e carattere, ma calore e profumi di una splendida mattina armena plasmerebbero anche il ferro in oro. Lui, biondo e prestante, siede disinvolto in posizione diametrale alla mia; lei, timida e minuta, esplode di bellezza al suo fianco. Entrambi sono perfettamente a fuoco nel cono ottico di ogni passibile curiosità. Il conflitto russo georgiano ne ha dirottato aspettative e programmi dall’Abkazia all’Armenia, ripiego e occasione per ricongiungersi a Miriat e Hasmik, amici di vecchia data. La scarsa verbosità mattutina è ostacolo che limita possibilità e relazioni, ma fremo di avida curiosità. L’Armenia è storicamente filorussa, unico plausibile alleato del confuso melting pot di etnie e religioni dell’area caucasica, e dispone di un organo informativo univocamente russofilo. La guerra è tuttora inumana realtà, faziosamente divulgata per  mezzo di estenuanti notiziari che principiano puntuali della scritta cubitale “CATASTOFE UMANITARIA”, sagacemente arrangiata di musica drammatica ed immagini toccanti. L’intervento russo appare divina contrapposizione al massacro nel territorio degli Osseti. Putin ed il suo burattino sono cavalieri di cappa e spada, salvatori di vite umane e nemici del sanguinario diavolo Georgiano. Distorsione di immagini e cifre completano il delirio di falsità, proporzionando il numero delle vittime a millequattrocento unità. Valuto i miei interlocutori sulla base di tali informazioni e sorprendo di enorme capacità critica. Hasmik conosce le strategie d’informazione per mestiere, Dimitri è sveglio è piuttosto antagonista all’attuale politica del suo paese. Entrambi, però, convengono dell’avventatezza georgiana. Sfidare il gigante russo, nell’opinabile illusione di supporto statunitense alle proprie ragioni, è vano miraggio o forse stupida cecità. Il sogno di sovranità politica sulla completa geografia georgiana è oramai incubo irrimediabile di definitiva presenza russa nei territori contesi. Ne apprezzo considerazioni e orientamento e continuo curioso, su linee generali, per definire meglio una idea dei due. Scopro che Dimitri è nostalgico sovietico, nonostante la giovane età, e che Hasmik è per l’attualità, anche se ne ammette come unico tangibile beneficio l’indipendenza. Ebbe infanzia di famiglia benestante aggrappata all’economia piuttosto stabile del paese e del regime, poi storia e inflazione trasformarono il denaro in carta straccia, dissolvendo fortune secolari. I ricchi mutarono poveri e il denaro fu questione di nuovi cinici faccendieri.   Roberto, nelle conversazioni sul suo passato di armeno georgiano, confessò il medesimo status familiare e smarrisco nell’improbabilità di afferrare l’arguta relazione tra comunismo e ricchezza individuale. Dimitri interviene didattico ed illustra meccanismi in cui le allora repubbliche federate spaziavano di discreta autonomia economica, gestibile a seconda delle proprie capacità ed Armenia e Georgia furono abili a massimizzare assurgendo a ruolo agiato tra i territori dell’immensa URSS. Adoro illuminarmi di conoscenze dirette e provo pena atroce se interrompono, ma ambasciata Iraniana e lago Sevan sono prossimità inderogabili. Carichiamo zaini e malinconia, ma congediamo felici perchè viaggiare è intense memorie, è ricchezza di valore assoluto, è vittoria che umilia oblio e desuetudine ed immortala Miriat, Hasmik e gli altri come eroica umanità che quotidiana rende il mondo un posto migliore.</p>
<p>9<br />
Sevan  12/08/2008<br />
In passato era Gockha (lago blu), quando i Turchi presenziavano ingiusti l’area, poi legenda narra che i corpi degli invasori, sconfitti dalla volontà di Dio, colorarono l’acqua di nero. Quel giorno gli Armeni, rifugiatisi sull’isola dove sorge il monastero di Sevanavank, ribattezzarono il lago della nuova tinta: Sevan3. Milleduecentosessantasette chilometri quadri che arricchiscono la provincia di Gegharkunik e l’Armenia intera di uno dei più grandi bacini d’alta quota del mondo. Altitudine e peculiarità morfologiche condizionano storicamente l’esistenza dello specchio d’acqua che sopravvive del perfetto equilibrio tra immissari, evaporazione ed emissione nel fiume Hrazdan4. I sovietici valutarono tali condizioni come spreco di energia e, sulla base di discutibili elucubrazioni ad opera di Soukias Manasserian, ingegnere civile che ha perpetrato il disastro ecologico del Lago d’Aral, considerarono l’ipotesi di sottrarre quarantacinque metri al livello dell’acqua per diminuire la superficie di evaporazione ed utilizzare i metricubi ricavati nel campo dell’energia idroelettrica e dell’irrigazione. Un successiva proposta di Stalin aumentò il saccheggio a 55 metri, così da generare una riduzione perimetrale di circa 180 chilometri ed una diminuzione volumetrica dagli iniziali 58 chilometri cubi a soli 5 progettuali. Il Soviet Supremo Armeno macchiò dell’approvazione di tale follia nel trentatré, ad insaputa del popolo, e sedici anni dopo ultimò i lavori di abbassamento del letto del Hrazdan e di realizzazione di un tunnel, quaranta metri sotto il livello originale dell’acqua, per la produzione di energia elettrica. Dissennatezza e ottusità erano base dell’approccio sovietico all’ecologia e risultante fu minaccia di sopravvivenza di specie marine e terrestri, che del lago vivevano, e rilevanti trasformazioni di equilibri e morfologia dell’intera area. L’isola del medievale monastero divenne penisola, le coste riempirono di spiagge, fenomeni di eutrofizzazione accanirono di ulteriore disastro. La morte del macellaio Georgiano rinsavì pianificatori e progettisti che valutarono le condizioni del Sevan prossime al collasso ecologico. Nacque un “Comitato Sevan” con intento di recuperare l’ecosistema in pericolo e numerosi progetti furono approntati per ristabilire il livello originario attraverso tunnel sotterranei collegati ad altri corsi d’acqua. Fu unione di popolo comune, fu sentimento di appartenenza ed identità, fu indissolubile legame antropologico, fu infinita entalpia umana che sopravvisse il lago e la contagiosa bellezza che lo circonda. Dolci montagne di seta degradano rotonde e sensuali incorniciandone il periplo e proseguendo fin oltre a estenuare di superba maestosità. Accompagnano circolarità di inizio e fine, allontanano di molteplici direttrici e scenografano accessi e percorribilità. E’ miracolosa natura che principia poco fuori la capitale e prosegue indiscussa per settanta chilometri di salite e tornanti, fino all’incredibilità della realtà. La marshutka che traghetta in paradiso, incerta e affollata, stipa diciotto condiscendenti presenze che boccheggiano di calore e spazio. In mattinata il recupero di passaporto e visto è formalità rapida, orientare la via delle partenze per Sevan è impresa oltremodo ardua. Il muro linguistico è ostacolo che rende indimenticabile ogni vittoria ed indovinare stazionamenti e partenze gratifica quanto la più difficile delle prove. Il carroccio di lamiera preposto è pieno per metà e leggi di quantificazione economica impongono totale occupazione di posti a sedere. E’ attesa di un ora che pungola e stimola di vita locale e considera, ipermetrope, singolarità umane che travestono da compagni di viaggio. Donne anziane una vita, oberate di pacchi e pazienza, addobbano di colori e dolcezza le interiora ferrose del furgone; un uomo assonnato occupa il più scomodo dei sedili e pendola armonico delle ondulazioni di tragitto; la giovane grassa alla mia destra impone presenza di sudore e fisicità, occupa il doppio di quanto le spetta e definisce scomodità inderogabili del trasporto caucasico. Ma spettacolo di paesaggio rigenera ogni malessere ed è stupendo perdersi cullati del velluto porpora che accende di bellissimo sole sinuosità montuose, come marchio indelebile su pelle e anima. Centottanta infiniti minuti di meraviglia assoluta che ultima nella modestia di Sevan, omonimo agglomerato di ventimila presenze che ebbe natali centosessanta anni orsono per mezzo di esiliati russi. La realizzazione sul territorio di un immenso ospedale psichiatrico con oltre mille posti letto rese famosa la località, che inseguito riconverti ambizioni e fortune sul profilo turistico. Acque estive miti e litorale sabbioso garantirono flussi di villeggianti, sovradimensionando il territorio di edificazione in stile sovietico. Oggi Sevan patisce di fatiscenza e percorrerla è impatto forte. L’abitato è distante a piedi dalla costa, deliranti resti di Luna Park inframmezzano. Pretenzioso cemento solitario che macera di abbandono tra percorsi sconnessi e simbolica decadenza. Il centro domina di scheletro circolare, ameno ricordo di ruota panoramica pietosamente piegata agli eventi. Piccoli armeni moccolosi ne godono poco ortodossamente, li superiamo. Interrompono per osservarci, siamo insoliti alieni sulla certezza dei loro percorsi. Seguono di sguardi lungo la linea retta fino al cancello che chiude il parco ed apre al lago: varco ideale tra mondi incompatibili per eleganza e vivibilità. Ruoto trecentosessanta gradi inebetendo di bellezza. Tutto circonda di eterea cortina montuosa, che abbraccia tenera la propria creatura e guarda oltre. Il cielo infiamma di imbrunire che approccia timido montagne e valle, per poi esplodere di tramonto. E’ idillio eterno nella quiete del silenzio più assordante, è il principio di due notti indimenticabili, tra stelle d’argento e pace assoluta.</p>
<p>10<br />
Yerevan  14/08/2008<br />
Al rientro illudiamo di partenza immediata per l’Iran, ma tempo e tempistica proporzionano inversi qui dove tutto scorre privo di precisa logica. Esiste un autobus settimanale diretto a Teheran che inganna di irragionevole aspettativa e vagheggia di impossibile. Prenotare due posti è discorso a lungo termine che scoraggia e reindirizza verso l’indistruttibile autarchica delle marshutka. Hasmik consiglia di pianificare per il giorno successivo quando, all’alba, giornalieri furgoni dirigeranno a Meghrì, città a confine di tempo e geografia. Un disatteso ritardo che complica programmi di percorso e arricchisce ulteriormente l’idea di Armenia. Il pomeriggio libero stimola verso la città di Artashat ed il monastero di Khor Virap, indiscusso compendio di millenaria storia e tragedia del suo popolo. Nasce ai piedi dell’Ararat, vive della sua splendida architettura e piange della sottile striscia di terra che limita di filo spinato verso sudovest. San Gregorio Illuminatore, ancora lui, visse prigione di tredici anni tra le mura monastiche, pagando il rientro dall’esilio in Cappadocia e la vendetta di Tiridate III. Il re intendeva i cristiani come disturbatori della società e ardeva di rivalsa per l’uccisione del padre Chosroe I ad opera di Anak, genitore del santo. Nel 301 dc, per eccessiva spinta antagonista all’ingombrante vicinanza romana, il sovrano proclamò il cristianesimo religione di stato ed individuo nel ripudiato Gregorio personalità in grado di traghettare il popolo verso la nuova fede. Ne perdonò il passato e sfruttò il carisma per il lungo processo di evangelizzazione che rese gli Armeni tra i popoli più cattolici al mondo. Raggiungerlo è impresa non di poco conto. Sarà un disastrato pullman di linea a gas a condurre nel mezzo del nulla, ove la via costeggia verdeggiante natura e biforca diretta in città o al monastero. L’attesa, per scarsità di collegamenti, supera i centottanta minuti ed è calore che impedisce il respiro. L’autobus staziona pachidermico in una sudicia area mercatale, nell’immediatezza della stazione dei treni e scrosta di colore sbiadito, vago ricordo di bel rosso fuoco. Sediamo, unici nel nostro genere, l’interno di similpelle e vetustà assoggettando, aldilà del vetro, attenzioni invadenti di sorrisi e finta indifferenza. Faccendieri annoiati scrutano sottecchi, ambulanti e massaie smarriscono della novità, navigati commercianti propongono improponibili affari. A bordo è vibrazione migliore, occhi amorevoli di femmina adottano inadeguatezza e diversità, accogliendo la presenza estranea come spontaneo grembo. L’innocenza della figlia è punto di incontro per sorrisi e curiosità. Cibiamo di frutta secca e gelato che la bimba offre secondo imput materni, definendo estatico interludio per lunghezze successive. Difficile difettare di fisionomia, l’umanità mi incide profonda l’anima, ma è quanto ingiustificato accade. Sbiadita immagine di eterno legame avvolge di angelico alone che obnubila e sublima dolcezza inestimabile, invadendo scrupolosa memoria raramente fallace. E’ assenza che non rimpiango. Spoetizzare di materia tale gentile bellezza sarebbe grottesco oltraggio, peccato mortale; annebbiarla di fumosa consistenza è giusta precauzione per protegge da oblio il bene miracolosamente ricevuto. Il bivio separatore materializza metaforico in venti minuti, emozioni e geografia dividono di strada curva che incide retta nel solco delle emozioni. Khor Virap, lontano mille metri, staglia l’orizzonte che abbozza di tramonto. La corriera allontana definitiva, magicamente rivestita di aurea sacralità, stupendamente abitata di cuore e amore. Non c’è via per il ritorno, l’ultima corsa per Yerevan perde considerazione perché eccessivamente prossima. Ma il presente non è futuro, in nessuna parte del mondo. Incamminiamo, Rossella è più decisa, io seguo a pochi metri nel silenzio che circonda, fino allo slargo dove scala emiciclica supera pendenza e titubanza. Cinquanta alzate regolari scandiscono l’ascesa sino alla spianata che uncina e poi libera di infinito. Approcciamo discreti il portale penetrando l’interno delle mura: acciottolato pavimento distribuisce graziosi corpi di fabbrica in pietra, limitati di bassa altezza e conclusi puntualmente di falde a tegole. Tutto è antico, solenne, penetrante. Un piccolo quartino, piuttosto decentrato dal percorso principale, introduce la botola che accede la prigionia di Gregorio. Calpesto incerto i confini, combattuto di fascinosa remore. Adoro materializzare storia e emozioni, ma claustrofobica ferita del suolo collega in verticale la grotta e ne subisco. Codardo rinuncio e rimpiango, manco della fede del santo o della disperazione del perseguitato. Osservo dall’alto, tremando di disprezzo l’invasione di viltà. Non giustifico la fobia, ma intendo l’accaduto come fisica esigenza di spazio. Viaggiare è l’opposto di limite e lo splendore intorno anima e amplia il sentiero che perseguo. Volto a ponente, qualche metro oltre è la favola a lieto fine. Ombre umane in controluce disegnano le coordinate che deciso indirizzo. Ararat compare enorme, la vetta innevata distanzia chilometrica le pendici che espandono piatte tutte le coordinate e bloccano rabbiose verso me. Violento confine di guerra e odio sfregia lineare sequenza che vorrei proseguisse naturale fino alla base del burrone che affaccio. Sarebbe giustizia riunire padre e figli a dispetto del premio sovietico ai turchi che, in anticipo al primo dopoguerra, ritirarono precoci e perdenti in cambio di maggiore vastità territoriale. Palafitte difensive umiliano della attitudine umana a confinare, dividere, separare; militari mimetici interpretano patetici il ruolo antitetico al concetto di libertà e movimento; stratagemmi dissuasivi illudono imbecillità cervellotica di controllo e stabilità. Scomode presenze che marcano irraggiungibile vicinanza e, paradossali, mortificano l’elementare concetto di appartenenza privando l’estasi della vista degli altri aspetti sensoriali. E’ bellezza unica di tristezza raramente percepibile secondo tale intensità, che disturba ed avvilisce il carattere di chi dovrebbe goderne per diritto di esistenza. Ma è, soprattutto, umana stupidità che nulla può oltre i propri limiti perché, come ogni sera, il tramonto indomito uccide il sole e perimetra di rosso l’azzurro che delinea il monte, fino a celare di tenebre lo spettacolo immenso di ciclico rinnovo che disintegra, incurante, l’umana  parte di idiozia. La notte avvicenda il giorno e istruisce il rientro. Il buon francese di Rossella è opportunità di passaggio ad opera di simpatici transalpini, armati di guida e autista locali, che accolgono i nostri passi fino a Piazza della Repubblica. Regola prima di autostop impone cordialità e dialogo, ma rifugio dietro onesta incomunicabilità. Sarà la mia compagna di viaggio ad impegnare tempo e attenzione dei salvatori d’oltralpe raccontando dei trascorsi Georgiani, secondo oggettivo punto di vista. Fuori è freddo, l’alta quota genera escursioni termiche che inumidiscono di brina il circostante, ma il tepore del furgone rilassa e culla della piacevole melodia di un idioma che amo e invita muscoli e tendini a godere dell’incredibile pace che intensità vissute rendono indimenticabili.</p>
<p>Principio e fine coincidono raramente, ma quando accade è dovere assumerne il senso. Yerevan fu all’ingresso così com’è all’uscita: avvolge di notte, invade di freddo, assorda di silenzio. La Volga preposta a fendere le tenebre, da Avan fino al periferico stazionamento di marshutka, ritarda arrivo e partenza abbandonando ogni sorte alla disturbante policromia delle insegne del supermercato. Le scale appena percorse sono cordone ombelicale che lega testardo il calore vissuto sedici piani più in su e recide traumatico all’apparire del singhiozzante vettore. L’autista sorride poco convincente e scusa di contrattempo invitando alla comodità dei sedili posteriori. E’ uomo senza età, inabile come pochi a guidare ed orientare la tentacolare città ed è miracolo recuperare nel doppio del tempo necessario la destinazione. L’arrugginita auto della nomenclatura approssima le marshutka, stazionate tra sparuti capannelli di uomini, in cerca di conferma sull’esattezza degli esiti. Impercettibili ondulazioni gestuali rivelano l’ampio spiazzo destrutturato di asfalto e abbandono corretto finecorsa ed invitano il trasbordo da un mezzo all’altro. Il vecchio autista precede cerimonioso, lo scruto anziano mentre libera gli zaini dal sudicio bagagliaio e provo pena per la stanca senilità che la notte sostiene come unica alternativa. La mancia triplica il compenso nell’illusione di alleviare l’agonia dell’uomo per il resto della notte. Lo sogno riposato e felice della sua vecchiaia, come è giusto che sia, ma dove il mondo è povero difficile che ciò avvenga. Intasca indifferente la somma, durezza di vita plasma inesorabile l’anima, ma labile smorfia di sorriso ne invade il volto rugoso e regala l’anelito di speranza che principia di umanità la nuova giornata. Saluta e scompare incerto, come apparso poc’anzi, segnando irrimediabile il congedo allo splendore della capitale armena, brutta ed intrigante come la più affascinante delle streghe. E’ tempo di prevista partenza, ma penuria di passeggeri ritarda ad oltranza fino all’effettivo riempimento. Due ore di congenito ritardo segnano l’attesa che stordisce di sonno laddove è impossibile riposare, ma consapevolezza di lungo e scomodo tragitto invoca riposo necessario al superamento dell’ennesima prova. Alla partenza tutti sono armeni ad esclusione nostra e di due baffuti e sinistri iraniani.  Nell’arco di mezz’ora il cemento cede a natura di montagne brulle e vellutate che accompagnano ripide ascese e scavalcano molteplici vette interposte alla meta. L’Armenia rurale è paesaggio lunare, è cespugli e arbusti che spadroneggiano occasionali verdi vallate, è paradiso di villaggi isolati da tutto e da tutti. Come Gor Atic, aggregato umano di paglia e case dove sopravvivono circa 30 anime. Il disastrato furgone elegge il tratto di statale che lo costeggia a ricovero dell’ennesima fatica, illudendo di ultimare la corsa con largo anticipo. Il motore perde olio, un problema di guarnizioni che usura ed eccessivi sforzi hanno sollecitato fino a perdere funzionalità. Caldo insopportabile sprona ad affrontare sole e canicola piuttosto che arsura di metallo e come d’incanto la marshutka svuota. Donne e uomini riversano sull’asfalto consapevolezze di abitudine che non apparteniamo, attendendo quieti il ciglio stradale, fumando e chiacchierando. E’ occasione che riporta il paesino alla vità e rianima successive ore da noia atavica. Invidio i compagni di viaggio di placida serenità, passivamente preposti alla lunga attesa; ignoro possibili scenari per ammanco di esperienza e intorpidita fantasia consumistica. La carreggiata opposta riempie di timidi spettatori che oscurano periodici al transito di mezzi roboanti e assistono imberbi lo scorrere degli eventi. Il cofano motore calamita attenzioni vicine e distanti, selezionando manipolo di passeggeri per effettive capacità di intervento. Confabulate elucubrazioni presuppongono passibili soluzioni, che sfuggo per idioma e incapacità. Il gruppo scoglie rapido alla ricerca di improbabile ricambio, espande radiale il territorio e monitora minime idoneità. Interrogo con Rossella di possibili evoluzioni, ma il miracolo che assisteremo è aldilà di nostre abilità. Il primo dei ricercatori, doppiato di magrezza e gioventù da pantaloni grigi e camicia di cotone, rientra un barattolo di Kotayk, birra locale; il secondo, più anziano e consumato, propone involontariamente comico una lattina di aringhe ancora grondante olio, insozzando i già consunti abiti; il terzo, corpulento e ben vestito, sconfigge di magro bottino, ma analizza critico e saccente le prede altrui. L’autista ritarda oltre tempo, prolunga la perlustrazione nella coscienza del ricambio perfetto: un foglio di latta circolare. Recupera il punto di partenza, esibendo orgoglioso trofeo e scartando impietoso opzioni altrui. Esperto e sicuro ridimensiona la lamiera secondo esigenza, la incide di due fori per alloggio di viti, silicona il perimetro necessario e trasforma semplice cartone in nuova guarnizione. Il guasto tramuta miracoloso in remoto passato e la marshutka riconquista gloria ripartendo musicata dall’avvezza ilarità dei passeggeri. Siamo in ritardo, ma poco importa nell’antropologica fallacità caucasica di orari, appuntamenti ed impegni. Viaggiare via terra ha unica certezza nella conclusione, modalità e tempistica contano quanto la solidarietà per i poveri del mondo! La corsa riprende singhiozzante di infinite soste di villaggi e caserme, l’autista arrotonda con servizio artigianale di ritiro e consegna pacchi, vincente per puntualità giornaliera e economicità dei prezzi. Il paesaggio desertifica all’approssimarsi del confine, strapiombi di gola rocciosa trattengono il torrente impetuoso che limita le nazioni, la strada è nastro parallelo che argina a destra di alta parete pietrosa e a sinistra di elettrica rete metallica. Meghrì appare improvvisa. E’ poche polverose case di settemila anime, nota al mondo per essere stata al centro di improbabili strategie tra Armeni ed Azeri nel 2001 per la risoluzione del problema del Nagorno Karabakh. Accordi di potere, caldeggiati dagli U.S.A., proponevano l’esproprio dell’impalpabile agglomerato a favore dell’Azerbaijan per la costituzione della striscia di Meghrì, ideale collegamento tra la madrepatria e l’enclave azera di Nakhchivan, in cambio del riconoscimento della sovranità Armena del corridoio di Lachin via di accesso al Nagorno Karabakh. Grazie a Dio, o a chiunque per esso, l’intrigo dei potenti fallì per sommosse popolari e impedì ai soliti cervelloni di perpetrare l’ennesima tragedia dell’umanità.</p>
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Tabriz  15/08/2008<br />
Secondo Diderot l&#8217;ignoranza è meno lontana dalla verità del pregiudizio, ma evidenze inconfutabili di psicologia sociale ne legano indissolubilmente infime peculiarità. Da sempre giudizi prematuri originano posizioni relazionali antagoniste, basano su soggettività immotivate e generano preclusioni ideologiche, inducendo contraddittori punti di vista che assumono verità di preconcetto piuttosto che di riflessione, prolificano nel senso di appartenenza e determinano relazioni sociali. La politica del pregiudizio alimenta di menzogne e ignoranza, intese nell’accezione di scostamento tra realtà e percezione errata della stessa, plasmando menti e caratteri in funzione delle proprie esigenze e perseguitando, impietosa, chiunque sostenga diversità o rifiuti di conformare i principi generali del ordine costituito. Il mondo moderno, o meglio occidentale, sopravvive di due componenti fondamentali: poveri e nemici. Usa i primi e combatte i secondi saccheggiandone averi e dissetando del sangue, illude di discreti standard la vita di un sesto del mondo e innalza barriere ideologiche di religione, etnia e geografia per convincere che intorno è pericolo e ingiustizia. Perseguendo obbiettivi grossolanamente celati, anni orsono formulò l’idea di “stati canaglia”: nemici ideologici da combattere e conquistare per rendere il globo un unico grande franchising. Allinearsi è facile per chi può goderne, egoistica attitudine umana che affama di benessere e schiaccia i deboli. Subirne è genetico per miliardi di esistenze, questione oggettiva di origini territoriali e storiche. L’Iran è tutto questo: emblemizza discutibili antagonismi rendendo percezione di avversa presenza ai più che, superficiali, lobotomizzano di opinioni preconfezionate e incarna l’idea di nemico che l’oligarchia mondiale abbisogna per perpetrare la balordia dei propri interessi. Era un tempo Persia, quando nel novecentocinquantadue per volere dello Shàh Reza Pahlavi, rientrò le origini di millenni restituendo il suono Iran (paese degli Arii) a terra e popolo. Prodigio geografico di altipiani e depressioni che incernierano Asia ed Africa, senza minimamente appartenerne, è antinomia di culture e religioni che alimentano strategie superiori, assorbendone secolari conseguenze, e estremizzano paradossi geopolitici di insensate pedine che muovono incuranti di umana ratio. Crogiuolo etnico e linguistico di popolosa umanità, vive di settanta milioni di anime che pagano ingiustizia di intransigente regime e pessima reputazione, ma capitarci è benedizione divina che dispone a trecentosessanta gradi e smaschera finalmente le bugie del mondo. L’Iran, come nessun altro luogo, è storia propria che imbibisce di altrui volontà, saturando fino a esplodere di orgoglio e identità. Gode di spregevole appellativo, ingiustificato marchio a fuoco che estranea subdoli giochi di potere e vittimizza innocenza di genti in popolo malvagio. E’ immaginario comune che limita di faziosa informazione escludendo, a priori, alternative reali all’unica possibilità inculcata. Questioni di regime e religione non giustificano ostilità innate, quanto avviene è solita conseguenza di considerazione che la terra sia prepotentemente unica proprietà. Rifiutare volontà globali oggi è colpa violenta più di guerre ed omicidi e l’Iran, stanco di sbandierare come secolare vento impone, da trent’anni estrude di ordine globale ritagliando proprio spessore. Otto lunghissimi anni di “guerra imposta”, vergognosamente sostenuta dalla comunità internazionale, privarono di vita un milione di persone e logorarono economia e capacità di sopravvivenza. Storicamente l’odierno Iraq subì la Persia per secoli, sottomise all’Impero Ottomano e accettò di malgrado il controllo Britannico. Rivalità ancestrali per egemonia su Golfo Persico tra regione Mesopotamica e Persiana fecero il resto. Nel settantanove la rivoluzione Islamica di Khomeini sovvertì lo Shàh e ripudiò precedenti accordi bilaterali sostenendo nuovamente aspirazioni indipendentiste di curdi iracheni e riproponendo questioni religiose tra sciiti (Iran) e sunniti (Iraq) attraverso provocazioni di frontiera. Quindi fu guerra di estenuante equilibrio subdolamente sobillata da potenze internazionali che, ufficialmente ed ufficiosamente, sostenevano entrambe le fazioni. Unione Sovietica e Stati Uniti lessero l’area potenzialmente instabile e ne bramarono ricchezze di sottosuolo. Perseguirono la subdola strategia avvelenando di armi e infamia ambo le fazioni e prolungando a oltranza il conflitto fino a sfiancare i futuri potenziali nemici. Un lustro di distruzione e morte indusse Iraq ed Iran nel novecentoottantotto alla Risoluzione n. 598 dell’ONU, iniquo armistizio favorevole territorialmente ai primi e politicamente ai secondi. Saddam conservò territori occupati fino all’invasione del Kuwait, Khomeini rafforzò potere teocratico-dittatoriale tuttora palpabile nel governo Ahmadinejad. Ma vita vera sorprende sempre e di nuovo inebrio odore di popolo, profumo suadente che oppone fetore stantio di abusi e governo. Libertà e amore difficilmente procedono di pari passo, chi ha non da, chiude egoisticamente al mondo e confina erroneo di proprie paure. Contraddizione lapalissiana di consumismo e totalitarismo debellabile solo ed esclusivamente accettando qualunque diversità come patrimonio personale.</p>
<p>La frontiera è semplice, doganieri Armeni e Iraniani omaggiano gentili l’italianità, esibendo inaspettata preparazione verso origini, tradizioni e attualità dello stivale. Il confine territoriale tra le due nazioni segna, su consiglio dell’ultimo soldato, trasformazione obbligata di Rossella da femmina europea a mussulmana. In Iran la legge segue rigidi dettami islamici che impongono vestiario adeguato a tutte le donne, anche straniere: foulard a coprire capo e capelli e abiti lunghi fino a polsi, collo e caviglie.  Afa e calore non contano, la sharia è indiscutibile, infallibile, incontestabile. Il versante iraniano del confine non esiste di alcun mezzo di trasporto, ad eccezione esosa di taxì che fino a Tabriz, città sull’asse per Teheran, valgono 200$. L’astuzia dell’autista contrappone del sorriso precedentemente incrociato alla dogana. Raza è rotondo e miracoloso, allegria di neri occhi incornicia viso e carattere, illuminando di splendido sole l’approssimarsi dell’imbrunire. Rientra da breve viaggio in Armenia, saturo di prima esperienza fuori dei propri confini. Lo attendono amici di Tabriz, giunti al confine in TIR, ansiosi di conoscerne le incredibili esperienze. Azmir, Rabil, Mohammed sono disinteressata amicizia che accoglie festante le nostre stanchezze e offre spontaneo calore nelle quattro indimenticabili ore di viaggio che qualificano il più bel benvenuto immaginabile. Accomodiamo posteriorità di cabina, morbida cuccetta che rigenera membra e anima. Il TIR è delirio di musica, cibo, bevande e tabacco cullato dalla sinuosità del paesaggio al tramonto e dall’euforia dei nostri angeli custodi. Fuori è porzione bellissima di territorio, è sorpresa che esalta di imperdibile natura arida e rocciosa, prosegue di gola e fiume e sublima di desertico contorno, che valorizza e amplifica di immediata sintonia e convince Raza a estendere l’incontro alle mura casalinghe ed alla sua bellissima famiglia. A Tabriz, la maggiore città dell’Azerbaijan orientale Iraniano, 1.500.000 vite animano la quarta città dell’Iran, parlano Turk e distinguono di etnia Turco/Azera. Adagia inquieta 1350 metri sul mare nella valle circoscritta tra i monti Sahand ed Eynali e collega, focale, l’interno del paese al Mar Nero e il settentrione dell’Iran al resto del mondo. Secoli di invasioni e disastri naturali umiliano passato antichissimo rendendo l’attuale brutto e disordinato agglomerato di struttura sovietica, che oscurità di notte ambisce incapace a celare. Masouel, fratello minore di Raza, staffetta Mohammed e gli altri in un punto indefinito della città. Gli amici congedano cordiali promettendosi per il giorno seguente; adesso è questione di famiglia, piacevole preludio a segreti di mura domestiche, costumi ed emozioni. I fratelli discutono in Turk, comunicano in inglese stentato, sorridono senza sosta. Diversificano in fisicità e atteggiamenti. Il più giovane, longilineo e atletico, ha occhi chiari, sguardo sveglio e guida sicuro la Kia Pride che, stipata di corpi e zaini, deficita di spazio e prospettive da TIR, ma esplode di entusiasmo che ha in me e Rossella scintille scatenanti. Attorno traffico, caos, vita impongono l’Iran come è giusto che sia. Flussi indefiniti di auto e pedoni confondono disabitudini evidenti, ma Masouel controlla e gestisce abilmente fino a concludere la corsa. Un edificio recente a due piani centrato in lunga cortina accoglie nella quiete residenziale del quartiere. Rumore e inquinamento sono lontano ricordo nel verde sinuoso che protegge la schiera di costruzioni. La famiglia intera attende sulla soglia, padre in prima linea, donne arretrate di un passo. Saluto il capo, un cinquantenne silente piuttosto minuto con bellissimi baffi grigi ed insoliti occhi azzurri. Energica stretta di mano ne conferma ruolo e carattere, splendido sorriso ne garantisce enorme umanità. Madre e sorella restano salde e immobili, incorniciate nei foulard della scelta o dell’imposizione. Le rivolgo un inchino che ricambiano compostamente, nel rispetto dell’impossibilità al contatto fisico con uomini che non appartengano alla cerchia familiare. Una questione di forma, che smentisce nei contenuti di incredibile ospitalità, aliena come mai all’emisfero delle mie origini. I convenevoli riducono all’essenziale, fumante laaddas5 di colore arancione stimola olfatto e preannuncia la cena. Sediamo a pavimento, circolari rispetto al lauto banchetto: riso, kebab, pane nan, pomodori e cetrioli completano la squisitezza del pasto. Rossella libera dai vessilli islamici, le altre donne guardano e approvano, conservando i propri. La mia è presenza che impone osservazione di dogmi nel rispetto di uomini di casa, nel rispetto delle leggi dell’Islam. Minoo, madre e amore, figura possente e concreta doppiando fisicità del coniuge. Abito e accessori neri propongono rigidità di concetto puntualmente sbugiardata da dolcezza di gesti e attenzioni. Racconta di attivismo per i diritti delle donne mussulmane: allo studio, al divorzio, all’indipendenza. Contrasta di atteggiamenti matriarcali e istintivamente culturali, che fessurano senza convinzione precedenti affermazioni. Al suo fianco i diciassette anni di Tannazz, ultima e unica femmina della prole, trasbordano entusiasmo ed emozione per l’incredibilità dell’evento. L’ottimo inglese la elegge al ruolo di traduttrice per l’intera famiglia, che il dopo cena amplia di nuovi componenti. Una festa improvvisata per ospiti ai quali tributo di onore celebra esibizioni improvvisate di canti e balli tradizionali. Masouel e Milo, cugino di Raza, trasformano il salotto in palcoscenico danzando Turk su ritmico battito di mani dei presenti. Adeguo goffamente passi e movimenti, scatenando l’ilarità degli spettatori. Poi è turno di Raza e Tannaz, quindi lo zio chiude cantando melodie Pharsi, accompagnato da Masouel ed il suo strano strumento a corde. Attimi indescrivibili di gioia e vita che riempiono fino alla mezzanotte, ora in cui una splendida eclissi lunare finirà l’incredibile giornata. Accomodiamo il patio per assistere all’evento: culo al suolo, schiena al muro e sguardo all’infinito. Masouel è a sinistra, Rossella a destra, poi ancora Tannaz. Raza è in piedi con i genitori, gli zii congedano qualche attimo prima. Sparuti alberi da frutta filtrano immensità di stelle, ma luna maestosa centra l’asse terra sole e scompare miracolosa per riapparire più bella che mai. Braccia amichevoli cingono la mia presenza, da sinistra. Masouel vela occhi e emozioni, guarda inebriato milioni di chilometri oltre e sincero trasmette ogni emozione. “E’ il più bel giorno della mia vita” esclama commosso. Un anno prima, stesso giorno, ad Hilo, città principale di Big Island, isola maggiore dell’arcipelago delle Hawaii, ebbi sorte di assistere un’altra eclissi lunare. Coincidenza di eventi che riflette esattezza involontaria, manifesta in luoghi lontani come pochi per ideologia e geografia. Non decifro, non interpreto, non voglio capire. Voglio sentire. Sentire di essere giusto, nel posto giusto e di vivere il sogno che, scorrere per il mondo, tatuerà per sempre la mia pelle.</p>
<p>Il risveglio è dolce, memorie di splendida serata ovattano il principio del nuovo giorno. L’intero piano superiore, speculare al sottostante, filtra discreto il rientro al reale, come luce gentile che insinua fessure di scuri e infissi. Alloggiamo la stanza di Masouel, impersonale e spartana, ma dal basso profumo di cibo riallaccia la vita e l’Iran ai nostri cuori. Raggiungo ultimo i commensali che, come immobili dalla sera precedente, attendono perimetrali il nuovo desinare. Abbondantissima colazione travolge sensi e sensazioni: marmellate, dolci al miele, formaggi, te. Addento famelico il dono di Allah esibendo appetito di umore piuttosto che fisico. Chiedono di me, della mia vita, della mia casa: “non sono sposato, vivo da solo, non vado in chiesa”. Condizioni indicibili che disapprovano Minoo e incuriosiscono i ragazzi. E’ un attimo che intermezza e termina il pasto, poi congediamo i genitori. I tre fratelli adotteranno tempo e attenzioni per intera mattinata. Siedo il lato passeggero dell’utilitaria bianca. Raza la ammaestra al mio fianco, gli altri alle spalle. Nel parcheggio, attimi prima, un vicino offre succhi e dolci ai passanti, noi compresi. E’ allegro, sorridente, devoto. Veste bianco e occidentale come molti, celebra il Nimeye Shaban6 come tutti. Il 16 agosto in Iran, e nel mondo Islamico sciita, è giorno di gioia e condivisione. I seguaci di Alì, cugino e genero di Maometto ed unico erede designato alla successione, celebrano l’anniversario della nascita di Muhammad ibn al-hasan (al-Mahdī), dodicesimo ed ultimo Imam. Considerato mai morto, lo sciismo identifica in lui il salvatore che tornerà in terra nella veste di Madhi per ristabilire pace e giustizia e rendere l’Islam Sciita unica verità. E’ religiosità mussulmana che basa di cicli lunari e deficita undici giorni rispetto ufficialità solare, è fortunosa casualità che investe di nuova incredibile esperienza la vita del viaggiatore. Percorriamo intera la Kheyabun-e Emam Khomeini, arteria che fende di netto da est a ovest, fino a Masjed-e Kabud, la Moschea Blu. Cinquecento anni di incendi e terremoti inficiano splendore e maestosità, bellissime decorazioni di maioliche sopravvivono la bellezza dell’eterno. Raza vuole accedere in auto, enfatico grida tourist all’addetto che oppone, suda e perde donchisciottesca battaglia, rammarica di insensibilità altrui. Dolce spontaneità che sorrido celato, come Rossella. Indomiti proseguiamo la città e scorriamo la sinistra del gran Bazar, labirintica meraviglia architettonica, tra i più estesi ed antichi dell’area mediorientale. In città tutto è caos, ovunque accalcano devoti festanti, bramosi di ristoro e preghiera. Botteghe, negozi, associazioni accolgono passanti e pellegrini offrendo delizie e cameratismo. Godiamo quattro soste a garanzia di ulteriore accumulo calorico, che assomma l’abbondante colazione, ma è gentilezza spiazzante difficilmente rinunciabile. Uno affollatissimo, in particolare, interrompe rigidi schematismi proponendomi comoda seduta tra donne. Onore di straniero in bottega pare più forte di Maometto. Plumcake, dolci al miele, frutta, cetrioli ripropongono instancabili ed in ultimo, esausto, non rifiuto, ma celo nelle tasche per non offendere. Disarmante umanità accoglie sorprendente ogni infedeltà ed interroga basita fantomatiche certezze. Aleatori bastioni difensivi crollano di deviata verità: il mostro è bello e nemmeno cattivo; il guerriero crociato è infame e seppellisce delle proprie bugie. Ne avevo consapevolezza, oggi ne ho certezza. I nemici dell’occidente e degli occidentali, i satana del mondo, i guerrafondai del medio oriente vibrano vita di carne e sangue, amano amore di intensissime emozioni, chiedono e meritano giustizia e fratellanza. L’esperienza georgiana mina l’idea di verità, le giornate armene irridono credibilità di informazione e informatori, le sensazioni Iraniane polverizzano ridicole fondamenta di subdoli castelli di carta. Ho viaggiato più di 50 paesi, fraternizzato Africa, Asia, sud America, Europa, ma è qui in Iran che voglio tornare e vivere la mia prossima avventura. I salotti occidentali filtrano bei visi rassicuranti dal catodo delle nostre schiavitù, saturi di storie orribili di questi luoghi, di questa gente. Immagini taroccate propongono olocausti nucleari e saltellanti invasati che indemoniati bruciano bandiere all’occhio del mondo dei giusti. Che siano comparse mal pagate di Hollywood? Forse è semplice ingiustizia che vuole  poveri i poveri e ricchi i ricchi, è menzogna democratica che sopravvive umiliando il vero e perseverando l’inganno. Immagino un mondo di 10 vite: n.1, n.2 e n.3 scoprono il fuoco e ne usano per progredire e, soprattutto, per aumentare il proprio potere. Ma il fuoco è pericoloso: brucia, distrugge, uccide. Abbisogna di un uso responsabile. I dieci riuniscono su volere dei tre. Stabiliscono, per bene comune, che nessun’altro possieda il fuoco, assicurandosene diritto univoco e permanente. Promettono compenso di favori e protezione, assoggettano definitivamente rimanenti e rimanenze. N.4, n.5, n.6, n.7 e n.8 accettano per convenienza, opportunismo, paura. N.9 e n.10 rifiutano, fidano di crescita con proprie forze, di autodeterminazione culturale, di opposizione a ingiusti strapoteri. Ciò sconviene e chi possiede crea “le canaglie” screditandole nemici della libertà. N.4, n.5, n.6, n.7 e n.8, stupidi, instupiditi e concussi cavalcheranno l’onda dell’intolleranza. E’ semplice, è banale: potere e benessere esistono di ghettizzazione. Fuoco ce n’è per tutti, ma ridistribuire non conviene!  E’ storia di Iran, di Siria, di Somalia, di Sudan, di Corea del Nord. E’ idea di “stati canaglia” sviscerata da leggi di mercato e potere. E’ spudorato tentativo di controllo mondiale. E’ tragica bugia incondizionatamente accettata per connivenza o ignoranza da parte degli altri, di tutti noi. Shakespeare diceva :&#8221;I viaggiatori non han mai detto pur una sola bugia, per quanto gli sciocchi che se ne restano a casa rifiutino di prestar loro fede.&#8221;</p>
<p>L’ora di pranzo riserva ulteriori sorprese. Da cinque anni Raza e famiglia riuniscono il 16 agosto a commemorare anniversario di morte del nonno materno. Le donne, rigorosamente in nero, limitano di saluto con inchino pronunciato della parola salam. Gli uomini sorridono affabili e scrutano curiosi. La vedova, fulcro dell’evento, porge la mano preoccupandosi preventiva di avvolgerla del mantello che indossa. Accomodiamo il lungo tavolo a ferro di cavallo nel ristorante di pareti piastrellate e tavoli di marmo che accoglie annualmente l’evento. La cugina, opposta a Rossella nello scacchiere dei posti, è bella e slanciata presenza che osa biondi ciuffi sulla fronte, a dispetto del foulard, e possiede inglese perfetto. Alla destra il marito sornione osserva e controlla camuffato di precoce calvizie e principio di sovrappeso. Migreranno gli states entro un anno, nella certezza consolidata di nucleo parentale già inurbato nella solare California. Silenzio improvviso annuncia la preghiera. Raza compone solenne ed enuncia incomprensibili suoni che celebrano assenze e commuovono presenze. Ne sfuggo l’idea del ruolo, provvisorio o permanente, ma inebrio della dolce melodia che prorompe dal cuore di un giovane uomo lindo di grandi emozioni. Il finale è omaggio di baci e affetto alla nonna in lacrime. Estasiato osservo globalità di sentimenti, che con minima volontà, pacificherebbero questo stronzo mondo. Poi è rientro di normalità. Ancora Laaddas, riso con pollo e piacevoli esteriorità riempiono allo stremo ciò che già stupendamente saturo. Ed è bello così. Dopo pranzo uomini e donne separano: Rossella dirige con Tannaz ad un compleanno rigorosamente femminile; io e i fratelli raggiungiamo in auto gli amici. Esperienze contrapposte, estremamente simili per attitudini innate, che religione, regime o quant’altro, grazie a Dio, non disumanizzeranno mai. Le ragazze parleranno di uomini, spoglieranno di simboli, vivranno, al riparo da maschi e mondo, la loro femminilità. I ragazzi, nell’auto più venduta d’Iran, canteranno e danzeranno melodie arabe, nell’affetto espansivo che manifesta innocente tra uomini dell’islam. Immersione totale di vita e gioia che al tramonto congeda dopo trentasei bellissime ore. I saluti sono commossi, ricordi di questa splendida famiglia resteranno indelebili nella memoria, l’infinità umanità incancellabile nel cuore. Il pullman per Teheran luccica nuovo tra i derelitti simili della stazione dei bus e cullerà, nelle diciotto ore ed i seicentoquarantadue chilometri di viaggio, unico beato sogno fino all’enorme caos della capitale.</p>
<p>12<br />
Teheran  17/08/2008<br />
Bianco intonaco fuligginoso<br />
abbaglia riflessi d’ingresso<br />
e disorienta percezioni di megalopoli e caos,<br />
nel torpore<br />
che 12.000.000 di anime preoccupano di ridestare.<br />
Sonno profondo e rigenerante<br />
intontisce e rallenta,<br />
poi energia di medio oriente,<br />
di Persia, di Teheran<br />
implode in unica molecola<br />
che, minuscola, scintilla di contorno folle<br />
per serafico traffico,<br />
ordine e disordine.<br />
Nasce immediato amore o odio,<br />
indifferenza muore fetale,<br />
inabile al minimo processo,<br />
qui dove tutto può essere solo vita.</p>
<p>Ecco la capitale, città come null’altro intorno per migliaia di chilometri, protetta da settentrione montagnoso ed offesa da mezzogiorno desertico, arido e roccioso, che qui nomina kavir. Seicentottantasei chilometri quadri di anonima edilizia abitativa, che reticolo ortogonale viario d’inizio secolo smarrisce per assenza di elementari riferimenti. Chi è perso guarda in alto e, come duemila anni orsono, orienta del nord del massiccio dell’Elburz, che al 35°N 51°E chiamano stella polare. Teheran non ha gloria di passato: anonimo villaggio riflesso nello splendore di Ray fino al 12287; provincia di Varamin a tutto il XIV secolo; oggetto di dispute per anni a venire. Nel 1786 Agha Mohammad Khan, primo re di dinastia Qajar, sconfitti i vecchi regnanti Zand, ne fa capitale di Persia, preoccupato geostrategicamente di presenza russa a nord turkmena a nord-est. Padrona di posizione privilegiata, crocevia tra est ed ovest e ideale collegamento alle oasi della Persia centrale e ai bacini di Fars, svilupperà lentamente abbellendosi di edifici reali e moschee ed espandendo oltre le mura del 1554, verso nord, solo trecento anni dopo. Nel 1925 lo Shàh Reza Pahlavi, coinvolgendo architetti stranieri e locali, ne impone totale modernizzazione che distrugge preesistenze e pianifica urbanistica di concezione razionale, tutt’oggi marchio indelebile. Finiamo la corsa a sud, stazione Azodi; improvviso tunnel inghiotte l’autobus in oscurità di sottosuolo e smorza bianco accecante di facciate razionaliste in grigio cemento per riemergere, caotico, al passo lucido della hall oblunga che vocioso brusio elettrizza di nuovo sapore. Smarrisco, come Rossella, di ogni direzione; l’uscita è soluzione labile, indefinita, necessaria. Ed ecco che sole acceca fino a stordire. Precise indicazioni dissolvono nell’attimo dell’agguato. Shadi fu chiara e precisa e l’inglese non è chimera qui in Iran, ma branco di famelici tassisti oscura il sole e propone, petulante, servizi non richiesti. Conosco il pullman per Vanak sq., non la posizione. Conosco l’esercito dei questuanti, non la voracità. Rossella stranamente cede, forza decisa indifesa a vigore di assalto vecchio come il mondo. Alzo la voce, più degli aggressori. Indietreggiano sbalorditi, inaspettati. Guardo oltre, un uomo sui trent’anni osserva. Occhiali scuri e pelle di giubbotto eleggono l’angelo nero soluzione agognata. La calca retrocede, non regge inattesa reazione, fende se stessa bramosa di sviluppi. L’uomo aiuta con giuste indicazioni, sconfigge il nemico, rianima il sole. L’obbiettivo è prossimo, il percorso breve. Zaini e sudore calamitano eccessive attenzioni, indolenti di minima discrezione finanche alla meta. Come defilé involontario che marciapiede, scale e soprapasso rendono evento del millennio. Stazionamento di autobus locali approssima, ordinato di regolare gestione, oltre l’asse viario; dignitosi automezzi bianchi e rossi attendono, efficienti, propri doveri di trasporto, come navi alle banchine. Riconoscere il designato è chimera, irriconoscibile per sistema numerico differente dall’arabo: in Iran zero è punto e cinque è cuore capovolto8. L’enorme piazzale brucia d’asfalto; profumo di pece inquina olfatto e mucose, penetra narici e disagia incertezze. Invani tentativi interpretano fallaci possibilità, ma è luna su terra. Ancora uno sguardo, curioso e amico. Divisa d’autista incornicia gentile essenza che inglese arrangiato espone luminosa nel buio. Osservo l’arcangelo biondo e alato nel brunire dei suoi tratti, reinterpretazione mediorientale come dio e madonna nera, come immagine amica che subentra realtà a momento opportuno. Indirizza ove necessario, secondo islamiche imposizioni; congeda amichevole,  secondo islamiche imposizioni. L’autobus è immediato a sinistra, grondante di folla e regole. Saliamo settore maschile e femminile, nell’ordine longitudinale succitato come sudafricani d’apartheid, ma con stupidità diverse. Nera nuvola di diesel insozza l’aria e annuncia accensione e partenza; simmetriche porte chiudono Teheran all’esterno; opache finestrature scorrono intera ora di scenografici parchi e grandi arterie. Da sud a nord è lineare segmento che spezza a Vanak sq. e prosegue di taxi condiviso: iranica possibilità di tratta e prezzo fisso che, per opportunità, riunisce democraticamente i sessi nella stessa auto. Casi estremi, se esigenze temporali prescindono di traffico cittadino, prevedono il mototaxi e relativi percorsi integrati: marciapiedi, divieti di accesso, parchi. L’indefinito incrocio appuntato a matita su moleskine, materializza dopo mezzora. Teheran è enorme, cronico traffico ne decuplica distanze. Shadi attende inconfondibile al fianco della sua Pride rossa. Rincontrarla dopo dieci mesi è bello, ottobrina viaggiatrice di morfologia Italica. Graziosa ed intelligente è perfetta espressione della realtà giovanile della capitale, che esprime attraverso due versioni: inside e outside. La strada vuole rispetto di regole, le mura domestiche liberano di vestiario e imposizioni. Donne e uomini abbandonano fardelli ed inibizioni, bevono alcolici di mercato nero, studiano il mondo via internet o satellite, eleggono i turchi esempio di libertà e tradizione, giusto compromesso per chi è libero ed islamico. E’ in partenza per il sud, attende 7 giorni di relax e spiagge rigidamente compartimentate per sesso, sull’isola di Kish, nel golfo Persico. Grosso ematoma in viso ne viola bellezza e simmetria, effetto a breve termine di chirurgia estetica: il naso trasformerà in venti giorni aggraziandone ulteriormente la figura. E’ prassi comune, efficiente ed economica in Iran. Questione di vanità, ammette. Come l’amica, seduta al suo fianco nel comodo salotto classicheggiante dei genitori. Gonfiata al seno un anno addietro esprime soddisfazione indossando un attillata canotta. Un pranzo fugace ristora fame e stanchezza, poi giro in città termina alle pendici dell’Erbuz. Ristoranti e case del te accolgono pendenze morfologiche che inerpicano gioiose di vitalità persiana. Botteghe di dolci al miele, chioschi di frutta fresca, ambulanti maestri in fritture animano splendidamente stretti tornanti che scalano indefessi le sommità del monte. Accomodiamo soffici cuscini e terrazza a ridosso di immenso panorama. La notte cala e oscurità illumina, elettrica, pendenze di quota che ondulano il paesaggio a renderlo profondo oceano di cemento e passione. E’ ora di conoscere l’amico ed ospite per la notte. Trenta minuti d’auto entrano un appartamento di topografia indefinibile: Teheran è vasta e povera di coordinate e Merdhad ne vive luogo oscuro. Smarrito, come solo a Mosca, impatto in quarantenne malinconico e viaggiatore, innamorato di fotografia e umanità. Mura di casa riempiono galleria di volti e mondo, storie di favole lontane permeano d’Afghanistan, Pakistan, Nepal, India. Cinquemila metri di Everest, sul tetto del mondo, esaltano figura che scatti di vite rubate elevano narratore del fascino della quotidianità. Lo istruisco del viaggio e dei prossimi obbiettivi ed illumina alla parola Uzbekistan. Sussulta dolce invidia, stupisce, mi intende apripista. Poi chiude in lungo silenzio, che accentua fisionomia persiana e nega ogni penetrabilità. Curiosità di mondo non sfonda solidi bastioni edificati tra mura casalinghe avulse a luce solare. Merdhad trasmette mistero inquieto, avaro di sorrisi e intese; convive parallelo di amore e odio, mai indifferente; Merdhad esprime radiale e scopre solo attraverso i volti del mondo.</p>
<p>In mattinata la città presenta ancora non bella. Il Golestan è simbolo unico a memoria dei posteri, luccicante architettura islamica che abbaglia di mosaici specchiati. Ceramiche verde pace rivestono arcate a sesto acuto, spudorate cuspidi che sfidano il cielo. Quieti giardini rilassano, d’umida erba e sparuta alberatura, percorsi ghiaiati che indirizzano musealità tra le più disparate. Lo costruì Tahmasb I, monarca Safavida, lo rinnovò Karim Khan, regnante Zand, lo elesse palazzo di famiglia Agha Mohamd Khan, re Qajar. Quattrocento anni di ampliamenti e restauri lo rendono unico testimone di incomparabile valore ed infinita bellezza, che ondata razionalista di inizio secolo ritenne, erronea, giusto cancellare. Il bazar, poco distante, combatte di dimensione, ma perde in vitalità. Manca di verve, nulla a che fare con Istanbul o Casablanca. Gli Iraniani non sono arabi, mancano predisposizione genetica a commercio chiassoso di fratelli religiosi. Ne consegue innaturale quiete di luogo simbolo per culture mediorientali, che impone senza emozionare, esiste senza coinvolgere. Il pomeriggio, incolpevolmente senza meta, svolge di parchi, università, calore. Rossella sbraccia involontaria, in un attimo richiamiamo degli improperi di un poliziotto. Aggressivo ufficiale che calma con scuse in inglese, realizza nostra occidentalità, allontana indispettito. Per strada giovani ambosessi frequentano simili ed opposti con medesima serenità; imberbi fidanzati stringono mani ed affetto su panchine di parchi; lolite slanciate indossano jeans attillati e maglie aderenti che avvolgono ed esaltano il culo. Ciuffi di capelli sfuggono coloratissimi foulard, visi truccati valorizzano bellezza indiscutibile. Città e provincia aprono sfalsate a novità, la prima precede e d’abitudine trasforma usanze e libertà. Sempre. Rientriamo e ceniamo zuppa. Merdhad, avvolge di silenzio impenetrabile, come bonzo meditante, al sicuro tra mura e incertezze. Sorride educato, pena usurante, disparisce di penombra volontaria. E’ tacito addio a Iran che muore neonato, imberbe, satollo di segreti non svelati. Settantadue ore di limite temporale, che rientro di Rossella in Italia costringe inappellabile. Baku collega di partenza alle dieci di sera e diciotto lunghe ore, che marcheranno settimo confine in meno di un mese. Ancora l’ordinata stazione Azodi, ove partenza puntuale assenta del calore di Tabriz. Su incomprensibili indicazioni attendiamo errata banchina rischiando il viaggio per pochi secondi. E’ degna chiusura stordita di brevità passata, intensa e inobliabile. Saliamo il mezzo giusto e finalmente rilasso. Ho tempo e guardo in alto, materno cielo stellato culla capace miliardi di esistenze che affrontano la notte. Sospiro. Attendo nuovi chilometri e future emozioni a svelare, e di questo illudo, verità di mondo che disseto vorace e felice.</p>
<p>Inopportuna luce filtra Astara, anonimo villaggio di confine, caos destrutturato sopravvivente di locazione strategica, che alba puntuale trasforma impietoso. Novanta minuti d’anticipo, prassi necessaria, fiaccano l’insonne autista di abbondante colazione ed eleggono il medesimo protagonista di piece teatrale su tattiche future. Pochi viaggiatori di turno assimilano lezione di frontiera: trio georgiano, duo azero/iraniano, famiglia iraniana, coppia azera. Accondiscendono indicazioni e strategie suggerite secondo idioma incomprensibile. Chiedo specifiche, ricevo mortificate reazioni d’abitudine. Come gregge ammaestrato accediamo sonnolenta hall, allocata nel centro del nulla. Intontiti trasbordanti, in numero superiore a reale capienza, arredano di vesti e colori povertà intrinseca di struttura doganale. Discreto vociare sintonizza innaturali decibel che, improvvisi, esplodono del fragore crescente che numero di genti accalca al cristallo a doppia anta, eliocentrico componente di arredo e concetto, che seziona attesa e uscita. Le otto e trenta avvicinano doganiere ed ingrata funzione: protegge del cristallo, non apre, urla principio di check in. Iniqua fessura, giunzione dei battenti, affanna questuanti che vibrano spintoni e accenni di rissa, infilano documenti trafelando di calca, recuperano biancore depressurizzando di missione compiuta. L’ufficiale, insolente, raccoglie bottino da vidimare con macchinose procedure. Equipe di colleghi assolve prima trance e principia seconda e poi terza. Trenta alle dieci termina sovradimensionata burocrazia, principiando apertura di varco e invito ad ingresso in nuova sala. Fiumana disordinata conquista nuovo spazio, ristabilendo ordine apparente, poi medesimo ufficiale piazza prossimità di uscita cadenzando ritmici nominativi per blocco di consegna. Disabitudine metodologica procura angosciose masturbazioni su esito finale, ma è disordine collaudato che imparo ed apprezzo. Mezzo orologio intercorre storpiatura di nomi inusuali, italiche origini riconoscibili perché sequenziali a compagni di viaggio. Suono esotico, irriconoscibile, straniero nel mondo. Sfuggo la ressa e incammino, con gli altri, ultima postazione di controllo Iraniana, disastrato check point su argine di torrente melmoso. Ponte di ferro, arrugginito ed inaffidabile, oltrepassa limite territoriale e simbolico: Rossella e l’azera, rientrano i propri ruoli, liberando di veli e scomodità. L’Azerbaijan mussulmano non impone rigide regole coraniche. L’autista ricarica l’autobus a cento metri di passeggio, percorre viabilità disastrosa, trasporta a nuovo controllo. Immenso piazzale sterrato accoglie mezza dozzina di autobus tra polvere e afa. Attesa lunga consegue di pignoleria al controllo che rallenta operazioni all’apparenza semplici.  Iraniani e Azeri preoccupano di introdurre banconota da 5 manat (più o meno €. 7.00) come appendice dei passaporti. Noi e Georgiani esentiamo da prevedibile obolo. Indeciso doganiere, biondo ed insipido, ritira passaporti e restituisce allegati poi, al congedo, sussurra all’autista. Nasce breve consulta di interessati che elegge il più anziano a nuova questua e sommesso percorso verso ufficio doganale. Rientrerà leggero nel giro di un attimo. Occhi stranieri intimidiscono sfacciate normalità inducendo a diversa procedura per medesime risultanti. Parcheggiamo esterni a riparo dal sole, godendo di ombra inefficiente, attendendo mesti ultimo ostacolo di controllo bagagli. L’autobus trasporta infinità di merci, costipate ingegneristicamente nell’immenso portabagagli. Dettagliato controllo presupporrebbe ore, pochi manat velocizzano il tutto. L’una di pomeriggio segna la fine dell’odissea, ulteriore quarto d’ora entra l’Azerbaijan.</p>
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Baku  20/0/2008<br />
Adhurbadhagan era pronuncia araba di Atropatene, regno che Alessandro Magno assegnò al fedele Atropate; poi volere di Impero Romano impose Armeni ed Albanesi Caucasici per oltre cinquecento anni, espandendo invano cristianesimo e cultura latina su territorio geneticamente ostile. Seguirono invasioni centrasiatiche fino a Tamerlano e suoi vassalli Shirvan, che inculcarono sciismo e governarono dinastia di settecento anni. Imperialismo dal nord approfittò di infinita conflittualità, che principiò fine di dinastia Safavida e spartì khanati in dipendenze Russe e Persiane9. La grande guerra stabilizzò lo Shàh e collassò gli zar illudendo di breve indipendenza regioni settentrionali, poi ventidue di millenovecento segnò invasione di armata rossa ed annessione definitiva a Socialismo Sovietico, fino ai disastri della glasnost di Gorbaciov e all’irrisolto scontro del Nagorno Karabakh. Azerbaijan è terra di storia e violenza a idea di pace; Azerbaijan è terra di contruomini e destino di passato e presente. Come adoratori zoroastriani o avventurosi cristiani o fieri sciiti e sunniti che descrissero eventi impaginando meravigliosa novella di terra focosa che trasuda secoli di energia; come mein kampf hitleriane che puntarono conquista energetica e territoriale fallendo obbiettivo di guerra, incocciando il colosso socialista e svilendo in utili tentativi di invasione; come dinastia di figlio Aliyev che nel duemilatre succede a padre Aliyev, secondo millenarie abitudini, nell’odierna menzogna democratica di improbabili libertà; come infinito e ripetitivo lasso di battaglie ed invasioni che fascina estrema storia, di pietre e potere, impregnata di nero petrolio. Dall’Iran la via per Baku è tutto questo: costa di Caspio e, triste prima volta, inquietante brutto paesaggio. Trenta giorni trascorsi argomentano infinite oscenità, strazi antropici, dissennatezze inqualificabili; insani attentati a bellezza oggettivamente disarmante, estrema, forte. Ma vigore di natura ha sconfitto, fin oggi, ferite di profondo dolore inferte da attitudine umana a squarcianti bontà caucasiche; ingombrante passato recente, improduttiva merda pianificativa, raccapricciante offesa a idea di bello insozzano, e tuttavia, non distruggono quanto di meraviglioso appare. Di contro Azerbaijan sgrazia indecente e soffoca di prospettive impressionanti: gas e petrolio avvelenano suolo ed arricchiscono sottosuolo prospettando sviluppo senza pari.  Dovizia secolare che condanna natura inerme di misteri antichi e ambizioni moderne, qui dove l’acqua brucia e il fuoco divinizza. Come nel villaggio di Suraxany, venti chilometri a nordest della capitale, dove sorprendenti fiammate generano spontaneamente dal terreno, ricchissimo di gas naturale. Nel diciassettesimo secolo gli adoratori del fuoco vi costruirono il Tempio di Ateshgah che ancora oggi brilla delle proprie fiammelle. Nel millenovecentonovantasei il governo affrancò strascichi di zavorra comunista ed aprì a occidente, sottoscrivendo accordi commerciali e strategici. Estrazione di oro nero investì enorme flusso di denaro dissipato per incapacità, maggiore a reale volontà, di colpevole totalitarismo che, tuttora, scimmiotta uniformità amministrative socialiste attraverso omologanti decisioni unilaterali prive di effettiva percezione del reale. Erronea gestionalità appiattente che interpreta necessita di singola provincia equiparandola ad improrogabile esigenza di intera territorialità. Come abbandono di minori, piaga culturale10 che abbonda esclusiva estremo ovest del paese, ed orfanotrofi omogeneamente diffusi su intera superficie nazionale a discapito di effettive esigenze. Consegue sperpero che genera scompensi sociali ed ambientali avvilenti: abitanti rurali vivono povertà e ignoranza apparentemente irreversibili; servizi, strutture e territorio affannano completamente devastati da presenza di gasdotti ed oleodotti; inquinamento progressivo abbandona triste paesaggio d’intollerante acredine. Cinque svilenti ore di collegamento costiero introducono la capitale, enorme polveroso cantiere, ove scheletri di metallo e cemento armato disegnano skyline di città più popolosa di Caucaso, adagiata su golfo che similitudini morfologiche rapportano a quello napoletano. Periferico inferno in trasformazione colora di restyling, accoglie caotico e indirizza il centro. Operai al lavoro rivestono chilometriche prospicienze di asse viario in gialla pietra locale, interpretando stupide insensibilità progettuali. Mura di confine e facciate di bassi edifici rinnovano nel marcio di preesistenze depresse e celano, inconcludenti, abbandono reale di immediate retrovie, come lungo gradevole corridoio di porte necessariamente chiuse, perché schermature di indicibili verità. Sconcerto iniziale demolisce ad apparire di tranquillità e bei edifici, di lungomare e giardini, inaspettato limbo di quiete dopo tanta bruttura. L’Icheri Sheher domina la collina che affaccia il mare e conquista del complesso di torri, caravanserragli, moschee, bagni turchi e vicoli che glorifica del Palazzo di Shirvanshahs e classifica patrimonio mondiale dell’UNESCO. Perdersi sognando di luoghi rifugio e ristoro di mercanti intenti a percorrere la via della seta è sensazione secolare, che dinastia Shirvan principiò nel milleduecento eleggendo Baku capitale, glorificò nel millequattrocento costruendo il complesso reale e consolidò nel millesettecento urbanizzando l’intera area. Strade terrazzate e costruzioni armoniose dipingono capolavoro umano d’inimitabile bellezza che all’oggi ospita eterogeneo rappresentanze e quotidianità, elite e popolo, vita immaginaria e vera vita reale. Baku è ricca e paga conseguenze frettolose ed impulsivo di sviluppo economico. Opinione di chi ne vive è antica bellezza che risplenderà in dieci anni, termine agognato di infiniti cantieri:” quel giorno l’aria svuoterà di polvere e venti di Caspio rinvigoriranno di fresca brezza marina”.</p>
<p>Ozgur è turco. Vive da un anno la città come dirigente di multinazionale alimentare e risiede ventitreesimo piano di edificio recente, discutibile per architettura e simbologia, noto come “3 corona”. Incontriamo a nostro arrivo ed immediati percorriamo Baku in taxi, generoso benefit aziendale che allevia scontentezze evidenti di proprio dipendente. Trentadue anni, come fossero quaranta, e ruolo di grande responsabilità, dipingono giovane workholic11 che odia la terra immigrata e ritiene gli azeri pessimi lavoratori, rozzi e improduttivi. Ma stipendio e devozione alla causa ne ammansiscono velleità di ribellione, prevedendo lunga permanenza e consapevole schiavitù. Raggiungiamo le tre corone, indiscusse dominatrici di verticali sfalsate che dominano il circostante. Androne precocemente invecchiato introduce claustrofobici spazi comuni, consunta moquette batterica disinvoglia ulteriori azioni, ma è standard superiore a quanto finora alloggiato. Stridio meccanico segnala arrivo di elevatore al piano, liberando consueto imbarazzo. Lineari entriamo appartamento pretenzioso, abbandonato di disordine invadente recondite angolazioni e sovradimensionate spazialità. Poi istantaneo miracolo di finestrature vertiginose appare dominando interezza di notte e luci, squarciata di torre televisiva ed edifici in costruzione, di minareti e moschee, di piattaforme petrolifere inquietantemente prossime alla costa. La cucina affaccia Baku di nube polverosa, che galleggia perenne l’aria caratterizzando foschia insalubre di chimica e detriti. Duole respirarne, dove sei vento del Caspio? Ozgur segue annoiato, percepisce nostro entusiasmo senza condividere. Fisionomia e colori tradiscono origini diverse da quelle dichiarate. Pallore epidermico e bionda peluria evidenziano determinanti russocaucasiche inequivocabili. Originario del Kabardino Balkaria, ennesima repubblica federata a confine di Georgia, racconta di antenati filo turchi che, all’epoca di conflitto russo-ottomano (1735- 1739), emigrarono Asia minore onde evitare ripercussioni etniche. Un giorno rientrerà i suoi luoghi e per questo lavora forsennato di premio aziendale e trasferimento a Sochi, capitale del suo passato. E’ un ragazzo sveglio, appassionato di storia e proprietario di interessante versione di fatti locali, recenti e trascorsi. Confessa vero pericolo Georgiano, popolo espansionista e prepotente, e giustifica atteggiamenti separatisti di Abkazia e Ossezia del sud, territori etnicamente e storicamente indipendenti dai primi. Allah, per fortuna, ne ha sempre limitato potere militare ed economico, che di contro avrebbero garantito controllo regionale e pretese territoriali più diffuse, finanche alla Turchia nord orientale. E gli Armeni? Non esistono, almeno secondo variante caucasica. Occupano territorio attuale per benvolere di russi, veri padroni di intera regione. Ne definisce attitudini mercenarie, indistintamente al soldo di Georgiani, Turchi, Persiani e, soprattutto, di soliti protettori. Prosegue infervorato, eccessivo di soggettive interpretazioni. Evito il genocidio, intuendo conversazione sterile e fastidiosa. Non approvo determinate osservazioni, ma è punto di vista che arricchisce nel silenzio auditorio dell’apprendimento. Viaggiare è acquisizione di molteplici verità, che cultura e tradizione continuano a difendere nonostante omologante globalizzazione ed io, migrando, illudo di rifiutare favole preconfezionate dando voce a chiunque abbia volontà di raccontare. Un giro in centro innaffia di birra ultime ore di nuovo incontro. I bar sono pochi e stranamente frequentati: stranieri e puttane alimentano pittoresca fauna notturna fino all’una di notte, poi la città addormenta, stordita di incontrollata crescita, nell’attesa di nuova inquinata alba. Luci a giorno illuminano enormi assi viari, cullando di magia, fino a meta, emozione di nuovo luogo. Stipiamo in quattro comodo taxi, perseguendo ripetitivo percorso: tre corone, androne, ascensore, appartamento. Ozgur e coinquilino ritirano comode camere, io e Rossella adagiamo stretto divano d’ingresso. Ma è breve riposo: poche ore risvegliano impietosa veglia di triste congedo. Rossella rientrerà in Italia chiudendo bellissima condivisione d’emozioni. Carattere e intelligenza ne fanno perfetta compagna di viaggio, passione e generosità la elevano ad amica sincera. Abbraccio insonne ultimi attimi di presenza, ne parole ne sussulti, solo intensa energia di splendidi giorni vissuti del suo fraterno essere. Baku avvolge ancora di tenebra e richiama sonno necessario. Silenzio notturno musica fioca luce, discreta nuova compagna di solitudini a venire. Leggo il soffitto, le pareti, il pavimento: spasmodica oscillazione di pupille rivelatrice d’ansia. Sono solo, maledettamente solo, finalmente solo. Innanzi nuove indefinite possibilità, che abbandonano sicurezze ancestrali e rilanciano, come mai, volontà di scoperta che auguro di vivere ogni giorno della vita. Risveglio con calma, ho tempo e spazio d’azione, odio la fretta. Nessuno in casa viola esigenza di quieto rientro alla realtà, sono solo e padrone. Ancora intontito recupero immagini trascorse, interrogando di Baku e nuovo giorno. Fredda ceramica bianca guida automatico tragitto fino a dove, la notte prima, ho ammirato baia e luna. Approccio evitando disparati ostacoli tridimensionali al suolo: resti organici commestibili e lattine di birra gimcanano linearità di percorso, eludendo temporanea attenzione all’obbiettivo. Felicemente incolume raggiungo l’affaccio, ma è illusione momentanea: infame guscio ferisce incosciente piede nudo. Trattengo bestemmie e dolore, sorrido di giungla casalinga. Ozgur ama casa e Azerbaijan con medesima scarsa applicazione, adesso ne ho certezza. Tralascio sentori fisici, voglio che accenda il cervello. Alzo lo sguardo, lo punto oltre, cerco il Caspio tra scheletri d’acciaio e ignobile nebulosità. Lo scorgo appannato nei vetri sudici dell’apertura designata. E’ caldo tremendo che impregna le ossa e affoga aneliti d’ossigeno. Dall’alto non interpreto effettive distanze, ma ho voglia di vita e persone. E soprattutto di mare. Rientro l’ambiente di notte e, ancora stordito, decido di camminare la città che bramosa attende. Riprendo esigenze vitali, chiudo il guscio notturno, scendo veloce la strada. La giro a destra, poi a sinistra in pendenza favorevole: gialla atmosfera polverizza sparuti caffè su marciapiedi ingombrati; buche d’asfalto organizzano incauti disagi viabili. Passeggio osservato di azeri. Incuriosisco. Miro la torre TV, riferente oggettivo d’orientamento, ma difetto per coordinate polari. Seguo istinto errato tagliando diagonale due vertici lineari, disegno ipotenusa isoscele del tutto improduttiva. Ragiono del gesto, ma seguo il caso fino a spuntare largo spiazzo anonimo, dominato dal Palazzo di Governo sede intrallazzistica di clan Alyev. Illusorio simbolo di politica progressista, emerge lungomare dominando di monumentale scala e abusata U planimetrica. Tozze torri di vertice scalano perpendicolari enorme basamento quadrato, alleggerendo verticali di progressive arcate e presuntuose cuspidi ornamentali. Stordito di eccesso monumentale, raccolgo idee e territorialità. Passi prolungati incidono paesaggio di graduale trasformazione: periferico sviluppo riveste pretenziosità autocelebratività di classica riproposizione, come fascismo italiano o sociladittatorismo rumeno o altra forma di controllo possibile. E’ percorso che ultima di grandi alberghi e imponenti ambasciate, rigogliosi giardini e lussuosi negozi, fino ad intersecare Neftchilar Prospekt lungo corso perpendicolare, demolitore di labili certezze e sobillatore di multipla alternativa: porto, giardini a mare o zona antica? Aleatorietà imprevedibile di orari e partenze definiscono il Caspio peggio del Mar Nero, peggio di tutto, rendendolo ancora più intrigante. Seguo la sfida, giro destrorso e dirigo la meta. Tutto modifica nuovamente: edifici dismessi, strade imperfette, irritante abbandono. Curva finale accentua di strada ferrata ed appare apertura affollata, larga ed insolente. Attesa di gruppo staziona partenza prossima che informo Turkmena. Rotte frequenti collegano i porti, meglio di sponda Kazaka. Nutro dei viaggiatori: corpi caucasici sostengono rotondità cranica e chiarore olivastro; cartoni vissuti imballano poveri averi e sogni infiniti. Il mare è lontano, ma è luogo che ne principia indiscussa avventura. Marciapiede opposto segue circolare andamento stradale, confinando di basso edificio stonacato. Ingiallita cortina muraria rigetta aperture esibendo unico angusto passaggio ferrato di porta blindata. Prassi collaudata prevede rintocchi alla porta e snervante attesa. Quiete caucasica apparirà di lentezza umana monosillabica: today - probabile certezza immediata; Tomorrow - indefinita probabilità futura. Guadagno la seconda, mentre l’uscio richiude metallico. Non è ancora tempo, ma adesso conosco l’avversario. Riprendo la via a ritroso fino ai giardini sul mare. Sole e canicola innaffiano appiccicoso sudore, ma brezza cullata di fitto palmeto ristora deprecabile affanno. Triplo decametro separa percezione visiva del mare chiuso più esteso al mondo12: cantieri laterali invitano la via ad esso; operai svogliati ridefiniscono pavimentazione ed aiuole di nuova discutibile estetica; acustiche conseguenze inquinano di caos la serenità dell’attimo. Mediterraneo, Nero, Caspio ed Aral un tempo univano il Mare di  Tethys, bacino salato del tardo Mesozoico e primo Cenozoico o Paleocene, poi separarono definitivi nel Pliocene medio13 o Tardo Cenozoico, sviluppando attuali identità. Oggi il marelago raccoglie centotrenta fiumi e vive ecosistema di diversità biologica unico per habitat diversificato e specie endemiche. Dagli anni settanta attività antropiche terrestri e marine ne contaminano acqua e vita, dagli anni trenta sbarramenti massicci di affluenti alterano volume e salinità. Il mare degli storioni14 arricchisce di prelibato caviale e deprime di impatto umano distruttivo, perchè il fine giustifica i mezzi ed il profitto viene prima di tutto. Il lungomare vergogna di macchia petrolifera, che estende compatta fino al percepibile ed oltre. Fetore di nafta incornicia oleosi moti ondosi, che infrangono battigia ed intristiscono il cuore. Numerose enormità di orribili piattaforme stagliano orizzonte che disegna skyline di dignità smarrita ed inquieta l’idea di un mondo fottuto. L’angolo più originario della terra rischia collasso, colpevole di innata produttività, che viltà umana non legge patrimonio, ma ennesima risorsa da quantificare ed, immancabilmente, esaurire. Sento malessere vitale, interrogo idiozia d’azione che distrugge se stessa e cerca di  abbellire per osservarsi distruggere. Ricostruzione e disastro procedono paralleli e, contraddittoriamente, tangibili perché la vita del primo alimenta della morte del secondo umiliando natura e mondo senza minimo rimorso.<br />
Giorni tediosi seguono d’attesa. Ozgur è stressato e occupato e la nave ritarda presupposte aspettative. Impantanato di inedia decido che è tempo di nuovo vigore e congedo l’ospite turco. Ho in mente leggera solitudine, o forse semplicemente ne sento esigenza. Budget limitato e forma mentis impongono, unica scelta, dormitorio di viaggiatori centralmente ben locato, ma quando preparo ad alloggiare imprevedibile destino azzera precedenti intenzioni e catapulta Katia nel futuro prossimo. Pugliese di nascita e romagnola di adozione è coraggio ed intelligenza proporzionati inversi a esile fisicità; è cuore di donna, avventurosamente vissuto di terre estreme, inciso indelebile di umanità grande come intero Azerbaijan. Realizza mia presenza tramite Murat, biunivoco contatto azero, ed entra nel percorso via sms. Accolgo inaspettato invito d’incontro, percependo serene vibrazioni e stimoli a venire. Lavora Baku da 5 mesi per ONG perseguente progetto di recupero per 13.000 orfani presenti su territorio Azero, ma è attrice di passato ancora più esaltante, unico. Incontriamo alla stazione metro Baki Sovieti, sotto muraglione protettore di viaggiatori ieri come oggi. Forte pietra gialla d’indole tufacea colora doppiezza e spessore scenografico che orienta a destra; giardini rigogliosi di verde smeraldo filtrano compatta strada che scorre a sinistra; ferita di terra assiale emerge sottopasso di luce solare ed espone, improvviso, sorriso d’Italia che scorgo celato di scure lenti circolari. Salutiamo come amici decennali, necessari sopravviventi d’ambiente nuovo o quantomeno innovativo. Appare minuta, magra, energetica. Linea corvina di capelli definisce spigolosi angoli di cranio, lunga veste sottile assottiglia fianchi adolescenziali. Ritmo rilassato demolisce convenevoli e procede lento abitazione e conoscenza. Costeggiamo area antica e prima periferia, poi lunga scala risolve impegnativa pendenza e spunta affannosa collina che ripiana su slargo vagamente triangolare ove campeggia granitico Nәriman Nәrimanov, scrittore statista e rivoluzionario azero. Fronte di cortina prolungata oppone, perpendicolare, traiettoria di passaggio, proponendosi unica alternativa. Il resto è isoipse tondeggianti che affrontano quote verso il basso o verso l’alto. Il mostro modulare sovietico eleva pochi piani e muore di incuria, ma accoglie intriganti interiora per mezzo di squarcio regolare ben ombrato. Ventre e vagina d’edificio afflosciano d’età e intrigano di anomala perversione; specularità architettoniche svogliano orientamento che concentro per future eventualità. Tutto è uguale e soprattutto povero. Marciamo cortile interno tra soste arrugginite d’auto e lontane memorie di giardini. Occhi di consumati venditori osservano percettibili movimenti adagiando scheletri di sedie da angolo opposto a prospettiva d’ingresso. Pochi istanti accedono indefinito androne che accoglie appartamento di piano ammezzato dignitoso e ben organizzato, isola rigogliosa di arcipelago meschinamente bistrattato. Sediamo tavolo di cucina e rilassiamo finalmente d’incontro. Italia e Azerbaijan sconnettono di contatti, i primi interessano esclusivamente questioni economiche dei secondi, non cultura o geografia. Equivale presenza italica di genere lavorativo, spocchiosa ed affaristica, che Katia poco tollera e combatte. Orfani e povertà conseguono soprattutto cannibalesca imprenditorialità che prende e non restituisce, in Azerbaijan come nel resto del mondo. Incredula esprime gioia di presenza ed apre casa e cuore a futura permanenza. Passione e ambizione ne indirizzano energie verso attitudine sociale che sfoga in umanissima professione. Precedente missione era Palestina, parentesi di vita per crescita umana di infinita maturità. Mille giorni di passione e paura esplodono di coraggio da vendere ed ammirano chi ne ascolta la favola. Il vuoto di potere deflagrato per morte di Arafat nel duemilaquattro generò interminato conflitto tra Al Fatha e Hamas15 che tuttora insanguina la terra dei filistei. Il 12 giugno 2007, tra pochi impavidi colleghi, alloggiava insicura palazzina distante cento metri da quartier generale di fazione filooccidentale, subendo terrore di bombardamento continuo. Fu evento fondamentale della Battaglia di Gaza, guerreggiato senza esclusioni di colpi, che precipitò la striscia in baratro di violenza e morte e separò, definitivo, destini di territori palestinesi: “…un tempo l’uccisione di un bambino a Gaza provocava manifestazioni in tutta la Cisgiordania. Oggi i suoi abitanti non conoscono neanche i nomi delle vittime di Gaza!”16. Sopravvisse rifugiando la Croce Rossa, unico organismo internazionale ancora presente su territorio ed ultima possibilità di salvezza opinabile. Un anno prima scampò caccia a straniero, scatenata da ennesimo sopruso israeliano. Lei e collega salvarono sepolti in portabagagli di macchina che trasportò preghiere di vita fino confine israeliano più prossimo. Caronte di moderno traghetto fu suo assistente palestinese, che coinvolse moglie e figlia a dissimulare apparente normalità ad occhi di guerriglieri. Sopravvivere è ciò che accade giornalmente a Katia: stupenda parola che abusa esistenza e riconosce mera fortuna, se abbinata a grandi eventi ingestibili o che eroicizza essenza e dimostra questione di palle, se affrontata coscientemente in ogni attimo di esistenza. Palestina tatua indelebile cuore e prospettive e chi ne ha vissuto esprime idee chiarissime di problematiche irrimediabili per definizione: “i Palestinesi sono abbandonati da tutti, anche da chi gli si dichiara amico… Gaza è una striscia di terra sovraffollata dove vivono 1.500.000 disperati privati di qualsiasi libertà e diritto e i continui embarghi che Israele impone non fanno altro che peggiorare la situazione ed esasperare il popolo… è un giocattolo in mano ai potenti che sfogano le loro frustrazioni di pace in questo lembo di terra, sabbia e roccia… è un ghetto di territorio sovrano Palestinese ed i suoi abitanti sono dei confinati privi dei più semplici diritti fondamentali di libertà dell’individuo …”. Nero di occhi inumidisce nostalgia di ricordi, lontani e forti, come estatico rapimento che inebria delirante trance. Poi rientra e sorride, mortificando di pedante soliloquio: è sabato e vuole distrarre. Esorta veloce preparazione, alcuni amici attendono in centro. Reagisco fisico ai tempi richiesti, taccio verbale precedenti infondate autoaccuse. Quanto ascoltato è gioia che ambisco, ragione di viaggio, occasione di crescita. Non commento ne approvo rischiando apparente distacco, ma già sento che scriverò di lei. In metro raggiungiamo la fermata 28 mai che topografia cittadina immerge in viscere profonde; risaliamo la luce per mezzo di lunghe scale mobili e, ultimi ed in ritardo, incontriamo sparuto gruppo multietnico di dipendenti petroliferi pronti a illudere di weekend azero. Accenti francesi, tedeschi ed americani caratterizzano cadenze usuali che soprassiedo, ma attraggo di musicalità diversa che caratterizza di occhi scuri, pelle bruna e chioma nera: Amin, venticinquenne Iraniano, a Baku da più di un anno, pieno di invincibile dinamismo. Feeling immediato elegge il figlio del medioriente compagno inseparabile di attesa d’imbarco e ultime giornate caucasiche. Predestinato centrocampista di talento, stroncò speranze e carriera in banale incidente automobilistico appena maggiorenne, poi concentrò proprie energie su formazione ed ora vive come tecnico informatico. Espatriò patria e famiglia quando si realizzò protagonista inconsapevole di matrimonio programmato: parenti di San Francisco tramarono viaggio e sposa, ma insidioso inganno scoperchiò banale e netto rifiuto fu miracolosa fortuna. Amin beve birra e mangia maiale, proibizioni coraniche di esigenze reali, non spirituali. Alcolismo e scarsa igiene suina inquietavano i profeti su effetti morali e fisici ai mussulmani e sono da intendersi come prescrizioni mediche piuttosto che divine. Garantisce, vestendo d’acuta intelligenza, che consumo di entrambi non inficerà assolutamente rapporto con Allah e salvezza d’anima, implementando, di contro, proprio bagaglio critico antagonista a concetto di proibizione e repressione. Amin trasmette enorme simpatia e introduce a obbiettivo di serata: piatta spiaggia che affaccia il Caspio incorniciata di pretenziosa struttura ludica e grottesca selezione musicale. Frequentazione regolare di sfrenata gioventù locale elimina impressioni primarie e trasferisce, nei limiti del possibile, nuove interpretazioni del caso. Troie e papponi sono realtà inconsistente, confinata a immagine negativa che strozza città e abitanti. Verità d’insieme dichiara diversa e stimolante, anche se embrionale e di futuro incerto. Osservo perimetrale e leggo ingenue parvenze globalizzate, come se Baku potesse essere ovunque. Straziato da commercialità musicale, raggiungo battigia e rifiato di luna e riflessi, che piattezza di mare insinua docile e malinconica. Accomodo la spiaggia, perseguendo beata solitudine che smaterializza in pochi minuti. Amin, Katia ed altri raggiungono mie coordinate, liberano di fardelli e principiano immersione. Invitano, ma rifiuto: l’acqua è tiepida e consistentemente melmosa e non fido di essa rimandando qualsiasi approccio alla luce del sole. Mattino seguente conferma quanto ipotizzato: il mare è unica macchia oleosa che avvilisce qualsiasi velleità. Con Amin e Katia raggiungo zona balneare in autobus, di domenica gli abitanti di Baku adorano bagnare loro inquinatissime acque: famiglie festanti e gruppi di giovani occupano e antropizzano ogni singolo metro quadro di sabbia; specchio liquido più prossimo a bagnasciuga trasforma in affollatissimo teatro di ogni possibile attività umana. Verso destra lungo pontile oltrepassa battigia ed immerge acqua di piloni lignei finoltre reali necessità. In sommità gruppo sorvegliante la balneazione abusa di megafono, senza soluzione di continuità, redarguendo, rimproverando, rimbrottando in modo scolastico. Rincontriamo alcuni amici di sera precedente, a loro agio nel surreale arenile caspiano. Svolgo convenevoli ed accomodo pochi centimetri quadrati, principiando etnologica osservazione del circostante. L’Azerbaijan è paese mussulmano politicamente laico, pertanto influenze religiose poco incidono costumi locali. Appartenenza a sistema sovietico ha modificato abitudini ed attitudini di popolo che per definizione ama considerarsi il fascino europeo dell’oriente. Ragazze in bikini e promiscuità di spiaggia testimoniano quanto supposto e spingono oltre preconfezionate considerazioni. Poi richiamo familiare distoglie inappropriate elucubrazioni: è domenica, è spiaggia, è viaggio. Che il cervello riposi! Amin invita a bagnare, Katia appoggia ed esorta. Forte di esperienza Ucraina accetto nonostante evidenti titubanze: Dnepr e Caspio appaiono parto gemellare ai miei occhi. Accosto gli altri e osservo entusiastiche corse nel lago di petrolio. Ultimo entro l’acqua, ma è peggio di quanto immaginato: temperatura e densità oltrepassano pessimistiche aspettative. Avanzo indomito fino a sommergere il petto ignorando viscosa densità di percorso, riflessi d’arcobaleno colorano l’intorno impedendo minime ed augurabili trasparenze. E’ malessere che invadente euforia di contorno amplifica, godendo del poco che ha. Poi gocce melmose bagnano il viso ed indolenti inumidiscono labbra ed occhi, demerita attenzione di giocatori di volley alla mia sinistra. E’ troppo, perdo volontà e pazienza. Scempio di piattaforme a breve raggio e invadente voce meccanica di bagnini demoliscono ultime velleità. Ruoto me stesso e reindirizzo sconfitto spiaggia e parvenza di dignità. Katia osserva ritirata e irritazione, accetto sconfitta ai suoi occhi: ancora una volta dimostra più coraggio di me.</p>
<p>Notizie Georgiane rincorrono preoccupanti, invasione di sud Ossezia prosegue indomita nonostante contrarietà occidentale. Poti e Batumi, porti principali d’ingresso merci al Caucaso, versano agonia di bombardamenti e conseguente immobilismo. Strategia militare Russa di provocato embargo castra, dolorosa, importazioni e trasporti: nulla entra Georgia; nulla prosegue Azerbaijan; nulla imbarca Caspio. Sintetico sunto di amara constatazione che svilisce di giornaliera a categorica affermazione: tomorrow…….tomorrow! Viaggiare il Caspio via mare assume contorni fiabeschi proporzionati a scorrere di tempo, ma non demordo. Rinforzo idea e obbiettivo vivendo Baku e amicizia di Katia ed Amin, beato d’accoglienza serena e splendide giornate azere. Rilassanti passeggiate senza meta, gustose cene italiche, sorprendenti conversazioni notturne riempiono, efficaci, vuoto di attesa e timore di fallimento. Ma guerra e idiozia sconfiggono qualsiasi volontà e settimo giorno di gestazione convince resa unilaterale, valorizzando sola plausibile alternativa. Consiglio di Amin suggerisce agenzia di viaggio prossima suo ufficio. Accezione insignificante che giovane amico legge frustrata, promettendo sostegno incondizionato. Apprezzo enorme coscienza e fratellanza, amicizia breve e intensissima, lezione che rinvigorisce cuore sconfitto. Nuvole grigie spazzano cielo e golfo di pomeriggio che marca inappellabile disfatta, conferendo cinereo cromatismo a interezza di epilogo. Entriamo decadente agenzia: bancali di scuro legno perimetrano agonizzante proscenio; freddo pavimento marmoreo appiattisce bianca luminosità; polverose stampe murarie invecchiano ciò che già è attempato. Odioso fottutissimo posto! Indirizzo postazione preposta ove anacronistica impiegata accoglie, di sorriso sdentato, titubante richiesta per acquisto di volo oltre il Caspio, amaro salto territoriale. Biondi fili di cotone decorano detestabile grassezza che tormenta tastiera di obsoleto computer e, come per magia, espelle dati compatibili a preannunciate necessità. Centoventi dollari decollano Baku e atterrano Aktau, remoto insediamento kazakocaspico  ad un ora di atmosfera. Futuro immediato e definitivo che dubita, riflette, smarrisce in unico infinito istante. Urlo sordissimo vaffanculo a intorno ostile, vorrei bruciare di benzina spregevole ghigno pago d’obbiettivo raggiunto. Esito infame che imprime decesso annunciato di aspettativa lunga il sogno di una vita, ma è fuoco interiore che smorza d’esterno, è algida reattività che cela evidenza e salva il culo. Amin congeda fino a sera, esibendo indole sensibile a percezione di irritata predisposizione. Vago la città. Sproporzionati assi viari, illuminati a giorno, combattono imbrunire che incendia rosso fuoco di cielo e umore, come percorsi d’anima che oscurano effettiva materialità ed esprimono attraverso anonima acquisizione di contorni. Mammadammin Rasul-Zadhe, arteria pedonale prossima ai caravan serragli, appare come sempre vitale di enormi magazzini globalizzati ed interminabile passeggio. Ne percorro pavé acciottolato disinteressato a eventi che scenografano quotidiana energia. Intermittenza di luci colorate promette paradisiaco consumismo al semplice varco di soglia di celebri brand che, impietosi, affamano ricchezze di ovunque, anche remotissimo caucaso. Incrocio Katarina e Julia, gemelle russofone, impattate giorni addietro con Amin. Indiscutibili bellezze slave, che saluto distratto, mentre accomodano esterno di caffè tra chiacchiericcio festante, affollando trapezio rettangolo di fontane e giardini che scorcia a nordest ortodossia color crema di Chiesa di San Gregorio Illuminatore. Necessito solitudine, o quantomeno basiche relazioni, che silenzio e pessima predisposizione non rovinino irrimediabili. Rientro casa secondo medesimo percorso intrapreso giorno di primo accesso. Aggiorno future prossimità in cucina mentre Katia riassetta, Amin attende silente divano di soggiorno incorniciato da finestrato bovindo. Sorrido gli amici, sono ciò cui ho bisogno. Voglio viverli intensi per ultima notte, saziarmi di incredibile umanità che colora splendide esistenze. Inusuale inappetenza oppone orario di cena, antistimolo a funzioni vitali difficilmente soprassedute. E’ caldo e pessimo funzionamento di condizionatore induce nuovamente la via, che propongo come unica scelta di contrapposizione ad afa notturna. Svolta sinistrorsa punta e oltrepassa Nәrimanov, imbocca viale alberato e giunge zona residenziale. Blando ritmo di passeggio accompagna nuove prospettive, finora invissute, per mezzo di lungo percorso pedonale, geometria assiale a sensi opposti di viabilità che giardini ben curati e piastrellato cementizio elevano a concreta attenzione di restyling d’area cittadina. Amin interrompe improvviso, centripetando curiosa attenzione. Indica appariscente edificio color avorio, inzuccherato di volute, capitelli e colonnati che eccellono volontaria presupponenza. E’ alloggio di presidente Alyev: residenza reale di democrazia ereditaria, o palazzo rappresentativo di monarchia elettorale, o confusa accozzaglia di incollocabile terminologia. Imponenza di granitiche mura, spinate in apice, sostiene supponenti sistemi di controllo che proteggono sonno di “lecito” presidente: telecamere, militari, blindati surrealizzano grottesche visibilità, rimandando ulteriori considerazioni. Interrogo i compagni di opinioni personali, sorrido ad ingenuità iraniana: “…better don’t ask here, cameras are evrywhere, they could record what we say….” Emiciclico slargo registra ironica affermazione ed offre comode panchine d’appoggio, sostegni invitanti per restante conversazione di idee, sogni, speranze. Aspro profumo d’arance accende tappeto stellato, brezza d’estate ne trasporta odori di buono e riconcilia dolce serata che aspira sonno rasserenatore. Attimi dopo adagio divano di quiescenza notturna, ma adrenalina pomeridiana fatica a smaltire. Katia dorme sua abitazione, l’indomani pranzeremo assieme. Vuole conosca Jamal, assistente personale e azero purosangue. Interesso valutando evidenza di nulla condivisione con popolo che gentile ospita sua terra. Esalto d’idea e ragiono domande e accezioni. Rimugino opportunità intrigante di nuovo confronto. Poi Orfeo raggiunge, profumato anche’esso d’agrumi, e d’abito stellato riposa onesta fatica d’amore e passione. Dormo profondo e ridesto tardivo soleggiata mattina, tempo di pranzo è comunque a venire. Organizzo zaino e accessori, ma smarrisco lettura di viaggio. In Asia di Terzani nasconde introvabile, illudendo inutile ricerca. Rimando al futuro, ma sconcerto di inequivocabile segnale. Il giornalista impone se stesso rientro italiano via terra, affrontando evidenti difficoltà senza demordere, e raggiunge obbiettivo. Intralci d’attesa sconfiggono di mastodontica pazienza e grintosa determinazione dell’uomo che ha scritto e viaggiato come sognavo che fosse. Ho bramato capace emulazione leggendone emozioni ed avventure, inviadiandone piratesca esistenza, adorandone immensa immensità, ma nel giro di qualche ora appresto a tradire me stesso e sue lezioni, e di ciò continuo ad avvilire. Esco e seguo verso nord, direttrice opposta del mare. Cammino pendenza che collega estremi di notte e nuovo incontro; ancora una volta Baku trasforma, camaleontica, mediocre residenzialità in alti edifici di cemento e cristallo. Discreta salita arrampica collina e nuova espansione di edilizia ardita e futuribile, neutra concentrazione di capitali occidentali: uffici, rappresentanze, banche, servizi accessori puntellano congestionati centimetri quadri di territorio attraverso mutazione qualitativa originata da produttività e denaro. Pranziamo fugaci asettica sandwicheria, babele linguistica doverosa ad esigenze di eterogenea clientela. Impegno improvviso rapisce miei commensali che, mortificati, accomiatano promettendo reincontro serale e celebrazione di prossima partenza. “Devi assaggiare il miglior plov17 della città, prima di partire” afferma Jamal sorridendo me e il mondo. Bianca dentatura fessura scura pelle e volto simmetrico di occhi marroni e labbra sottili. Corporatura ellittica di pronunciato asse minore esprime affabile inglese e aleatoria professionalità di interprete, segretario e accompagnatore di Katia. E’ inoltre primo autoctono che presuppone possibili conversazioni. Rincontriamo alle sette e sediamo affianco tavolaccio rettangolare di ristorante eletto location di congedo. Boiserie di legno scuro circondano perimetro di sala rettangolare, bianchi e neri di antica Baku ornano pareti crema e arancio, caldi lampadari in ghisa illuminano vivaci discussioni. Scorgo lontano impomatata trasparenza di profilo che avvicina travestita da cameriere. Amin conduce al capotavola valutazioni di cibo e bevande, Katia e fratello di Jamal completano compagnia di serata oppostamente seduti. Primo vino stimola agognato narratore, che null’altro attende. Racconta aspetti tragicomici di sua amata terra, reminescenze ancestrali che popolo, soprattutto rurale, non riesce a liberare: il Ghachirtmag, fonetica interpretazione di incomprensibile pronuncia. Oggi, come in passato, rapire scopo matrimonio è frequente e tollerato: azeri e georgiani decidono sposa e compagna di vita organizzando sequestri femminili con ausilio di parenti ed amici. Costringono ragazzine sedicenni, in ambienti chiusi fino ad accettazione forzata di matrimonio. Rifiutare è inconcepibile, sola permanenza tra mura domestiche diverse presuppone impurità inaccettabile a preistorica morale locale. Cerimonia e vita prossima proseguono in assenza di  lei parentela che, a distanza di anni, sposo pacificherà presentando scuse ufficiali. Conferma che è pratica tuttora piuttosto diffusa e aggiunge ironico che ragazzine e genitori vivono perenne consapevolezza di più che remota possibilità. “…ovviamente è il destino di quelle belle” continua, “le brutte non corrono alcun rischio!”. Ride di gusto, sollevando ritmico spalle e diaframma. Trasmette oggettiva allegria e confessa unica partecipazione a balorda usanza prematrimoniale. Discolpa, poco convincente, asserendo contributo passivo a efficacia d’operazione. Quindi muta serio, rindossando stile di funzionario UNICEF: ”E’ pratica denunciabile e perseguibile, ma costume popolare radica più di diritti umani”. Domando se è questione Caucasica, provocando auspicate controdeduzioni. “Gli Armeni sono migrazioni settentrionali, Caucasici esclusivamente per compiacenza Russa. Senza protezione sarebbero in grado di occupare il Nagorno – Karabak? Pochi e poveri contro molti e ricchi! Siamo il quadruplo! L’Azerbaijan guarda a occidente e le regioni occupate sono strategia di isolamento da parte dei russi. Come Abkazia e Ossezia del sud per i Georgiani e Crimea e province russofone per Ucraina. E’ storia infinita di passato e geografia, prigione eterna che non libereremo mai!”. Ne apprezzo intelligenza e sarcasmo, istruirmi lo inorgoglisce di speranza. Augura che abbia facoltà di propagandare sacrosanta verità di intricata ragnatela di etnie e guerre che massacra il suo Caucaso. Dedicherei ore all’ascolto, per cogliere ulteriori intriganti segreti, ma tempo inesorabile costringe partenza per aeroporto e successivi saluti che, sommessi, sanciscono affetto vero per Katia, Amin, Jamal: fetta di mondo fondamentale per emozioni di pagine a scrivere. Nero notturno artificia di tracciante illuminazione che avvio mesto, precipitando ennesimo su normale procedura di check in e dogana. Proietto colpevole ripetuta violenza asettica di neon d’aeroporto e plastificati sorrisi, appiattiti effluvi ed intollerabile conformità. Attendo lacerato, dimesso, irritato. Spontanea rotondità cranica e chiarore olivastro sostituisce di longilinei pallori; cartoni imballati di mondo muoiono di griffe e vero cuoio; dinamismo di popolo affoga abulia impersonale. Incrocio braccia e gambe, distendo tendini, isolo cerebropatico astioso contorno ordinatamente confuso. Click metallico raccoglie ovina processione, paziento ultimo trafila di desk. Algida impiegata dispensa millesimo sorriso atonico e conclude operazione di imbarco. Viscere di aeroplano ricevono definitiva fine: sono pronto a volare, ma non smetterò di viaggiare.</p>
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In volo 27/08/2008<br />
Migrare Taskent da Kiev, sporco di terra e mare, schiude glorioso epilogo di unico obbiettivo, germogliando rabbiosa indisposizione a ignorare intere porzioni di territorio diecimila metri al di sopra. Ma onesta illusione di spostamenti antichi e lenti, come d’epoca che volare era chimera di soli volatili, muore per globalità di mondo. Quarantotto ore circumnavigano sfera terrestre, distruggendo meravigliosa illusione di librarne, bruciando fatale giustezza di percorrerne, uccidendo impietosa idea di viaggiarne. Portento di treni, navi, bus alleano rallentando tempo e azione, regalando scorci di infinità bellezza inconcepibili in altezza di nuvole. Sfiancati latifondi Ucraini, schiumosi flutti di Nero, morfologico orgoglio Caucasico, endemici marosi Caspici, steppico giallore Kazako, sabbioso deserto Uzbeko sono sfida a irregolarità di movimento, sono bellissimi segreti da serbare in cuore, ma sconfiggerne per ottusità umana avvilisce di indistruttibile avversario. E’ notte e mai saprò di Caspio. Bile amara strugge disagio d’alta quota, incapace di dominare evento di forza e oltraggio. Volo ed inutile somatizzo idea di fato: violento vincitore di immateriale capacità a sconvolgere scelte di passione e cervello. E di questo mi tormento.</p>
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Aktau  27/08/2008<br />
Secca pianura punteggia d&#8217;arbusti e graminacee, come quiete secolare che spazza, di vento, fili d&#8217;erba e piega, innaturale, ciò che tenta verticale. Lontane alture orizzontano steppica porzione di mondo, basse e stondate d&#8217;impietoso zefiro, crudeli aborti di morfologia mai nata. E&#8217; silenzioso dominio di rettili e roditori, principio e fine di catena alimentare unica, povera, centrasiatica. Ma terra dura come pietra sa tremare se vibrata d&#8217;impetuosa forza, se incisa di muto bailamme, se ritmata di assordante calpestio. Sa esistere se minacciosa polvere d&#8217;orizzonte emerge lontana e oscura cielo di nubi e rapaci, svilendone vigore e maculando azzurro intenso di grigio disomogeneo. Sa esprimere se filtrata di pleonastiche lame di luce e linee curve di fine invadono di gloriosi guerrieri. Sa imporre se fieri zoccoli equini delirano assordante fragore e lame sguainate raccolgono cupi riflessi di sole che proiettano infiniti. Sa affascinare se riconosce d&#8217;essere madre d&#8217;uomini nomadi e liberi e decide di appellare terra di cosacchi. Kazakhstan, splendido suono musicato d&#8217;incertezza d’origine che galleggia gloriosa stirpe d&#8217;incrocio di razze, cui mescolanza di sangue e pelle predilige dominante slava. Acquisirono numero sommando di avventurieri, contadini e fuggitivi servi di gleba; acquisirono identità fedeli a motto “un cosacco vive di erba ed acqua”18. Coloni di terre perennemente tese, vissero combattendo Tatari, Turchi e Persiani avvalendo di rigida struttura militare. Democratica guida era Ataman, capo militare eletto secondo cadenza annuale, che da città ucraina di Zaparozhe governava Rade19 militaresche, diffuse su ampio territorio di controllo. Vissero secoli di limite feudale zarista proteggendone religione e proprietà, fedeli a orgoglio di origine comune. Sciabolarono conquista di Caucaso, asia centrale, siberia, estremo oriente; imposero gloriosi su francesi napoleonici e imperiali tedeschi; migrarono puntuali terre pacificate perché cosacchi si nasce a cavallo e si muore in battaglia. Rivoluzione bolscevica minò prestigio di popolo che schierò a fianco di armata bianca e patì repressione e deportazioni in quanto ceto sociale ostile e, quindi, privo di diritto ad identità specifica. Soprusi e ostilità resero gloriosi guerrieri fedeli collaborazionisti nazisti, che riunirono ROA (Esercito di Liberazione Russo) e opposero a Armata Rossa secondo consolidata struttura di cavalleria leggera. Ma fine di guerra impose, per idea di Churchill, rientro Sovietico di tre milioni di fuoriusciti nazisti, nazionalisti, anticomunisti e, per volere di Stalin, esecuzioni di massa o internamento di gulag, perché “il prigioniero di guerra è un traditore che sa di occidente”. Orgoglio di duemila d&#8217;essi scampò dignitoso tali umiliazioni, suicidando in massa acque di fiume Drava. Poi, dissoluzione d&#8217;URSS revisionò atteggiamento governativo e approvò risoluzione di “Riabilitazione dei Cosacchi”, restituendo diritti e onori a sistema unico di forza armata, radicato e presente a punto d&#8217;essere fraintendibile come etnia. Oggi, come ieri, Kazakhstan trascina di mito e viaggiarlo, diametrale, regala intensità di storia e migrazioni, focalizzando fondamentale crocevia tra est ed ovest. Immensa estensione classifica nono paese mondiale, grande più d’intera Europa occidentale. Predominanza di ceppo mongolo caratterizza demografia kazaka, seppure duecentocinquanta anni di dominazione zarista e sovietica programmarono infinita serie di migrazioni slave, tali da equilibrare percentuali di principali etnie fino a quarto di secolo scorso. Poi agognata indipendenza invertì flusso immigrante in emigrante e russi di ultime transumanze rientrarono frettolosi propri confini, generando scompensi di tessuto sociale, soprattutto per capacità tecniche e gestionali d&#8217;industria. Tuttora primi e secondi, riproporzionati, dividono terra e opportunità, seppur perseguono di strada e vita, oggi più di ieri, come olio e acqua: tangenti, impenetrabili! Accade ovunque, da sempre. Accade ad Aktau20 su sponda caspica, primo punto di contatto di terra che scopre, immediata, d&#8217;intrigante storia. Fondata anno sessantatré di millenovecento come base per alloggio e lavorazione di enormi giacimenti di uranio, clima mite e bellezza di luoghi convertirono, successivi, in località balneari per élite sovietica. Ad oggi vive di centocinquantamila abitanti e isola tale da garantire rifornimenti per esclusiva via aerea; potabilità d&#8217;acqua, invece, dipende indigente da impianti desalinizzanti progettati a epoca di fondazione. Centro rilevabile più prossimo è Atyrau, centinaia di chilometri a nord lungo sponda est di Caspio, restante territorialità è arido deserto di cammelli battriani21 e nomadi. Urbanistica cittadina indicizza programmazione sovietica di larghi viali e blocchi d&#8217;edifici residenziali d&#8217;imprescindibile architettura socialista. Recenti tentativi di restyling modernizzano zona centrale e invadono fascia costiera di pretenziosi resort per nuovi ricchi, ma impronta passata sfugge attualizzazioni pianificate e trattiene peculiarità architettoniche e toponomastiche d&#8217;origine. Orientare è partita di scacchi tridimensionale basata di tre semplici coordinate: isolato, edificio e appartamento. Sistema oltremodo facile, meticoloso, efficace: onnipresente cartellonistica stradale segnala sequenza d&#8217;isolato;  sovradimensionata numerazione campeggia sommità d&#8217;edifici; progressione d&#8217;appartamenti caratterizza anonimi caposcala. Vacuità di toponimi e denominazioni storiche denuncia puerizia di luogo e, spesso, ne evidenzia genuinità. Vertiginose scogliere bianche22, candide spiagge sabbiose, cristallina acqua di mare sono determinanti che impreziosiscono natura selvaggia d&#8217;angolo estremo di mondo che proclama vittorioso. Atterro notturno e distante da centro ed indirizzo angusto ufficio dove assonnata matrona gestisce artigianale centro informazioni e prenotazioni. Propone soluzione dignitosa, economica e centrale che accetto senza remore e senza pretesa d&#8217;alternative. E&#8217; notte ed esigenza di riposo è priorità assoluta. Ampia veste di stinta fantasia floreale avvolge imponente impiegata che, mastodontica, adagia enorme posteriore su barcollante sedile prossimo di cedimento. Arcaica procedura prenotativa consta di obsoleto telefono e gialla carta intestata, fioca luce illumina ristretto locale composto di donna e null&#8217;altro, opaco vetro scheggiato separa aliti e contatti epidermici, sottile fessura sanguina prenotazione cartacea e spegne, provvidenziale, finto sorriso d&#8217;impiegata. Allontano sereno di notturno alloggio e investigo possibilità di centro. Pochi tassisti annoiati riempiono indefinito slargo, antistante terminal d&#8217;arrivi: zaino e stanchezza rendono scarsa appetibilità a turnisti notturni in attesa di lauti guadagni. Pare nessuno abbia intenzioni lavorative immediate e rifuggo su intervento di giovani turchi che procurano passaggio e prime informazioni. Vivono Aktau da un anno, lavorano edilizia e dichiarano strenua resistenza ad abitudini locali, troppo arretrate rispetto a madrepatria. Siedo posteriore a sinistra di inindentificabile vettura che impresa di lavoro offre gratuita, comprensiva d&#8217;autista, a dipendenti meritevoli. Illusori benefit consolatori per condizioni di vita quantomeno disagevoli. Dirigono centro a bere birra o altri alcolici, sentono esigenza di distrazione ed invitano gentili, ma abbisogno di riposo e, rammaricato, declino. Lunga strada rettilinea collega aeroporto e centro, trenta lineari chilometri intercorrono tra principio e fine. Ripetitiva luminaria fiancheggia estremità di carreggiata, come moderna alberatura, e proietta visibilità d&#8217;oltre verso piatta natura che estende infinita a occhio umano. Traffico ridotto, d&#8217;orario e solitudine, tedia monotona lunghezza di tragitto, poi centro abitato di luce e presupposta vita appare distante e prossimo, vicino e chimerico. Birreria e hotel collegano prossime lungo ampio asse stradale che solca, parallelo, linea di costa. Congedo salvifiche figure esprimendo volontà di breve passeggiata, inevitabile esigenza d&#8217;approccio a nuova territorialità. Percorro importante via, senza nome, secondo direttrice nordovest – sudest fino ad enorme piazza rettangolare, senza nome, che biforca perpendicolare viabilità, senza nome, a levante verso porto e industrie, a ponente verso costa e residenze. Neon d&#8217;insegna accompagnano e colorano prossimità immediate e remote di standardizzata antropizzazione, inducendo agognato raggiungimento di meta. Hotel Aktau domina prepotente squadrato spazio urbano ed offre sovietici punti di riferimento di antica e novella propensione ricettiva per vacanzieri borghesi. Check in e burocrazia scorrono veloci per scarsa vena di impiegato notturno che assegna, generoso, camera d&#8217;ultimo piano. Sconfiggo verticalità d&#8217;ascensore cigolante, poi interni discreti aprono lungo corridoio moquettato fino a ingresso di camera. Stanchezza di membra rallenta riflessi e prestazioni combattendo, invinta, difetto di serratura. Spassionato riesco d&#8217;intento bramando di doccia e letto, ma miracolo di panorama assorbe, istantaneo, insulsa negatività regalando ennesima piacevole vibrazione. Ampia finestratura, frontale ad ingresso, apre centottanta gradi d&#8217;Aktau. Sensuali milioni di lucciole punteggiano rotondità di costa e ortogonalità di antropizzato fino a perdere d&#8217;orizzonte. E&#8217; bello dall&#8217;alto, è libero e ampio. Leggo cemento e pianificazione, programmazione e antropizzazione, ma capto infinita spazialità che libera di blocchi e assi, ordine e regole, uomini e governi. Steppa e cosacchi esistono tuttora, ne fiuto imprescindibile presenza e fragorosa capacità d&#8217;essere, ne avverto intenso calore e sento che di loro vivrò immensa territorialità più di banale cemento. Intenso guardo a oriente, dov&#8217;è Astana, dov&#8217;è Almaty, dove Asia e dov&#8217;è quanto ancora bisogno di imparare.</p>
<p>Spocchiosa prima classe è possibilità unica di treno per Astana e disponibilità a tre giorni obligata scelta. Intuisco prim&#8217;anche di sentirne, inequivocabile smorfia interlocutrice precede, gentile, quanto tribolato verbo seguirà immediato. E&#8217; bella e slanciata e, soprattutto, mongola. Avvenenza che demolisce, sorprendente, idea di asiatici minuti e magri e indebolisce fermezza d&#8217;istinto. Occhi a mandorla e viso piatto ne accomunano estremità d&#8217;oriente, armonica fisicità giustifica passato glorioso di fiera stirpe, che soli cent&#8217;anni23 vide imporre fino a limiti d&#8217;Europa. Gentili mani affusolate digitano polverosa tastiera e ruotano catodo obsoleto, incomunicabilità di idioma impone gestualità necessarie a comprensione. Alza felina e dirige collega d&#8217;agenzia in postazione arretrata, russa e palesemente sconfitta. Gambe tornite riempono fino ad esplodere severità d&#8217;ambiente, nonostante suppellettili e arredamento segnino passo e decoro, pareti scrostate chiazzino di sudicio, linoleum scollato pavimenti metri quadri di locale. Predispongo favorevole a idea di trascorrere giornate di pace lunare che porzione estrema di mondo propone: spiaggia, sole e assenza di piattaforme petrolifere sono aria fresca che riempie polmoni e rinvigorisce fortissime sensazioni. Sorrido e accetto mentre rientra base, ricevo letizia di riflesso che illumina principio di giorno. Alzo inquieto, difetto favella desiata. Saluto e avvio uscita maneggiando titolo di viaggio, poi volto avveduto a inchiesta di ultimo sguardo, ma ricevo concentrato impegno lavorativo. Poco male. Ad uscita acceco di sole, è canicola potente che ustiona incertezze. Mare a due passi libera benefico iodio sensibile a pelle e narici. Recupero aria di polmoni e decido spiaggia, percorrendo inverso passi d&#8217;andata. Salgo albergo e raggiungo camera. Libero d&#8217;abiti su parquet laminato, recente pretesa d&#8217;abbellimento, e indosso tenuta da bagno. Specchio laterale riflette immagine di viaggio. Appaio vissuto, dimagrito,  bruciato di giorni lunghi e indimenticabili. Scorgo peluria di barba che circonda viso e inclinazioni, acquisisco pallore d&#8217;aspetto che grida esigenze di pausa. Rivaluto indifferenza precedente, trentacinque giorni di chilometri incidono apparenza e portamento ed assolvono contendenti. Ma è ruga che indosso sereno, che vesto orgoglioso. Sorrido e compiaccio convenuta riflessione d&#8217;intenti; respiro e rifletto reattiva effigie matura di strade e solitudine; annuisco e accerto consapevole volontà; allontano e accarezzo fiera barba e giusto affanno. Muovo. Camera e albergo distaccano indolori, sentore d&#8217;esterno detona interiore. Esco vasta piazza che irradia calura estrema, costeggio agenzia di viaggi, rigo dritto. Frontale luna park impone svolta a destra dove approssima curva che inclina stretta ed apre scogliera tufacea, dritta e possente. Declino altura, parallelo a costa, fino a livello d&#8217;acqua, poi principio percorso pedonale incastrato di klinker bianchi e rossi. Limite destro contiene declino di suolo fino a cortina di edifici in costruzione, limite sinistro apre basso e accogliente fino a spiaggia color oro. Incrocio sparuti bagnanti, perlopiù locali e proseguo leggero per poi eleggere quieta insenatura di rocce luogo di tregua. Accomodo dolce di tepore solare, allungo arti e pensieri, rilasso acuta stanchezza, addormento esausto, sogno. Sogno onde lunghe da prua e amaro profumo di storione e gasolio, sogno lucidi riflessi di sole su sottile pellicola d&#8217;acqua, sogno impercettibile spessore di Caspio solcato di forza motrice. Navigo mercantile di Baku, ingombro di Tir e migranti. Mezzodì traversa sponde d&#8217;opposta costa, fendendo realtà mutevoli di percorso. Scheletri inquietanti, come avidi insetti, succhiano sangue nero di profondità trivellando, impietosi, fauna marina: cigolio meccanico invade percezioni uditive di ritmo costante e oleoso, tristezza di paesaggio rammarica aspettative di mondo migliore, cupezza d&#8217;insieme riflette effluvi collaterali di passeggeri avvezzi a tali oltraggi. Addormento nel sonno disgustato di stupidità e risveglio improvviso nuovo scenario. E&#8217; bell&#8217;intorno, sereno, silente. Raggi benigni brillano mare e nient&#8217;altro attorno se non mare ancora. Appare costa selvaggia, allegria di voci colora l&#8217;azzurro. Cenciosi scugnizzi urlano gioia di giochi e splendore e squarciano, profondi, quiete essenziale. Ma spessa linea bianca di prossima riva avvicina irraggiungibile, come carota per cavallo affamato, come uva per volpe invidiosa. Indolenza d&#8217;obiettivo fallisce stizzosa, destino accanito illude di rabbia. Sole oscura e schiamazzo festante deriva molesta cantilena, che oscilla di mare crespo e schiumoso. Perfido incubo appropria delicatezza onirica, mutata di brutale fine e, tersa, risveglia di flebile ombra e reale vociare. Palpebre appannate scollano lemmose, perlage di sudore riga volto cementando sabbia acquisita. Seguo di senso uditivo roteando su fianco. Individuo origine di grida. A monte, verso striscia pedonale, alta piattezza rocciosa addiviene trampolo d&#8217;acrobazie, capriole e simulati crolli. Mezza dozzina di giovani mongoli esercita Parkour24 ed esulta buon esito di arditezza e performance. Magri e muscolari istruiscono indicazioni di giovane adulto, che mostra ed allena sapiente. Recupero coscienza e siedo elastico pneumatico per osservare umana tendenza a dimostrare, a globalizzare. Alcuni evolvono bene, ruotano aria e fermano saldi fine lancio. Ma ripetitività d&#8217;allenamento annoia repente ed induce a recupero d&#8217;averi e prosieguo di passeggio interrotto da sosta. Medesima direzione d&#8217;arrivo acuisce dislivello di quota tra mare ed edificato, fino a secare d&#8217;imponente scala che, impervia e marmorea, riallaccia direttrici parallele. Principio scalata, ma è ora che sole declina e alta prospettiva su filo di mare offre perfetta ubicazione. Arrampicata di mezzo prevede largo smonto e circonda di sedute, aiuole d&#8217;arbusto e colorato ristoro che dispensa birra e sementi. Varietà abbondante di prodotti espone, coprente, totalità di struttura; minutezza d&#8217;apertura libera prigionia di onesto venditore; lunghezza di dita estende braccia e merce scomparendo nuova di tenebre, appena acquisito compenso. Interrogo proprietario d&#8217;arto, maldisposto  fruitore d&#8217;imbrunire. Possibile perdere desiderio di bello e vitalità? Possibile sprecare tramonto di Caspio? Rabbrividisco di cinismo, di sprezzante bulimia, di disonesta affezione. Prego, sincero, d&#8217;immergere mai profondo abisso, di sorprendere sempre spettacoli di mondo, di emozionare comunque nuove scoperte. Tale avviene ora, grazie a Dio o Allah. Incuriosisco di getto e penetro d&#8217;occhi oscurità di gazebo, ma intento inutile. Asessuata presenza protegge e rifugge, forte di cella e buio. Che sia anziano, adulto o adolescente mai saprò, ma è richiesta personale che rispetto e non inficio. Allontano lento ed accomodo panca ben esposta, sorseggio birra ed attendo che enorme palla di fuoco incendi fulvo limite di mare e oltre, che rossore di sole appaia subitaneo e rifletta, sanguigno, Caspio e dintorni, che origine di tutto risalga alto cielo e confine d&#8217;universo, che potenza d&#8217;energia deflagri portata d&#8217;apice e sfinisca debole fino a perdere vigore e tingere di nero. Assistono molti irrinunciabile evento, non vale deprimente accidia. Zeus muore ogni giorno, ma rinasce! Candidi militari di marina imbiancano, d&#8217;uniforme, circolare spazio. Ne interrogo valenza, motivo d&#8217;esistenza  ove mare è solo lago. Ne osservo atteggiamenti, cameratesca unità che approccia, ridondante, graziosa fanciullezza e propone, ingenua, istantanee commemorative. Raggruppano coesi, circondano modelle celebrative, ridono risultato cavalcando identità di branco. Poi immortalati d&#8217;immagine disperdono  certezza di banda e rientrano timidezza adolescenziale. Intenerisco di razza umana unica, non per ebete emulazione di tendenze come poc&#8217;anzi, ma per indistinguibili emozioni che scuotono perenni, indistruttibili, nonostante sfacciataggine avversa. Poi attori di tramonto risalgono marciando e attraente femminilità discende opposta. Resto unico fino a calare d&#8217;imbrunire, ampiezza di giornata invoglia camera d&#8217;albergo e fame, ma zona che abito deficita attività ristorative e rimedio da ambulante, lungo percorso di rientro, birra, salsicce e pane raffermo. Schiodato carretto povero di merce che impatto ad angolo di sterrato laterale e decreto, quantunque ruginoso e bisunto. Come proprietario basso e baffuto, che dissimula retrostante per infausto volere di destino. Tratti tatari disegnano volto e carattere, liquidi occhi insinuano solitudine di minoranza etnica e territoriale. Proseguo percorso alternativo, che peripla isolato e connette  superiore a già nota via senza nome e segue secondo direttrice nordovest – sudest verso già nota piazza rettangolare senza nome, che in estremità biforca di perpendicolare già nota viabilità senza nome e in principio ubica Hotel Aktau e ingiusta agenzia di viaggi. Viale alberato centrale delimita   disabitati blocchi laterali di micro distretto n. 9,  giovani russi siedono basso muro trincando birra e vodka, coppia mongola trascina doppia prole verso destinazione casalinga, barcollante ubriachezza accompagna passeggio d&#8217;alcolico cinquantenne. E&#8217; vita lenta ad Aktau, necessità tempistiche perdono senso ove idea stessa di fretta disassembla. Proseguo adagio, avido sniffo circostanze apparenti e fugaci: tensioni di partenza abbrutiscono nervoso genitore che rimpinza bagagliaio e aggredisce mandorlate discendenze, canutezza slava incrocia indifferenti andature mongole d&#8217;opposta direzione, attraente presenza femminile affaccia esile apertura di basso edificio boccheggiando fumo e pensierosità. Attimi di normalità che incedono costanti, infiniti, noiosi. Forse Aktau non avrebbe mai dovuto esistere, balorda programmazione quinquennale Brezneviana che ha invaso e costruito ove diecimila anni d&#8217;uomo non ha mai osato. Ma voleri d&#8217;economia surclassano ragioni umane, bypassano effettività evidenti, distruggono ponderatezze secolari. Perdo onestà valutando quanto non conosco. Sovraesposta solitudine acuisce ricettività d&#8217;impulsi, orienta considerazioni saccenti a discapito di reali importanze. Trasalgo, ma dovrei vergognarne. Quantomeno. Rientro camera ed affamato addento semplicità d&#8217;alimenti acquistati. Accomodo letto e innanzi è ancora luci e skyline, come sera precedente. Stappo quarta birra e godo contemplazione d&#8217;immagine: è&#8217; bello dall&#8217;alto, è libero e ampio. Inebrio e penso Aktau come luogo che sa regalare emozioni, che inebria di vista ed apre porte di Caspio, che stordisce di fascino e segna storia d&#8217;umanità. Contraddico evidente, immediato. Redimo amante di mondo e rivaluto, pronunciando emozione flebile, a labbra strette, contratte: forse&#8230;., forse è giusto che esista!</p>
<p>Dipartita giunge attesa, agognata domenica affranca serena apatia di stasi. Tre giornate d&#8217;Aktau recuperano stanchezze d&#8217;insieme e producono sottile velo d&#8217;abulia, che scandisce novelle esigenze di nuovo e vitale. Autobus di linea conduce stazione treni lontana d&#8217;urbanizzazione, servizievole accessorio a distretto industriale e attempata scelta di regime insensibile a differenti ovvietà. Individuo fermata su indicazioni di portiere d&#8217;albergo, ma non comprendo direzione. Anticipo di tempi non supporta erroneo ingaggio e raggiungimento d&#8217;intenti appare oltremodo arduo. Decifro giuste informazioni da padre accudente piccolo gioiello, ultimo di disparati tentativi, ed assumo giusta direttrice. Antidiluviano mezzo di trasporto raccoglie immediato ed accomodo, per gentilezza altrui, postazione laterale a conducente. Di spalle affollatissima umanità pensionabile raggiunge distaccate periferie ancor più decontestualizzate, secondo possibilità evidenti. Innanzi vorticosa viabilità trasforma progressiva e disastra impietosa. Ampie voragini d&#8217;asfalto singhiozzano scorrevolezza di percorrenza sobbalzando, vittoriose, spompati ammortizzatori. Calore desertico infuoca ambiente interno e aggiunge di afosa brezza. Volto conducente, lucida epidermide impassibile a vibranti sollecitazioni rivestita d&#8217;unta divisa, che trasuda lavoro e macchia blu scuro ove pallido celeste cede ad abbondante sudore. Tremore di sterzo trasmette tremolio di mani e avambracci e placa di tondo bicipite. E&#8217; mongolo robusto,  sterza e frena, impetuoso, manovrando sosta e attenzione d&#8217;esterno. Scorgo apertura urbana, base vitale di mercato d&#8217;abiti e alimenti. Eccitato caos che distingue rivoli umani pronti ad infilare formicaio di baracche e fortunose esposizioni e tossisce di polvere e terra innalzata di pesante procedere. Indistinte sonorità compongono vendite e contrattazioni, allegria di commercio risplende cupezza limitrofa. Osservo ammaliato, adoro colorate esplosioni di mondo, ne immergerei continuo se tempo meschino non ne impedisse volontà. Rammarico e rinuncio limite ultimo di Aktau, oggettiva occasione di colorato addio ad ingresso di Turkestan. Alimento sensazione di perdita perseguendo corsa di linea, gradualizzando smarrimento d&#8217;antropizzato a favore di piattezza rocciosa. Ne consegue policromo scenario, teatrale evidenza  d&#8217;asfalto grigio sbiadito, come iperbolica riga solcante rossore di pietra. Poi appare metallo industriale, alto e invadente, orlato di fumo nocivo, visibile aurea infernale. Rivivo incubo d&#8217;insetti mostruosi, succhiatori molesti, usurpatori infami di terra come di mare. Accanto, parallela, corre linea ferrata luccicante di sole e veleno. Cinica trascorre di enormi vagoni, carichi di fuligginosa ricchezza d&#8217;area, fino ad inutile agglomerato, figlio naturale di stazione e indotto. Sosto ultimo ed approccio implausibile realtà. Cementato edifico arcuato accoglie terminale di treni ed oppone basso profilo lungo e lamierino di baraccati negozi intrisi di nulla e disposti a filare, come celle libere di libera prigionia, affondati di polvere e illusoria speranza. Smonto trafelato, interdetto dirigo tratto d&#8217;unione tra sosta e stazione, scansando cigolante carretto che minuscoli ragazzini accompagnano e propongo per trasporto bagaglio. Scalzi e sudici innamorano di grandi occhi marroni e magrezza d&#8217;infanzia. Rifiuto insistenze e dono golosi biscotti depauperando, lieto, scorte personali. Presupposti fattorini agguantano veloci, disinteressando immediati di prospettive lavorative e, successivi, accomodano strumento di mestiere assumendo, equi, quanto donato. Proseguo sorridente, adoro bambini di vita e di strada, scugnizzi alieni ad occidentale anoressia mediatica. Involontari fruitori di negate possibilità di futuro di pari d&#8217;oltre continente livellati, per valore di appartenenza e solidarietà, e forti come non altrimenti. Non posiziono tra questo e quello, troppo soggettiva sarebbe emissione di sentenza, ma oriento verso vita difficile e vera piuttosto che pilotata esistenza. Procedo punto d&#8217;arrivo, taglienti folate ventose irritano incedere, di sabbia e ardore. Accelero rapido fino ad inghiottire di alto ingresso, auspicato ricovero di meschini aliti caspici. Introduco enorme hall, recondito orgoglio celebrativo di regime. Marmi crepati rivestono testata centrale e accolgono polverosa cartellonistica che esprime cirillica e incomprensibile. Anticipo di arrivo rassicura solerzia d&#8217;arresto e definisce legnoso pancale rigorosa base d&#8217;attesa. In alto polverose eliche ruotano, invane, scrostati soffitti, dimenando pulviscolo a mezz&#8217;aria; di lato infinita umanità correda, mortificata, spazialità di cemento e pietra versanti impietose condizioni. Tratti di masso a sabbione raccontano antico pavimento destabilizzato d&#8217;incuria e obsolescenza; sparuti randagi alloggiano angoli reconditi ansiosi di tregua da afa e resistenza; improbabili botteghe servono tè e liofilizzati alimenti di estremo cattivo gusto. Vita di frontiera scenografa contestualità sofferte, inimmaginabili se non vissute, assaggiate, annusate. Fiancheggio rotonda famiglia, tra fardelli colorati ed inequivocabili odori di cibo; fronteggio baffuti tagiki, sudici di umiltà e lavoro; dileggio alcolici russi, accasciati di vodka e improduttiva sopravvivenza. Ogni luogo è semplice volto di uomini vissuti e attraversati, geografia essenziale d&#8217;occhi, rughe e sudore, componenti uniche d&#8217;umanità incredibile. Istruirei ore intere di fratelli e sensazioni, acquisendo dolcezze inenarrabili e cogliendo perfidia di tragedie, fino a carpire gioie e dolori, fino a impadronire di superba quotidianità che hanno forza e ricchezza di offrire, fino a celebrare unicità di mondo che hanno onore di recitare. Meravigliosità di attimi che investo ovunque, binario principale di comprensione e crescita prestidigitatrici abili a trasformare, spero, alunno di mondo in uomo di mondo. Seduco d&#8217;idee, spaziando fiabesco di sogni a venire, ma improvviso agitare rientra realtà. Avvedutezza d&#8217;orario giunge rapida e inaspettata, principiando rumorosa transumanza di anime e fagotti verso articolato treno, cicatrizzatore ferrato o feritore di netto per intera nazione. Sessanta ore viaggeranno coordinate polari estreme, avanzando principi di forma e sostanza validi di mille emozioni. Accodo massa e fatica cercando vagone di prima classe, acuta negazione di gioia a condividere lunga traversata a nuova capitale, perché assorbita da piacevole caos di settore economico e popolo. Ma vivrò silenzio di scompartimento come alibi per concentrare immenso, sconfinato, magnifico paesaggio, dolce compagno di intera missione. Cabine e vagoni succedono numerici secondo gerarchia di classe principiante economica e terminante lussuosa. Proporzionale decrementa flusso migrante che accatasta carrozze prime, purgando banchina di ingombri e impacci. Marcio lento di quiete acquisita e mutare di volti e viandanti. Diverse attitudini distinguono passeggeri di classi superiori: abiti, odori e bagagli denotano agio allineato a differenti presupposti. Raggiungo vettura preposta e accolgo di giovane mongolo in uniforme, gentile controllore di biglietto e orientatore di opportuno alloggio. Dignitoso corridoio distribuisce alveare di ordinate cuccette, rifinite secondo attempati criteri di decoro. Moquette, tappeti, cromature d&#8217;ottone e stampe sbiadite ornano presupposta decenza d&#8217;arredo, olezzante di polverosa e antiquata precedenza. Raggiungo cabina, centrale rispetto a distribuzione lineare d&#8217;insieme. Sorridente kazako occupa branda sinistra ed elegge momentaneo compagno di viaggio offrendo, immediato, frutta e amicizia, a colmare incapacità comunicativa, a scusare impossibilità relazionale. Accetto composto. Appare palese che altrui presenza non inficerà silenzio e solitudine, secondo giusto decorso. Alto sole riflette finestra di scomparto e invade recondite amenità, impedendo visione d&#8217;esterno che riqualifica coincidente con partenza di convoglio. Accomodo estremità di cuccetta prossima a oblo, come curioso infante null&#8217;altro preposto se non ad attesa di inizio di spettacolo. Cullo stridio di ruote ferrate su stanchi binari, vettori sapienti di allontanamento da scarso antropizzato ed immersione, subitanea, in natura selvaggia. Pochi chilometri ampliano prospettive ambite da sempre, apparendo impetuose su apertura vetrata che designa magico schermo d&#8217;essai e propone, graduale, tortuose pianure desertiche e bassi rilievi rocciosi. Silhouette lontane liberano mandrie brade di cavalli e cammelli e intonano musicata nota di vita per splendida monotonia d&#8217;orizzonte senza limiti, cui tramonto a venire ritrarrà rossa e gialla e arancione e unica e inimitabile. E poi lentezza, lentezza di ritmo, sporadicamente intramezzato di minuscoli centri addossati a supposte stazioni ferroviarie, sperdute di nulla più bello immaginabile. Metodiche soste per viaggiatori provati, pronti a riversare disastrate banchine e fumare fetide sigarette, mercanteggiando lunghissime schiere di anziane kazake venditrici, su cenciosi teli, d&#8217;austera omogeneità di merce. Sorprendo e gradisco tenacia d&#8217;esistenza ove è miracolo finanche sopravvivere, interrogo su percezione di mondo per chi ne vive estremità. Acqua, snack, alcolici, saponi, giornali, cibo impongono abitudine d&#8217;esigenza che somatizzo rapido, principiando timidi tentativi d&#8217;approccio fino ad interagire come autoctono e godere, spontaneo, delirio d&#8217;odori e sapori. Resto è interminabili pause dettanti frequenza di riflessioni, tra soste e pasti. Perdo di cambiamento chilometrico per paesaggio capace di evolvere come seme in fiore, come baco in farfalla, come uovo in uccello. Estetica d&#8217;intorno traveste embrionale di folta peluria giallastra, verdeggiando tratti di rada alberatura e cespugliosa impertinenza, ma indole steppica insiste arida e kazaka miscelando, noncurante, opposte cromie. Straziante mutevolezza d’orizzonte qualifica armoniosa consapevolezza di natura, protagonista meritevole di film a lieto fine. Silenzioso scorrere temporale introduce vellutata oscurità, valutata dissolvendo artificiosa luminosità d&#8217;incandescenza, per godere, felice, immensità di tappeto stellato. Sogno pindarico trafuga anima e materializza alabardato cavaliere di lunga biscia luminosa che fende, metallica, nettezza d’infinito buio e procede, solitaria, isolata porzione di morfologia. Fedele linea elettrica accompagna, parallela, intera percorribilità, biforcando ortogonali deviazioni per prossimità, inconcepibili, d&#8217;arrangiate costruzioni e intangibili esistenze. Debilito di tale maestosità e incedo, lezioso, sonnolenza d&#8217;arti e cervello. Leggere palpebre appesantiscono accarezzate di melodiosa ninna e assegnano, rassicuranti, soffice bivacco a cavaliere di luce che fida, sereno, prode animale. Nera chiarezza d&#8217;astri appanna e sbiadisce, confondendo luci e suoni e trasformando punti in geometriche linearità. Cedo pienezza d&#8217;amore, quieto sorriso ferisce immagine d&#8217;uomo e sonno e introduce onirico limbo. Giorno di viaggio a venire alternerà successivi compagni d&#8217;aria: primaria chiassosa famiglia, addobbata a festa, invaderà ore di serena quiete; secondario taciturno mongolo restaurerà, efficiente, quanto principiato e auspicato.   Attori graditi d&#8217;estremo interesse, per chi ama d&#8217;uomo e carattere ed adora interrogarne attitudini. Ma è tempo diverso, controverso, insolito a esprimere come d&#8217;uso, perché se accade splendida terra di Kazakhstan, ambita umanità rinuncia interprete e declassa comparsa di infinito scenario.</p>
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Astana  02/09/2008<br />
Astana nacque Akmolinsk, nuova base di fondatori cosacchi migranti da Omsk. Centocinquantasette anni di modesto agglomerato in sperduto nord-est che Kruscev rinominò Tselinograd (1961) determinandone futuro di prospettive d&#8217;area, in ambito di Campagna delle terre Vergini25. Duecentottantamila metri quadri di steppa nordorientale convertirono a coltivazione di grano, favorendo espansione e sviluppo di inconsistente villaggio in futuristica città. Indipendenza successiva ampliò appetenza di luogo, fino ad anno millenovecentonovantasei, quando  Nursultan Nazarbayev, presidente e padrone di Kazakhstan ne elesse, arbitrario ed impopolare, ruolo e nome attuale. Astana è accezione kazaka intrisa di nomadismo, come popolo che ne esprime, ed equivale a “posto dove si prendono le decisioni”. Dottrina ufficiale giustifica centralità geografica e vicinanza a confine russo determinanti principali di scelta; verità ufficiose smentiscono nette, disponendo versione di militaresca necessità e genealogica volontà; fantasiose supposizioni propongono egocentrismo presidenziale emulatore di politica turca di primo novecento, che declasso Istanbul in funzione di Ankara26. Oggettiva rinuncia di antica capitale intende, invece, per obbiettiva vulnerabilità a prossimità cinese e somatico disagio di forte componente russofila. Astana, contraria, ostenta mecenatesca impronta presidenziale e atteggia ordinata pianificazione urbana di ampi viali alberati e moderno edificato come voluto e progettato da Kisho Kurokawa, geniale urbanista giapponese e parziale domatore d&#8217;ottanta gradi d&#8217;escursione termica tra inverno ed estate attraverso innaturale realizzazione di nuova forestazione atta a mitigare umidità e frangere venti steppici. Risulta concentrato urbano di quattrocentomila anime, disposto verso sud pianeggiante di illimitate potenzialità d&#8217;espansione settoriale non concentrica, ma lineare, ove rigogliosi giardini e scadente modernità architettonica limitano, attuali, di marginale fiume Ishim. Innocuo corso d&#8217;acqua, ambito da volontà programmatica come aspirante elemento focale di territorialità, ancora priva di reali riferimenti fisici o ideologici. Comprensibile assenza di segni significanti, aggiunta d&#8217;avverse condizioni climatiche, assurge eccezione dominante di palese disillusione di chi ne vive e ne vivrà. Clima e assenze qualificano Astana città indoor, tristemente proprietaria di primato come più fredda capitale. Improponibili picchi invernali, di meno 40°, scoraggiano migratorie volontà e alimentano popolazione residente di forte disaffezione ad estrema invivibilità. Derivano carenze psicologiche e strutturali che puntellano Astana di spropositati centri commerciali, luminescenti surrogati di vita e tristi contenitori di attività umane. Larghi viali e fluente traffico agevolano ricettività di contorti simboli di nuova vuotezza d&#8217;era, liberandone trasmissione d&#8217;erronei valori privi di alternative. Nazarbayev, di recente, omaggiò decennio di fondazione, ergendo presuntuosa “scultura architettonica”, illusoria candidata a ruolo di simbolo cittadino e primo riferimento di riconoscibilità. Tentacolare struttura in ferro, a forma cilindrica e sezione centrale decrescente, sormonta di sfera color oro, cui altezza massima è, come anno di Astana capitale, novecentonovantasei metri. Logotipo d&#8217;effimera celebratività impregna di simbolismi palesemente inabili a reale interpretazione di capacità emozionale; effige di barocca progettualità estende di area rettangolare, cui intorno programma focale centralità di sontuoso ed impersonale progetto urbanistico. Policromi giardini in fiore, lussuosa edilizia residenziale, autocelebrativi palazzi governativi arredano supponenza d&#8217;area di immense prospettive, antesignani di nuove minacce a igiene mentale di kazaki e Kazakhstan. Altrove, settanta chilometri a nord di Almaty su sponda est di lago Kapchagay, ancor più folle protervia governativa progetta ludica cittadella american style, per ironia(?) battezzata KazVegas, pionieristico esperimento centroasiatico di resort, casinò, ristoranti, alberghi extra lusso e mediocrità. Paradossali esempi di doppia produzione globale per future emulazioni speculative e passata nemesi di capitale, ove ordine diario traveste notturne luci, invadenti come ustione iridescente che oltraggia, disonesta, serenità di steppa.</p>
<p>Incontro con Kutluhan pianifica ora di imbrunire, arrivo in capitale è, invece, primo pomeriggio. Decido lento incedere di percorsi, recuperando tempo ed introduzione a nuova realtà. Astana è linda, asettica, impersonale e cela ambizioni d&#8217;impronta passata su orientamenti recenti, come giocattolo di monarchia presidenziale, come oggetto d&#8217;imprevedibile futuro. Incuriosisco antropologico di mastodontica progettualità, affascinando dissennata vanità; approfondisco umana volubilità, valutando ripercussioni sociali e culturali. Gas e petrolio arricchiscono, indecentemente, area caspica, liberando auspici peculiari altrimenti impercettibili ed esibendo facilità meschina di mezzi e pochezza imbarazzante di contenuti, che null&#8217;altro intendono se non emulazione. Storia e preesistenze sono cultura d&#8217;essere, leggi ed economia sono divenire fino a banale oggettività. Astana è figlia d&#8217;appiattimento, è interprete confezionata di brand globali, è monotona apparenza di banalità concettuali, è erede omologata di scontate oggettività. Segue, balorda, tendenze nichiliste di nuovo millennio, avvilente risultato d&#8217;ubiquità sia esso steppa o tropico o continente. Tutto è oltremodo nuovo e pilotato, fedele seguace di dio denaro, unico idolo sopravvissuto. Possiedo coscienza di quanto a venire, unica motivazione di presenza personale. Uomo è anche questo! Volontà d&#8217;apprenderne presuppone milleuna sfaccettature, a prescindere basica nobiltà o morbosità. Approdo di stazione è ovvio principio di tutto. Marmorea lucentezza riveste pavimento e pareti d&#8217;enorme volume, insipidamente moderno; affacci a doppia altezza snelliscono, verticali, ignobile celebratività governativa. Presunta operatività di nuovo inquina di scarsa propensione d&#8217;accoglienza a straniero, ingiustificata presenza ove non ha senso. Tutto è cirillico, tutto è kazako, tutto è fottutamente incomprensibile. Paradosso di convinzione umana accetta ostilità ove decadente e rifiuta medesima, se intorno esprime nuovo e accogliente. Ma viaggiare insegna ampio mondo, dove idea di diversità è ancora ricchezza culturale, per fortuna. Stanco e insoddisfatto libero colosso di cemento, orientando uscita, ma impatto esteriore è nuova prigionia d&#8217;asfalto e metallo. Primario istinto delude inconsistenza d&#8217;aspetto, poi conforta di male minore. Quanto avviene frontale è miglioria d&#8217;impatto, rispetto a delirio posteriore d&#8217;insolente edificio: atroce architettura di stondata torre centrale che fiancheggia basse navate laterali come oltraggioso dito medio su disaccordi circostanti. Vetro e cemento offendono elementari principi d&#8217;estetica e espongono asimmetrici, su profilo mancino, gialla e cubitale scritta: ACTAHA BOKЗAЛбI. Innanzi esteso piazzale regolare invita rapida fuga, per ansia di prospettive migliori. Ma allontanare stazione non incide, intorno perpetra condizioni d&#8217;inizio assumendone come uniche ed indiscutibili. Ampi viali, moderna edilizia, anonima esistenza feriscono ciò che ha voluto nascere adulto senza essere bambino. In compenso unicità d&#8217;occhi a mandorla scrive selettivo successo presidenziale: nuova capitale è trionfo etnico di efficace progrom, che ha escluso residua razza slava da centralità e potere. Astana è mongola, decisamente kazaka, non ancora città. Oriento direzione d&#8217;incontro ed incammino assetato, discorrendo contesti che approccio senza assumere. Si può penetrare qualcosa che non esiste, cercare segni ove ne è mancanza, ambire emozioni che non parlano d&#8217;amore? Si può essere dissociato elemento d&#8217;inesistente verità? Svuoto di sensi e fallimento, perseguo intelletto. Spersonalizzazione d&#8217;essere è obbiettivo unico di comprensione, scientifico e distaccato approccio funzionale. Procedo fluttuando etere sollevato da terra, smaterializzo fisicità per divenire invisibilità ad occhi altrui. E poi incrocio gesti e gestualità, penetrando occhi neri fin dentro più nero possibile, fino a scavare anima e umanità incurante di barriere di gelo e razza, insofferenza e disamore. Elucubrazioni efficaci che inducono a circolare piazza e verdeggianti giardini, ove galleggio tra indifferenza umana. Cristallici edifici incanalano prospettive viarie e stagliano prossimità d&#8217;orizzonte, dorando flessuosi riflessi di luce e colori; bugiarde fontane adornano vuoti urbani d&#8217;invissuta inesattezza, come cattiva menzogna di felicità; dissennata concretezza insiste offensiva di nuovi scheletri d&#8217;acciaio, disegno mutevole di prossimo e futuro skyline cittadino. Ora intera impiega energia di cammino fino a punto concordato e copioso anticipo predispone approfondimento di precedenti riflessioni. Attendo attesa su comoda panca, prospiciente uscita d&#8217;improbabile centro commerciale. Flusso continuo di scorrevoli immagini trasmette stroboscopica visione di immobili fughe, come vertiginoso ciclo di perpetuo movimento. Verdi e rossi semaforici appaiono unico stimolo vitale di totali assenze e impongono cromatiche disposizioni di sosta o attraversamento. Centrale d&#8217;incrocio, ufficiale urbano in candida livrea gestisce, teatrale, lobotomici flussi meccanici ed umani, indicando tempi e modi e danzando atemporale mito d&#8217;Iside. Orario di chiusura d&#8217;uffici addiziona comune umanità di colletti bianchi, riversando per strada grigie tonalità e schematiche presenze. Kutluhan ne appartiene orgoglioso. E&#8217; turco e pratica il ramazan. Mi riconosce immediato per oggettiva diversità, accosta contratto a volante di rossa berlina e invita a salire con affabile manualità. Astinenza diurna d&#8217;attività umane ne contrae angoli d&#8217;aspetto, generando insofferenti smorfie di sete, fame e tabacco. “D’estate” sfoga immediato “è davvero difficile. Le giornate sono lunghissime e la sete per il caldo è spesso insopportabile. Il sole sorge presto e tramonta tardi. Qui ad Astana, il giorno più lungo dura 18(?) ore, &#8230;senza poter fumare&#8230;”. Attende ansiosamente tramonto e libertà. Centoventi lunghissimi minuti separano quotidiano regresso a vizi e dipendenze che Corano condanna, o quantomeno inquisisce. Successivo incrocio aumenta compagnia d&#8217;ulteriore silente unità, proseguendo taciturna fino a fatale scoccare d&#8217;ora. Spasimato imbrunire entra ristorante turco che auguro di qualità inversamente proporzionale ad insignificanza estetica. Oblungo bancone self service riempe vista e olfatto di sala, che altrimenti esprimerebbe inutile, e trasforma affollamento d&#8217;uomini d&#8217;inquieti agnelli in voraci lupi divoratori di cibo e tabacco. Coinvolgo di spettacolo fino a fine pasto, rispettando tempistica di desinare. Rimpinzato di calorie Kutluhan reagisce di primo sorriso, riacquistando loquacità ed energia perduta. Prima di infinita serie di slim accende labbra turche, liberando fumo e cenere di scarsa attenzione. Simmetrico procede terzo ospite di tavolo. Appaiono affiatati, compari di merende o lungo corso. Entrambi immolano unterzo d&#8217;aspettativa di vita come servitori di multinazionale svedese ed esprimono in ottimo inglese. Lavoro estero puntella obbligata tappa per esonero da servizio militare turco: impiego quinquennale oltre confine evita rigido servizio militare, previo pagamento di cospicua somma in denaro a definitivo rientro in patria. Ulteriori due anni costringono Kutluhan a terra attuale, che decisamente non ama. “Il Kazakhstan non è male” annuncia “ ma io voglio tornare a Istanbul. Astana è una città fantasma, la mia città, il mio paese sono vita pura, caos, gioia!” Convince immediato impattando violento porte già spalancate. Rivedo Napoli, inferno di difetti e paradiso di vitalità e bellezza. Quarantacinque giorni di nomadismo, culture e uomini cominciano normale nostalgia di casa, ampliando sentimenti d&#8217;identità e appartenenza. Chiede di me e informa notizie di viaggio. Racconto di caucaso, di Georgia e di guerra. Poi ribalto ruoli ed interrogo opinioni d&#8217;argomento su situazione politica d&#8217;area, ricevendo nuova ed intrigante versione di fatti. Volontà comuni di sottrarre a monopolio Russo – Ucraino movimentaggi di gas e petrolio attraverso alternativi percorsi individuati in Turchia, Azerbaijan e Georgia, era progetto mirato a sdoganare approvvigionamento europeo di energie d&#8217;Asia centrale. Ma oleodotto progettava trenta chilometri di tracciato su superficie sovrana di sud Ossezia separatista. Sconcerto di cerchio che non quadra, osservo che minima deviazione di tracciato sarebbe semplice soluzione. Sorride furbesco, illuminando di biancore odontoiatrico olivastra carnagione. Vispi occhi marroni palleggiano, indefessi, intelligenti estremità oculari. Fumo di tabacco circonda costante origine di pensieri, come nube necessaria intorno a cima d&#8217;alto picco.  “&#8230;in quel caso i Russi invaderebbero l’intera Georgia!”. Esprime saccente convinzione, come unico scenario possibile, cercando conferme in sguardo prossimo di taciturna amicizia! Ebete soddisfazione permane oltre necessario inquinando gentilezza di volto, a rimarcare superiore conoscenza geopolitica d&#8217;area. Normalità prevedibile ed inoffensiva, se non esprimesse d&#8217;odioso persistente ghigno. Incasso e reagisco, come pugile piegato, ma non spezzo. Provoco d’Armenia, eleggendone possibile alternativa di percorso. Colpisco al fianco, forte e deciso. “&#8230;i Turchi non sanno cosa farsene dell’Armenia. Tutte quelle storie sul genocidio, invenzione di quei bastardi degli Inglesi per vendicare le numerose perdite e sconfitte nei Dardanelli. Non riuscirono mai a conquistarlo lungo tutta la prima guerra mondiale e dopo, grazie alla grandezza del pacha AtaTurk, persero anche l&#8217;influenza che avevano abusivamente esercitato sull&#8217;aera.. A sostenere le truppe turche fu la nuova nata Unione Sovietica. Gli inglesi, bastardi, puntavano al Mar Nero e Lenin, preoccupato da una possibile forte presenza inglese nell&#8217;area finanziò il nostro esercito. Questa è storia che non conoscete, scritta di verità e non revisionata dai vincitori”. Nonostante persistenza insopportabile di ghigno, Kutluahm è appare fonte d&#8217;osservazioni stimolanti a confronto di divergenze animatrici di serata. Pungolo di Cipro ed ottengo  pronta risposta. “Cipro è stata turca per almeno trecento anni, poi gli Inglesi, bastardi, stabilirono l&#8217;acquisizione col Trattato di Berlino27. Ci depredarono, i bastardi, perché uscivamo dalla pesante sconfitta coi russi e il nostro impero era debole come mai prima. Poi la convertirono sotto influenza greca, come premio a sostegno e fedeltà che il popolino senza gloria mostro durante il primo conflitto. Credimi amico, Cipro è Turca!”. Piacevoli divagazioni addormentano percezioni temporali, rinsavite da richiamo di camerieri che avvisano chiusura di locale. Stelle artificiali illuminano Astana notturna, tiepidamente estiva e impietosamente vuota. Assenze di vita invadono ampia viabilità e inducono rientro casalingo pilotato di sfavillante luminosità. Musica turca sonorizza desertico asfalto, sedili anteriori annebbiano fumosi e compongono bidimensionale spazialità, isolata di terza estensione. Alieno, volontario, affascinato d&#8217;esterno notturno  diversa d&#8217;identità. Lungo asse viario di luci colorate prosegue fino ad incrocio di larga intersezione illuminata a giorno. Poi, rotonda circolare acceca lucentezza e inserisce indefinite possibilità di percorsi luminosi. Kutluhan ne sceglie una e procede tabaccoso, fino a casa, confermando delirata luminosità di tracciato. Esausto e stordito di luci, seguo automatico ospite turco e raggiungo appartamento di palazzo nuovo e ben curato. Signorile ingresso compone di decorosa piantumazione e piacevoli finiture. Medesima sorte vale per ascensore e pianerottolo ai piani. Congediamo terzo incomodo, vicino di casa e ameno umano, e terminiamo serata cinematograficamente. L’ultimo Ottomano è pellicola turca e tratta di Alì, sorta di mezzo tra Rambo e Piedone, in epoca di AtaTurk. Girato due anni prima (2006) e privo di alcuna distribuzione europea, è giusto epilogo di contenuti precedentemente argomentati per inversità di ruoli politici e  lettura di fatti storici. Divano rosso di pelle è comodo rifugio di fine serata e ben integra restante mobilio di gradevole esteticità. Benefit aziendali che alleviano, o forse alimentano, inevitabili paranoie. Kutluhan congeda e libera piacevole solitudine su morbido giaciglio di sonno a venire. Latitanza di stimolo propone pindariche riflessioni di verità apprese e forti motivazioni d&#8217;oggettivo approfondimento. Appanno palpebre e cerco Morfeo, fedele compagno d&#8217;ogni notte, che ansimo d&#8217;erudire di nuova e sgrammaticata saggezza: milioni di unica verità! Finalmente cedo sonno: dolce formicolio intorpidisce arti e muscoli; pesantezza di giorno abbandona stanchezze mentali e fisiche. Addormento soddisfatto riempito di nuovo, di vita e di bello. Sorrido sereno, poi, inaspettato, trasformo d&#8217;odioso persistente ghigno, o forse persisto sorriso vero, di valore reale come Kutluhan.</p>
<p>Dirigere Almaty è steppica direttrice nord–sud, cui scorci di paesaggio esprimono piatti fino chilometrica centinaia di distanza d&#8217;obbiettivo. Prossimità di Zailijsky Alatau, unico rilievo montuoso d’intera nazione fa, d&#8217;area, isola verdeggiante di splendide riserve, laghi e ghiacciai che approcciano, sensibili, di tonde colline e rigogliosa macchia in luogo di arida terra e arbusti, fino ad esplodere di sontuosa natura. Mille chilometri separano lineari vecchia e nuova capitale, vissuti di lunga notte di treno in confortevole classe coupè. Compagna di viaggio è simpatica babul di tratti mongoli ed immenso cuore, che principia introversa e termina materna, come fertile origine di mondo. Nulla questua, nulla informa. Intelligenza femminea di donna vissuta di terre estreme conosce ruoli, seppur obsoleti e discutibili, e osserva gerarchie sessiste d&#8217;appartenenza. Ricevo sorrisi e cibo e innamoro di gentili premure di nonna e d&#8217;amore, che adotta sconosciuta longitudinalità semplicemente perché figlio di terra, come lei. Sovradimensionate scorte di cibo compongono banchetto improvvisato di silenzio e premura e addobbano scarno tavolo di salami, formaggi, pane e pomodori. Siedo a destra di finestrino contemplando, sottecchi, monotono scorrere di paesaggio, mentre babul affetta e propone indomita bontà di terra kazaka. A nulla vale resistenza di pienezza, energia di nonnina è invincibile per insistenza e dolcezza. E&#8217; lei a decidere finale d&#8217;abbuffata, offrendo succosa mela rossa e riassettando quanto innanzi insudiciato. Pancia piena e benessere d&#8217;evento squarciano sorriso di volto, cui occhi felici incrociano nere pupille mandorlate e rugoso viso schiacciato d&#8217;Asia. Figura d&#8217;insieme riveste elusiva sobrietà d&#8217;abiti, ben distinguente babul da infoulardate nonnine incrociate a fermate di treno senza, però, alimentare saccense classiste e sociali. Babul è dolce e materna e resta babul perché ottuagenarie labbra kazake esprimono afonici sorrisi, pronunciando sonori silenzi di mute parole e inibendo ogni limitante comprensione di volgo. Domando dubbioso voglia di associare esistenza con flebili suoni di vento o serbare indelebile immagine di lungo sorriso che imprime memoria e cervello. Babul musica dolce parola antica e toccante: nonna”, e idea di nonna kazaka accarezza sperduto viandante che sogna mondo e famiglia come superbo tutt&#8217;uno. Rapida oscurità conquista stanchezza d&#8217;anziana, che adagia lenta giaciglio notturno e richiede, gentile, appannamento di luci. Eseguo rapido, orgoglioso di discendenza acquisita, ruotando manopola di luce fino a buio ottenuto. Sdraio, simmetrico, panca e inghiotto pensieri originati di stelle. Lucente punteggiatura che agghinda, imperiosa, tenebre di cielo e apre campo a  notturni pensieri. Astana è effettiva noia, giovane fanciulla di bella presenza e ignara vita reale, principessa reclusa di torre d&#8217;avorio e stupidi pensieri. Settantadue ore di “posto dove si prendono le decisioni” oltrepassano di gran lunga necessaria permanenza, ove tutto è realmente come ovunque. Kutluhan è un buon ricordo, ma abbrutisce d&#8217;inedia perché figlio di vita reale trapiantato in luogo d&#8217;artificio. Auguro  ad amico rientro immediato in terra d&#8217;appartenenza, così da cogliere nuovamente consapevolezza di proprie possibilità e reagire di ritrovata padronanza. Spazio ampio e ritorno a babul, a ricchezza di incontri casuali. Dorme, supina, onesto sonno di saggezza invogliando emulazione che sopraggiunge mansueta. Serro occhi, respiro e rivivo accellerata sequenza di viaggio, veloce scorrimento di suoni e immagini che arresta improvvisa su treno per Almaty. Vedo me stesso, ove non credevo possibile, e rallegro infantile d&#8217;ogni istante vissuto, come bambino felice di addormentare accarezzato di morbida favola: “C&#8217;era una volta un uomo, napoletano, che viaggiava il Kazakhstan in treno. Una bella notte stellata l&#8217;uomo incontrò una anziana mongola che gli sorrise e, dolce come il mondo, divise il proprio cibo con lui&#8230;!”.</p>
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Almaty  05/09/2008<br />
Risveglio è amara constatazione di assenza laterale. Babul non c&#8217;è più, svanita di fermata intermedia notturna, come etereo angelo protettore. Sostituisce vigoroso cinquantenne, distinto di modi e vestiario. Severo di lunghi baffi, osserva risveglio a braccia incrociate. Assorbo passaggio d&#8217;immagine, riprendendo verticalità, e ricambio saluto d&#8217;intesa imbastendo, lento, frammentati scambi d&#8217;occorrenza. Energica presenza esprime possente fisicità, decorata di consumato tatuaggio su muscoloso bicipite. Porge, ospitale, fumante tazza di te, indispensabile bevanda di queste latitudini, quindi nota attenzione di braccio e, vanesio, espone marchio indelebile di pelle e passato. Stentato inglese sillaba gioventù d&#8217;Armata rossa e est Germania, cui consumato gonfalone è omaggio di imperitura memoria. Visse primavera di DDR durante secondo dopoguerra, quando necessità di supporto logistico era oggettiva esigenza per neonata creatura territoriale ed interi plotoni sovietici sostenevano suddette impellenze, in nome d&#8217;amicizia e comune ideologia. Oltre è impossibile approfondire, sovradimensionata fatica costa oltremodo comprensione di quanto, sudatamente, percepito. Ancora intontito di sonno e novità ruoto, fidente, verso schermo vetrato d&#8217;immagini esterne percependone, immediato, benessere visivo di squarcio di nuovo giorno, finalmente colorato di flora smeraldo. Intuisco d&#8217;orario prossimità di Almaty e rilasso, silenzioso procedere, fino a termine d&#8217;unione di punti. Ingresso di vecchia capitale procede di lento sferragliare, trasmutando, discreto, natura in vigoroso cemento. Fondata da cosacchi d&#8217;Omsk a meta ottocento come avamposto di frontiera, al tempo in cui kazako erano sinonimo di nomadismo, oggi dimora un milione e mezzo d&#8217;abitanti conservando, indomita, ruolo di centro economico del paese, nonostante avverse volontà politiche. Valore di nome intende letteralmente ”la città delle mele”, recondita etimologia che avvalora di numerose sculture, omogeneamente distribuite per intera estensione di ampi viali e rigogliosi giardini, atti a rappresentarne forma e sostanza. Città più popolosa d&#8217;intero Kazakhstan, dieci anni di declassamento hanno influito notevole perdita di investimenti edili ed infrastrutturali. Contrariamente a nuova capitale, cantiere a cielo aperto in continua espansione, Almaty dorme sonno inquieto d&#8217;emorragica fuga d&#8217;attività economiche e diplomatiche. Ma implosiva tendenza non mortifica se ammirata da sommità di Koktobe, rilievo collinare prossimo a limite est. Panorama d&#8217;insieme uniforma verdeggiante distesa, celando, protettiva, maggioranza d&#8217;antropizzato basso e sovietico. Unica invadente percezione d&#8217;impatto umano e pretenziosa downtown di assurdi grattacieli, emergente come pustolosa imperfezione d&#8217;equilibrata epidermide. Verso sud Zailiysky impone d&#8217;alto rilievo innevato, disegnando scenografico skyline di confine kirghiso. Impetuosa natura contrasta d&#8217;esile passato, cassato di netto da repulisti sovietico e terremoto di millenovecentoundici, rappresentato, unico e vivace, di citerina cattedrale Zenkov. Edificata anno millenovecentosette, vanta delicata architettura lignea basata di planimetrica croce greca e quattro verticalizzate cupole angolari, incornicianti principale cupola d&#8217;incrocio d&#8217;assi. Laterale campanile sinistro, disarmonizza insieme, asimmetrizzandone estetica e peso e movimentandone banalità d&#8217;equilibrio. Riallocata su sfondo d&#8217;asse principale di Panfilov park, contrappone, planimetrica, enorme monumento di guerra. Leggere curiosa connessione tra leggiadria e teatralità, espone osservazione d&#8217;immagine e potere, che vale duecento metri di infinita distanza tra espressioni prossime d&#8217;estremità ideologiche. Onesta interpretazione sorprende quanto immediata: corposa effige d&#8217;armi di sovietico stampo propende, disequilibrata e confusa, verso simbolo d&#8217;espiazione mortale, giustapponendo possente bronzea materia ad armoniosa struttura fibrosa e imponendo, boriosa, supponenza d&#8217;architettonica volontà pianificatoria. Il resto è banale routine, come luogo ove incontro Lazzat, precisa e serale. Originaria di Shimkent, settecento chilometri a sudovest, visse due anni di Stati Uniti per specializzare in master d&#8217;economia. Condivide modesto appartamento periferico con sorella maggiore ed ama definirsi mussulmana non osservante: duecentocinquanta anni di dominazione russa incidono educazione culturale e religiosa di popolo di cui riconosce ascendenza. Compare minuta e sottile, in gessata eleganza d&#8217;abito lavorativo, ad anonimo incrocio d&#8217;Almaty. Bella d&#8217;esotica etnia, sorride spigolosa d&#8217;ingiusta estetica che magrezza di viso incornicia di pronunciati zigomi e eccessivo naso aquilino. Lavora d&#8217;impresa bancaria e viaggia, frequente, Asia centrale, esibendo ottima proprietà d&#8217;inglese e sagace capacità contraddittoria. Propone fugace rientro casalingo e cena di ristorante preferito. Breve percorso risolve primario obbiettivo, poi, dismessa di abiti da lavoro, riappare affamata e sorridente. Vive secondo piano d&#8217;edificio popolare circondato d&#8217;alberi e incuria, a conferma d&#8217;attitudine locale. Incedere d&#8217;uscita ripropone inverso quanto distrattamente percorso innanzi, restituendo giusto valore a spiazzante circostante. Impatto di decadente intorno invade percezione di sensi e demolisce certezze sopravvissute a precedenti prove. Ovunque è malandato, fatiscente, abbandonato. Ovunque è reminiscenza d&#8217;errori storici e politici, ideologici e culturali. Ovunque è cubi preconfezionati di cemento e inedia che, privi a prescindere d&#8217;estetica e anima, disegnano periferia d&#8217;Almaty, come di Yerevan, o Tbilisi, o Kiev, o Bakù. Ovunque è banale omologazione di luoghi attecchiti d&#8217;appiattimento per necessita di regime, nonostante innate eterogeneità. Scale, androne e loggiato seguono ritmico allontanamento fino a scarno torrente, poi enorme asse viario restituisce aspetto urbano a surreale percorso. Oscurità sopraggiunta abbellisce di fasci luminosi veicolari e flebile illuminazione municipale, che Lazzat gestisce approssimando ciglio stradale. Immediati accostiamo di malandata autovettura, cui autista propone propri servigi. In Asia centrale chiunque può essere tassista, se automunito. Strade e parcheggi pullulano di aspiranti chauffeur, offerenti passaggi economici e trattative semplificate d&#8217;estremo: se direzione e prezzo proposto soddisfano occasionale operatore di mobilità, è gioco fatto. Diversificate categorie d&#8217;autisti, candidano indomiti, affollando in coda singoli clienti speranzosi che “collega” antecedente sia poco interessato ad affare proposto.  Sfiduciati arrotondatori di stipendio, abusivi lavoratori giornalieri, occasionali avventori di giusta direzione sono  coraggiosa umanità sopravvissuta e sopravvivente a difficoltà oggettive. Economicità e qualità di servizio esprimono ovvi e proporzionali a frequenza di smarrimento, eccessiva tempistica di percorso o interruzione di servizio per mancanza di carburante. Ultima casistica contorna prima esperienza. Risolviamo dispensando mezza tariffa, tra personale incredulità e timidi sorrisi. Poi raccogliamo, repentini, di ulteriore corsa fino a prossimità d&#8217;obbiettivo. Raggiungimento di ristorante è breve passeggiata lungo deludente centro cittadino, poi ristorante preposto appare d&#8217;insolita eleganza e oggettiva qualità di servizio e cibo. Accomodiamo imbandita tavola, rilassando di tortuoso trasferimento e ordiniamo latte di cammello e Besbarmak, piatto di carne bollita, normalmente di montone solo o misto a cavallo e cammello, servito su letto di quadrata pasta fresca e contornato di patate bollite, cipollotti e prezzemolo a ciuffi. Arriva a tavola ben corredato di scodelle fumanti brodosa sarpa28 ed accoglie, d&#8217;invitante aspetto, fame di digiuno giornaliero. Ritualità dettata da diplomazia, rispetto gerarchico e antica superstizione vorrebbe proseguo di desinare con offerta ad ospite d&#8217;onore, su vassoio d&#8217;argento, di succosa testa d&#8217;animale e conseguente onore e onere di servirne secondo prassi. Fortunoso scanso macabra liturgia, astrusa ad attività commerciali, ma fortemente radicata di cultura familiare sin d&#8217;epoca di nomadismo. Bevo acidissimo liquido bianco d&#8217;accompagnamento, esprimendo involontario disgusto attraverso leggibili espressioni facciali, che inteneriscono Lazzat. Orgogliosa e dimostrativa ingurgita propria razione con inconcepibile soddisfazione; incredulo e perplesso cerco disapprovanti inflessioni su magro volto, ma leggo, sconfitto, esclusivo piacere sensoriale. Discutiamo d&#8217;Almaty e arricchisco d&#8217;interessanti considerazioni: volontà presidenziale ha stabilito migrazione settentrionale di capitale, come incentivo di sviluppo di nord est territoriale. “Qui tutto è immobilizato, è un cuore privato di cervello, un energico corpo in coma celebrale”, sancisce malinconica, torturando di dita filiformi punte ed angoli d&#8217;orlato mantile. Termine di cena coincide di frettoloso rientro secondo immaginabile metodologia. Lazzat è stanca e ha programma d&#8217;albeggiante risveglio. Rientriamo casa e dilegua immediata, indicando prima comodo materasso d&#8217;aria preposto a ricovero di provate membra. Ma soffice superficie, suo malgrado, non induce sonno veloce. Pensieri confusi affollano veglia notturna, trascorsa d&#8217;affannose incertezze. Attesa appare prima nostalgia di casa e affetti, gestibile di certo, ma invasiva di residui sensitivi. Rivolto nervoso galleggiando tra basso soffitto e consumata moquette, fino a convincere di giusto volere e oneste sensazioni. Recupero serenità ed appresto, quieto, a cullare di meritato riposo, mentre, contemporanee, Lazzat e sorella dormono camera da letto prospiciente e fitta tenebra d&#8217;esterno assopisce Almaty di profondo sonno che, suo malgrado, non cesserà a rinascere di nuovo sole.</p>
<p>Almaty, più di tutto, è simbolo di particolare convivenza tra popolazione locale ed folta comunità russofila. Ne accorgo di sabato, giorno successivo ad arrivo, penetrandone reconditi segreti secondo prediletto approccio. Cammino città intrisa di sacramenti nuziali, festeggiati di chiassosi invitati tutti classificabili secondo rigida divisione etnica. Totale assenza di coppie miste, addiziona di nulla presenza d&#8217;altra etnia: russi con russi, kazaki con kazaki. Ne discuto con Lazzat a rientro serale, dicendomi sorpreso d’uniformità liturgica nonostante diversità di credo d&#8217;opposti popoli, ma parziale correzione smentisce probabile intuizione. Ammette uniformità di costumi, ma ribadisce che novanta per cento kazako, sopratutto rurale, continua a sposare secondo rito d&#8217;avi. Spiega cerimonia complessa che sviluppa di diversi stadi: primo giorno esclude parentela di sposo fino a sera, poi  futuri coniugi trasferiscono casa di lui. Necessità d&#8217;evento impone sposa rigorosamente celata in viso e separazione secondo rigida divisione sessuale: lei apparterà donne di famiglia, lui uomini. Quest’ultimi veglieranno intera notte bevendo te, mangiando e giocando scacchi o backgammon. Giorno seguente propone sposa, ancora coperta, accogliere assistita di due donne, sorelle o cugine prossime di sposo, parenti,  inchini e denaro, melodiosamente accompagnata di dombra, strumento kazako a due corde. Onore di scoprire viso e identità di sposa, ultimata attesa di donazioni, spetta a maschio più giovane di famiglia di sposo, poi, come ultima fase, prescelto mullah celebra unione di rito religioso. Lazzat prosegue annotando alternativa metodologia d&#8217;azione: rapire! Interrompo avvertendo di conoscere pratica ed usanza da soggiorno azero. Reagisce di succulenta variante. Medesima prassi iniziale differenzia proseguo per mezzo di soggetto aggiuntivo: anziana donna “assiste” giovane rapita durante supposto periodo di prigionia, esercitando enorme pressione psicologica affinché accetti sposo e nuova vita. Se terzo giorno di condivisione non convince povera vittima, senile aguzzina ricorre ad ultima efficace arma, imponendo come unica possibile libertà proprio assassinio o suicidio, a seconda d&#8217;occorrenza. “Quest’ultimo disperato tentativo attecchisce sempre” continua Lazzat “perché dalle nostre parti il rispetto per gli anziani è il valore più importante!”. Lei, plagiata e stremata, scrive di proprio pugno a genitori e parenti, accettando sposo futuro e invitando a celebrazione nuziale. Lazzat rassicura affermando che è uso di aree rurali, poi racconta di aver sentito di tassista di Shimkent che, durante normale orario di lavoro, rapì giovane e bella cliente per suddetti motivi. Acuisce spigoli d&#8217;esili labbra, a mostrare sorriso d&#8217;intesa che colgo e ricambio. Opachi colori d&#8217;arredo contrastano allegria d&#8217;abito notturno, che amica kazaka indossa intempestiva: impegni di vita richiamano, meschini, riposo precoce per ennesima sveglia mattutina. Lazzat lavora sempre, domenica compresa, ma miracolosamente conserva di dolce sorriso, come primo attimo d&#8217;incontro. Giorno successivo è data di partenza per Uzbekistan. Arricchito d&#8217;insegnamenti precedenti procuro passaggio fino a stazione. Equivalente di due euro e cinquanta centesimi conduce obbiettivo, su anomalo fuoristrada con guida a destra. Autista di trasbordo, giovane russofono accostato di piacevole compagna e coincidente di direzione e prezzo, non preoccupa di comunicare. Sa d&#8217;essere vettore di incontro remunerativo, ma ostativo a intenti pomeridiani. Indifferente, riprende conversazione interrotta di sosta e trattativa, consapevole di breve e inutile durata. Osservo  posteriore, valutando atteggiamenti anteriori e adocchiando esteriorità d&#8217;automobile. Larghi viali alberati fiancheggiano rettilineo percorso, sottile musica panslava ritma ovattato sottofondo, palpabile indifferenza uralica sigla dipartita d&#8217;Almaty. Parcheggiamo veloci stazione, concludendo agonizzante trasferta di semplice e reciproco Спасйбо(spasiba)29 e dimenticando, fulminei, uno d&#8217;altro. Ampio piazzale rettangolare centrato di statua equestre di Pamjatnik, su basamento di pietra grigia, introduce neoclassico edificio d&#8217;arrivi e partenze, prossimo principio di difficile viaggio a venire. Entro stazione superando, rapido, leggero dislivello di monumentalità ed avvicino immediato d&#8217;uomo che, in russo, offre immaginabili servigi. Reagisco mostrando titolo di viaggio e sillabando, lento, nome di futura destinazione. “Anglisky, Germansky…?”, domanda incuriosito d&#8217;espressione che mal cela evidente obesità. “Italiansky”, ribatto pronto! Scoperta d&#8217;italianità reagisce d&#8217;enorme sorriso, ornato di camicia scura d&#8217;abbondante taglia, e allontana, rotonda, di ben nota melodia:”… lasciatemi cantare, con la chitarra in mano …” Sorrido a consapevolezza che anche lontanissimo Kazakhstan afferma di prodotto italico più famoso: Toto Cutugno per quale, spassionatamente, onesta simpatia aumenta d&#8217;ora in ora!</p>
<p>Viaggiare fino a Shimkent è, finalmente, fortunato treno notturno in “classe P”, ovvero economica. Accomodo terzo livello di cuccetta e osservo, avido, compagni di settore. Ultimi trasferimenti in coupé hanno privato gioia d&#8217;incredibile coacervo di vita e cultura, ed ora è momento di saziarne ancora. Infiniti banchetti, di festoso fragore, turbinano chiassose conversazioni, colorate d&#8217;abiti e abitudini. Uova, pollame, formaggi e verdura imbastiscono abbondanza di cena, riempendo di profumata essenza affamati sensi. Circolari e sottostanti, due anziane infoulardate ed altrettante imberbi adolescenti, officiano banchetto di remoti desideri; lineare e laterale, responsabile di vagone in irreprensibile divisa blu, procede, metronomo, estremità di corridoio; orizzontale e sovrastante, io, unico straniero, ragiono di muro linguistico e silente prossimità, nonostante concreta volontà d&#8217;assorbire romanzi di vite altrui. Ma occhi nevrotici, incrociano e osservano ripetuti, eleggendo mia presenza quale centro gravitazionale d&#8217;intero vagone. Appartenenza d&#8217;uomo quarantenne, minuto e incipientemente calvo, esprime simbolica ansia di approccio gnostico. Probabilità comunicative pari a zero d&#8217;inizio viaggio, cedono a innaturale simpatia d&#8217;isterico movimento di nere e golose pupille e, d&#8217;amichevole sorriso, cerco di assecondarne appetiti e voleri. Sorprendente incontro, caratterizzato di gracilità piuttosto trasparente accentuata da sovradimensionata montatura ottica su scarna scatola cranica, parla mediocre inglese e fornisce occasione concreta di ingresso diretto in cuore pulsante di trasferimenti notturni. Scopro che è tecnico qualificato per costruzioni di oleodotti e racconta frequenti contatti con operatori stranieri di società petrolifere. Conosce principi d&#8217;inglese perché appreso di rapporti internazionali e assurge, immediato e felice, a ruolo d&#8217;interlocutore tra me e resto di passeggeri. Miracolose origini italiche schiudono, ennesime, ultime remore di chi è frontale, laterale, sottostante, trascorrendo bellissime ore di cibo e umore, e inevitabili equivoci d&#8217;incongruenza d&#8217;idiomi e indimenticabili ricordi.</p>
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Terra di nessuno  08/09/2008<br />
Fondamenti geometrici presuppongono unica retta per soli due punti; morfologie territoriali reinterpretano detti punti in molteplici spezzate; economie di trasporto traducono precise suddette in massimizzazione di intenti e risultati. Principi scientifici e di logica che sublimano di comodo treno tra origine e destinazione di ultima frontiera. Ma frequenza settimanale è variabile che limita e impedisce regolare  fruizione di disponibilità immediata o a breve termine.   Alternativa è omerica odissea, che principia di ruote ferrate e termina secondo fortuna di chi ne intraprende. Urgenza di tempo ne elegge unica plausibilità, dettagliate indicazioni di Lazzat ne definiscono allucinata cronologia. Treno per Shimkent, marshutka fino a stazione di autobus, pullman per Tashkent riassumono infinita traslazione territoriale, nemica d&#8217;oblio e indifferenza. Prima frazione di viaggio è standard previsto di spostamento notturno che congeda caloroso di gentili compagni ed immensi banchetti, come giusto stile locale. Segue semplice collegamento di connessione diretto ad Autobaxal, efficace quanto rumoroso. Circolare prossimità di stazione ferroviaria imbruttisce di obsoleta fontana e affoga di rugginose lamiere e scoppiettanti diesel. Giovani urlatori propongono programmatici percorsi, che difficili individuo. Poi udito proteso coglie magia di unico suono possibile: “autobaxal&#8230;autobaxal!”. Sincero sibilo destrorso che ricerco tra folla e polvere. Svanisce d&#8217;incanto e ripropone tardivo, ma è vigile attenzione che nulla sfugge e raggiunge agognata percezione. Riconosco precedenza timbrica femminea, che giustifica di imberbe giovinezza. E&#8217; adolescenza asessuata di impronta tagika, rossa di pelle e molle di stazza. Avvicino presunto urlatore, zoomando curiosa fisicità. Fendo ferro e carne fino a traguardo, che migliora di accennata peluria. Occhi liquidi incrociano passi decisi, acute grida trasformano interrogative osservazioni, autobaxal&#8230;autobaxal diviene questione privata. Carico zaino e mole, siedo panca antidiluviana, sospiro di obiettivo raggiunto. E&#8217; calura fottuta, che suda ed umidisce, ma stanchezza notturna prevale contrastanti esigenze e, pacato, attendo prossima partenza.        Ataviche anzianità ingombrano limitatezza di spazio di cesti e ortaggi, foulard e tiubeteika30 ne denunciano sessualità laddove necessitasse esigenza. Stipiamo numerosi, capaci garanti di ritorno economico che, graziaddio, convince pachidermico autista ad inserire prima motrice. Grassone ed eunuco occhieggiano di accordo e puntano, decisi, uscita di angusto budello. Ferrovia e autostazione distano doppio chilometro su arcuata direttrice che, discreta, naviga pendici di costone roccioso. Ma linearità di percorso contrasta logica produttiva, moltiplicando per sei tempistica di trasferimento. Semplice porzione d&#8217;arco geometrizza in trigonometriche trilaterazioni che generose raccolgono e cattive non cedono. Raddoppiamo di numero, studenti in uniforme ravvivano intestini di vettore acquisendo presenzialistica attinenza. Sterrati laterali guidano traiettorie interne di sovradimensionate residenzialità sovietiche, confutando assiomi matematici di logica inopinabile. La linea che unisce i due punti perde nuovamente senso, secondo prospettiva centroasiatica. E a me va bene così. Poi, inaspettato, l&#8217;inferno. Intervento di lolito urlatore indica giusta fermata, tumide labbra accentuano quanto floreale camicia già lascia presupporre. Interrogo possibile futuro, augurando rispetto per qualsiasi identità decida di assumere in terre così difficili. Abbandono il caroccio e recupero, di sollievo, posizione eretta. Lieve pendenza introduce enorme piazzale, filtrato di tassisti e faccendieri che offrono, petulanti, prevedibili servigi. Impongo forte, determinato, deciso a proseguire secondo preciso obbiettivo. Intonaco bianco scrostato peripla tre quarti di slargo, ergendo sei metri dal suolo e definendo imbuto di edificato confuso e confusionale. Evito sirene ammaliatrici di presunta comodità e determino direzione di biglietteria, assiale a nord rispetto a precedente ingresso di inferi. Alto sole ombreggia di sporadica alberatura, tracciante speranzosa ipotesi di fuga, fino a pretenzioso scalone che rialza di un metro prima  spazialità. Tenero asfalto incolla passi veloci, impacciandone protervia e intenzionalità. Lentezza d&#8217;azione porge fianco a iene e affaristi che, fermo, ignoro. Affronto rampa e ingresso, stupisco di quiete interna, studio orizzontalità e verticalità planimetriche. Ulteriori gradini di marmo, prigionieri di negozi di cibo e cianfrusaglie, inducono a superiorità di piano che affaccia, mezzo, su ampia hall sottostante e distribuisce numero quattro affollati sportelli di biglietteria. Sembra fatta. Ho letto il centrasia e ho imparato a gestirlo, se ha senso e prevedibilità. Ma è lunedi, bellissimo e caldo lunedì e di lunedì, solo di lunedì, dio  unico sa perchè, non partono autobus per Tashkent. “… omerica odissea, che principia di ruote ferrate e termina secondo fortuna di chi ne intraprende …”. Porco ….! Che fare? Non avvilisco, non ha senso. Ho scelto io di viaggiare duro, ho scelto io amari assaggi di vita, ho scelto io di godere sangue e vene. Libero di zaino e accomodo panchina prossima ad ampia vetrata, centralità architettonica di intero contesto. Rifletto tranquillo necessità di nuova alternativa, meglio, di alternativa ad alternativa. Rigidità doganale Uzbeka impone precisione d&#8217;ingresso, così come stabilito da timbri di visto. Eventuale ritardo creerebbe problematiche imprevedibili che non conosco e che intendo evitare. Guardo esterno, ho prospettiva favorevole per ovvia altimetria. Secondo piano di edificio domina piazzale di partenze, brulicante formicaio di uomini indaffarati di imballaggi, intenti a pianificare partenze e spedizioni. Assumo coraggio è inverto precedente percorso ascensionale diretto nuovamente verso inferi, fino a rifagocitare d&#8217;immenso caos. Colloso binder rientra sensazioni antecedenti, condite di quanto prevedibile e preveduto. Impiego, incolume, cinque minuti a individuare giusta marshutka, cui segue breve trattativa di prezzo e tragitto. Ottengo richieste e sorriso di gentile conducente, quindi rilasso conscio di aver superato brillantemente ennesima difficoltà. Ma colore di pelle e zaino in spalla sono esca che affama immancabile squalo: energumenica fisicità di metri due che avvicina baldanzosamente convinta a convincere, fragilità di preda, che sessanta dollari e taxi di proprietà sono possibilità unica di raggiungere Uzbekistan. Camicia aperta su eccessiva villosità e obsoleta occhialatura tartarugata ne impongono bullo di zona. Occhio autista che abbassa sguardo ed allarga braccia di incondizionata resa, confermando, poco convinto, nuova versione di fatti. Fotto solo, spalle a furgone, baricentro indifeso di folto gruppo di comparse che diverte ad ogni affermazione rivolta in russo da cattivo di turno. Galvanizza unico attore di ridicola tragedia mostrando, sbruffone, vecchia decrepita Mercedes. Non ho intenzione di cedere a balorde insistenze, ne tantomeno idea di come sopravviverne. Prepotente indica zaino, avvicina massiccio e intenta appropriazione. Reagisco d&#8217;istinto. Allontano aguzzino di spinta e d&#8217;attimo libero accerchiamento, ma estenuante trattativa è lontana a cessare. Ora ho diversa e più libera prospettiva, guardo intorno in cerca di viso amico fino ad incrociare dolcissimi occhi di vecchine, omaggiate di sorriso ad atto di precedente carico bordo. Semplici gesti materni rinvigoriscono vera verità: giustezza di marshutka elegge taxì veicolo di prepotenza ed intimidazione. Conferma di cui abbisogno per acquisire, da meandri d&#8217;anima, fermezza e coraggio. Consistente rotazione cranica verso alto, assiale a suolo liquefante, espone esclusiva sicurezza esteriore che incrocia disonestà d&#8217;occhi dietro marroni lenti fotosensibili. Preventivo alzo voce ed orgoglio:” Niet taxi, niet! Marshutka!”, successivo sfioro di fianco e replico immagine di zaino e furgone. Tra fare deciso e guerra emozionale corre crepa profonda chilometri, ma nessuno accorge. Avvantaggio inaspettato su nemico improvvisamente barcollante di parola e spavalderia che, trasformando martello in incudine, propone patetico trenta dollari. Cedimento caratteriale che da vigore a tenacia di “no!” e scioglie, definitivo, rumoroso capannello. Stupendi sorrisi di vecchine illuminano nuovo sole felici che coraggio di viaggiatore non abbia ceduto, ed io estasiato ricambio a ciò che, ancora, è ricchezza prima di intero viaggio. Risalgo furgone, orgoglioso d&#8217;accaduto e, immediate, dieci di mattina segnano agognata partenza e, marshutka permettendo, avvicinamento a confine kazako. Ma immancabile stop di problemi tecnici, sopraggiunge appena dieci minuti successivi a partenza: ripidissima salita arranca asmatico furgone, malandato come pochi altri. Perdita d’iniezione, immediatamente identificata da presumibile colpevole autista, è causa di sosta forzata. Ulteriori dieci minuti  rimettono in sesto improbabilità di mezzo, garantendo ripresa di viaggio. Siedo posteriore e angolare, a sinistra di donnone assonnato che, nonostante afa insopportabile di ultimi posti, decide utilizzo forzato di mia spalla come cuscino; avanti splendide allegre nonnine di pocanzi, imperterrite donatrici sorrisi dorati; attorno brullo e desertico paesaggio, amore recente ed eterno.</p>
<p>Atoi, vissuto più prossimo a confine Uzbeko e relativa capitale, è fine corsa di eroica marshutka che sbuffa esausta  in largo e polveroso piazzale, nei pressi di varco doganale.   Sudicio oblo, cui interrogo di luogo e da farsi, trasmette mediatico esodo di uomini e donne e bambini e animali disordinatamente allienati in attesa di proprio turno. Cinquecento anime e oltre, oberate di pacchi e valigie, pazientemente attrezzate a bivacco e notatta all&#8217;addiaccio.  Ancora protetto da sottile lamiera rimugino informazioni captate tramite frammentate conversazioni di compagni di viaggio, mio malgrado reali e spiazzanti. Atoi, frontiera trafficatissima per geografia e strategia, è luogo di attese bibliche che vestono di assurda normalità. Considero ogni eventualità: realismo immediato prevede prossimo imbrunire e chiusura di varco; ottimismo futuribile prospetta remote possibilità di passaggio frontiera per successivo tardo pomeriggio; verismo avvilito presuppone trentasei impossibili ore d&#8217;attesa. Svilisco, ma non demordo. E&#8217; ancora momento di alternative, variabili matematiche cui progressione lessicale  procede proporzionale a costante temporale. Interrogo autista e viaggiatori, ma semplice gestualità confonde di muro linguistico. Poi, d&#8217;incanto, comprensibile stentato inglese appare, come miracolo inaspettato, come luce divina. Giovane e timida, scialba e bella, minuta di nanismo e luminosa di occhi profondi come mare che qui non bagna, avanza di coraggio e prosegue infinita equazione: “You can go to next border&#8230;it&#8217;s 40 km far from here&#8230;no one use it&#8230;you can go there just by taxi!”. Alternativa che aggiunge ad alternativa di alternativa. Intenerisco d&#8217;immagine gentile, che retrocede e scompare d&#8217;angolo di partenza, nuovamente timida, nuovamente anonima, nuovamente angelica. Esigenze evidenti escludono altre effettività, proponendo rapida, unica, ultima soluzione. Sorrido occhi amici che preoccupano d&#8217;eventi, inchino dolcissime vecchine che controllano materne, congedo vicinanze limitrofe che fastidiano invadenti, intento finalizzazione d&#8217;obbiettivo che auguro raggiunto. Confusione di circostante impedisce semplice localizzazione d’area proto-tassinara, ma è entropia inutile: loro localizzano me. Ampia gestualità accoglie passi stanchi e affamati. Venti sbraccianti arti propongono servigi e tariffe simili, come irreale lotta di sopravvivenza. Smarrisco di stanchezza e umanità, ma crampi di stomaco rientrano crudele realtà. Non alimento da venti ore, forse  più, e improvviso profumo di pane caldo invade narici e cervello, assurgendo a sola esigenza immediata. Guardo intorno e richiamo attenzione da mezza dozzina di ruote di pane al sesamo, ordinatamente adagiate su sedile posteriore di vettura propostomi. Repentino associo viso a oggetto di desideri e, determinato come mai, do vita a solita estenuante trattativa. Entrambi soddisfiamo per chiusura d&#8217;accordo: duemilacinquecento tenge e succulenta ruota di pane. Sospiro svuotato d&#8217;energia e, felice, accomodo interni moquettati d&#8217;auto, tranquillo e bramoso di comoda quiete. Mosul, autista e panettiere, è magro di fame e giallo di fumo. Entra rigido ed adagia, lento, mani nervose su bianco sterzo impellicciato. Verde di vene e rosso di pelle, inquinano presunto candore sintetico, ma è solo preludio. Gira e sorride tagliente, volge attenzione a visione posteriore, recupera ruotando inversa direzione. E&#8217; ora, ingrana la prima, lancia sparato tra uomini e mucche, guida veloce e da cane. Principia così delirante viaggio di velocità ingiustifica e folle. Potere fallico muta quieto omino in assatanato diavolo, pronto a litigio regolare e aggressivamente mal disposto verso chiunque, volente o nolente, interponga tra auto delle ruote di pane e destinazione finale. Quaranta minuti di schizofrenia coprono distanza inimmaginabile e risvegliano adrenalinica attitudine d&#8217;attenzione. Sorpassi criminali destano sonno e irrigidiscono muscoli. Romantica visione convince che somma pattuita sia giusta corresponsione per sublime spettacolo di ordinaria follia.</p>
<p>Mosul interrompe motore e show, improvviso e inaspettato. Brusca frenata comanda fine calvario e collide caldo appiccicoso, come pugno a stomaco ben assestato, che riscalda, fino a ebollizione intorno di nulla più polveroso. Trasfigura nuovamente affabile, apre portiera, allarga sorriso, invita a scendere. Sono dove dovrei essere? Legge interdizione che rassicura con indice paglierino proteso a capannello di uomini, più in fondo verso destra, poi immediato rientra auto e scompare, repente, da vita e memoria così come energicamente insinuato. Sento d&#8217;essere dove figurato giorno cui decisi Turkestan, deserto, ignoto. Solo come mai, come nessuno. Evaporo di calore e incertezze, secondo accezione eterea.  Disequilibro, evado corpo, dissocio materia e anima, ascendo cielo e oltre d&#8217;impossibile velocità, poi arresto, a mezz&#8217;aria tra infinito e mondo. Arresto e penso, penso e rifletto, rifletto e domando, domando e rispondo. Rispondo che non necessito, perchè già ho, perche già so: unico, fondamentale, bellissimo. Ne conosco. Sorrido. Rilasso. Guardo in basso. Vedo veloce, zummo, focalizzo: immensa piattezza d&#8217;emozioni fortissime, dubbi estremi, paura umana. Giallore di sabbia, di roccia, di esistenza contornano infinitesima puntualità scura, di nero d&#8217;ombra. E&#8217; sudore, è respiro, è cuore. Sono io, pulsante. Mi piaccio perduto dall&#8217;alto, mi ammiro voglioso di sfida, mi stimo amante di mondo. E allora recupero quota, riavvicino realtà, precipito corpo e riprendo sorriso di materia e sorriso d&#8217;anima. Sono dove dovrei essere!, penso. Ora lo so! Rientro ubiquità, riallaccio essenza ad esistenza, vibro di forza e volontà, studio prossima mossa. Valuto distante avido interesse di faccendieri da frontiera, ne studio coordinate e atteggiamenti, ne intuisco intenzioni e presunzioni. Equazione interrompe di incanto, non scorgo ulteriori variabili, X è solo X, non varia di Y o Z, non moltiplica o divide o somma o sottrae. E&#8217; unica incognita cui devo, di forza, attribuire valore e specificità. Forza! Coraggio! Vita! Indosso zaino e incertezze, vesto faccia d&#8217;uomo e certezze, guardo diritto ed alto, incammino deciso. Sono alieno catapultato in culo più sabbioso di mondo e tutti ne accorgono, tutti ne valutano, tutti, io compreso. Sparuti kazaki, come fossero milioni, interpongono tra me e check-point pronti ad offrire, noncuranti di doganiere e dogana, cambio di denaro a mercato nero. Ignoro e scanso impostando d&#8217;equilibrio, procedo dritto fino a guardiola dove attende severissimo agente in servizio. Sguardo duro ed occhi ghiaccio scandagliano, inquietanti, estreme singolarità d&#8217;aspetto e fisicità e, trastullando passaporto tra dita grassocce senza  effettiva attenzione, interroga in russo: ”Italinasky, visa niet…niet!”. Simula incapacità a riconoscere timbro di visto, ho impressione e certezza di scusa banale, corruttiva. Presenza di straniero è novità relativamente assoluta, capace di demolire noia terrosa di chi vive luoghi di limite. Sudo, affogo d’afa, rigo viso di perle adiaforetiche. Fingo calma apparente, ma è tensione di attimi interminabili. Spiego in improbabile russo, appellando pochi suoni memorizzati in viaggio. Inutilità d&#8217;azione sfoga di limiti inguistici e sublima per disinteresse d’interlocutore. Delirio di protagonismo esclude ogni scena e relega presenza forestiera a mera concausa di eventi. Finalmente ha pubblico cui rivolgere assurda pantomima:” Italinasky… Italinasky!”. Sventola passaporto e supponenza, scatena generale ilarità, gestisce, padrone, futuro immediato. Non ho percezione di esito, ma obbligo a non cedere. Almeno esteriore. Sono solo, ove nessuno ha idea, e unica forma di autorità presente sembra eleggermi a personale passatempo. Prosegue imperterrito, maligno, stronzo come mai e intendo solo noia come unica via di scampo. Spero e intuisco ultima possibilità, ne impongo obbiettivo immediato. Smetto parole, spiegazioni, giustificazioni. Ruoto baricentrico quarantacinque gradi, di fianco. Sottraggo, volontario, superficie d&#8217;esposizione a nuove aggressioni. Assisto, finto inebetito, a patetica performance che, irrimediabile, perde vigore, declina valore, esaurisce portata. Vincere ha senso se avversario combatte e illusoria resa è colpo mortale a dinamismo nemico. Vinco! Recupero passaporto e dignità, sorrido machiavellico i presenti,  allontano lucido che grigiore riconquisterà, definitivo, tedioso angolo di cosmo. Varcato check-point, subitaneo identifico prossimo quadro: squallida costruzione malandata cento metri distante. Caldo insopportabile opacizza contorno arido, sete e sudore stordiscono i sensi, adrenalina e passione fortificano animo, attimi intensi di esistenza romanzano la vita che sogno di vivere.</p>
<p>Pratica d’uscita sbriga rapida, asettico interno d&#8217;edificio dista milioni di chilometri da realtà circostante, nonostante pochi decametri territoriali. Tutto svolge come d&#8217;augurio,  status di straniero è lasciapassare per attese agevolate, mentre sorrisi in uniforme invitano a sorpasso di massa trasmigrante. Accetto, colpevole, favore d&#8217;attimo; eseguo, meschino, mutazione d&#8217;intenti; approfitto, mediocre, immeritati privilegi. Tutto è semplice, agevolato, scorretto. Percorro, laterale, statica calca locale fino a comoda scrivania. Timbri e sorrisi concentrano inattesi, delittuosi. Ringrazio gentilezza d&#8217;officianti e volgo indietro fila tuttora immobile, stagnante. Tempo tiranno reimpone strada e arsura, riprendo autenticità d&#8217;incertezza e d&#8217;esito e reincupisco d&#8217;umore. Cammino lento, a ritmo di cuore. Spianata indecente costeggia strada obbligata e piange, atterita, accumulo di ingombri. Rigo dritto e miro dislivello di destra, atroce cratere di sperpero umano. Acceco e deludo. Carcasse metalliche e plastiche indegradabili riflettono, brutali, abuso di mondo. Lontano rumorosa gru raccoglie e sversa, ruotando ipocrita come sinuosa baiadera. Giungo limite visivo di basse costruzioni, ma conservo sentore auditivo, fino a distrarre di ultima barriera kazaka. Insulsa catapecchia, stinta di legno e lamiera, troneggia altera tra nulla e null&#8217;altro. Appresto dubbioso ad incrocio di viso giovane e slavato, che incornicia in feritoia di postazione. Saluto e mostro passaporto. “Italiansky, italiansky… Del Piero… Totti”, reagisce fasullo. Appare simpatico e reggo al gioco, ma è ennesimo tranello. “Souvenir, souvenir…!” richiede sibillino, che ignoro. “Euro…10 euro” pretende sfacciato, che cedo. Non in euro, libero ultimi duecento tenge kazaki. Guardo lo sguardo, offrendo, indolente, illegittimo obolo. Biondo e deluso appropria magro bottino con scheletrica mano che, ossuta, indica direzione d&#8217;uscita. Avvio soddisfatto di parziale vittoria e entro nuovo confine. Sponda uzbeka apre di polveroso sterrato e successivo ponte arrugginito. Eseguo astioso percorso fino a primo ostacolo: obsoleta sbarra messaggera di lentissima coda. Blocco di schianto, osservo quarantina d&#8217;anime cuocere di sole cocente. Intorno inestiste ombreggiatura. Caldo e scorta d’acqua procedono inversi, proporzionali. Leggo occhi di apatia e rassegnazione, rotta ad attese interminabili. Adeguo. Pochi istanti adagiano zaino a suolo, inventando ricovero di estenuante fatica. Sollievo è immediato e allevia attesa snervata. Distendo gambe e allungo muscoli e rilasso tendini, provato di tensione e affaticamento. Circondo di volti arati di sole e lavoro, di insetti petulanti estenuante ronzio, di sole impietoso accanitamente centroasiatico. Poi, distante, ufficiale gallonato comincia a sbraitare. Non valuto tempo d’attesa, atemporalità locale intorpidisce capacità di percezione: un minuto, un giorno, una vita. Come grembo di mondo, come limbo infinito d&#8217;interminabili attimi, come incubatrice di sogno che aiuta a vivere. Lontani rumori volumizzano in urla incomprensibili poi, pari ad avvicinamento di militare, scandiscono ordine che sveglia torpore di totale prossimità. Pochi secondi sollevano traversa, fiumana d&#8217;uomini riversa indisciplinata nuovo feudo. Cinquanta metri campeggiano scritta inglese su fianco minuscolo di primo ceck-in: WELLCOME TO UZBEKISTAN. Leggerne conforta. Vita di viaggiatore gode di piccole irrilevanti certezze, di banalità d&#8217;incredibile significato. Benvenuto di terra Uzbeka è linfa che  rinvigorisce, che placa affanni di meraviglioso logorio di  giorni e chilometri, confini e incomunicabilità. Flemmatico raggiungo posto di controllo, perplesso accodo flusso disarmante. Imbuto disumano incanala per disamina, irriverente, di imberbe diciottenne in uniforme, tutore di potere immenso rispetto a effettive capacità. Ancestrale lentezza di controlli affolla stretto corridoio di uomini e cattivi odori, indecorosi animali maschili stipati di transitoria prigionia, tra mura di calce viva e rete metallica. Di grazia donne, anziani e bambini godono giusto privilegio di precedenza. Turno personale è rapido, più di media giornaliera. Non sono uzbeko, ne tagiko, ne kazako, ne tataro. Sono barba lunga, sono pelle bruciata, sono  decontestualizzata opinabilità. Larga divisa di doganiere controlla svogliata documento proposto, timbra distratto pagina esatta, rivolge cortese proprio opposto: “Italiansky, wellcome to Uzbekistan!”. Può limite geografico essere limite antropologico di occhi a mandorla e pelle rossa, di diffidenza e amicizia, di nord e sud di mondo? Ignoro, ma sento forte tale momento. Nuovi padroni di casa hanno calore di gesti e idea di passione come solo Iran ha trasmesso. Onesta giovialità d&#8217;essere che indirizza, ben disposto, postazione di moduli. Lamiera rugginosa protegge angusto quadrato d&#8217;asfalto, premeditatamente confinato di precedente imbuto e successivo  edificio. Focale grezzo legno centripeta aspiranti trasmigratori, che accalcano per formulari d&#8217;ingresso. Turnazione confusa apre breccia che infilo, recupero penna e passaporto e procedo, ma rigoroso cirillico imbratta strumento d&#8217;ufficializzazione. Ancora X, solo fottutamente X. Colori e culture diverse non oltrepassano soglia di tali cordinate,        necessità d&#8217;altri lessici non merita attenzione. Perplesso attendo eventi, impossibilito a riempimento di prestampato, per carenza di basi e comprensione. Ma fortuna, o geografia, vuole buona predisposizione di locali che, amichevoli di compartecipazione, suffragiano difficoltà di compilazione, purtroppo con sterile efficacia. Fino ad intervento deciso di basso uomo tarchiato, simpatico camionista uzbeko di faccia rotonda e sdentato sorriso. Dita grassocce e consumate indicano,  scolastiche, corrispondenza di richieste cirilliche e voci di documento; voce meccanica e roca sillaba, accademica, suoni evidenti e sconosciuti. Scopre italianità di passaporto e ne compiace. “Italiansky&#8230;italiansky!, annuncia ai presenti. É scintilla che trasforma mansueto trasportatore in smaliziato attore, squallido prostribolo in decoroso proscenio, cenciosa folla in rispettabile platea. Improvvisa breve esibizione canora, cui Cutugno impone soggetto, gestualizzando mediterranea passione e italica drammaticità.  Tutti approvano, incitano, deliziano. Io per primo. Sento fratellanza, amicizia, solidarietà di gente vera che sorride,  suda, lavora, ama. Fiere emozioni che fortificano liberando di merda subita, di militari questuanti, di faccendieri senza scrupolo, di solitudini interminabili. Fine di performance dilegua spettatori estasiati, che ricatapultano difficile quotidianetà. Alcuni congedano premurosi di consigli in russo o uzbeko. Fingo comprensione, ringrazio caloroso. Non ho voglia di inquinare umore di meraviglioso sciame, protagonista involontario di indimenticabile benvenuto. Resto solo, recupero idee e equilibrio, dirigo check-out. Composte doganiere officiano pratiche d&#8217;entrata. Indicazioni di camionista risultano errate, ma scorrevole inglese di gentilissime impiegate, agevolano operazioni di entrata ed in pochi minuti sono fuori da edificio e finalmente dentro Uzbekistan.</p>
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Taskhent  08/09/2008<br />
Temur lo zoppo nacque a Samarqand e devastò, di ferocia, interezza d&#8217;Asia secondo longitudinalità estesa da tra Siria e Cina. Condottiero spietato d&#8217;esercito d&#8217;arcieri mongoli e fanti tartari, agì irrispettoso d&#8217;idea di vita e misericordia, bruciando, decapitando, massacrando inermi popoli arresi e terrorizzati. Accadde in Siria, Turchia, Iran, accadde a chiunque assurgesse nemico, seppur inoffensivo31. Turco di lingua e costume fu apice contraddittorio di poliedrica  personalità: fu alcolista che proibì consumo di vino; fu analfabeta che promosse tensioni culturali; fu distruttore che riurbanizzò d&#8217;architettonica superbia. Nato pastore, morì settantenne conquistatore d&#8217;Asia risvegliando miti eterni d&#8217;Alessandro Magno, Cesare e Gengis Khan. Attore di lunga vita relazionata d&#8217;amichevoli rapporti di corti francese, spagnola e genovese, fu cinico leader ispiratore di filosofia machiavellica e opera Vivaldiana e, soprattutto, tapino destinatario d&#8217;immortale anatema32:“…egli passò nella maledizione di Dio, e fu precipitato nei più crudeli e più raffinati tormenti dell&#8217;inferno…. Dio onnipossente, per la sua misericordia, liberò gli uomini da questa crudele schiavitù, e levò via dal mondo l&#8217;ultimo dei tiranni…” Tamerlano recitò esistenza planetaria fortemente legata a Uzbekistan: terra d&#8217;origine e gloria. Affinità indissolubile e atemporale  sublimata di mille colori di madrasse, moschee e caravanserragli, perle d&#8217;oriente estaticamente decantate da Marco Polo ed Ibn Battuta33 come gioielli illuminati di mecenatismo e macchiati di sangue e morte, come artistiche contraddizioni d&#8217;aberrante malvagità. Venticinquemilioni d&#8217;eredi vivono oggi stato più popoloso d’Asia centrale, elitticamente allungato di trecento metri, secondo estensione massima d&#8217;asse minore. Centro focale di principali rotte commerciali tra occidente ed oriente, celebrate ne “Il Milione”, conta importanti crocevia di sosta e rifornimento di mitico percorso che sagacia geografica di barone Ferdinand Von Richthofen definì, ad albori di novecento, “Via della Seta”. Samarqand, Bukhara e Khiva eleggono simboli secolari di glorioso passato e convertono in mete turistiche di intensi flussi, nettamente contrastanti rispetto a tendenza regionale. Spiccata propensione d&#8217;Uzbekistan contrasta d&#8217;avulsa ricettività centrasiatica ad abitudine di stranieri e Taskhent, capitale moderna, è emblema d&#8217;evidente controsenso. Raggiungerla da punto di frontiera, verificata totale assenza di trasporti pubblici, vale corsa di venticinque dollari, atti a coprire trentacinque chilometri di viaggio in meno di un ora. Quiete e serenità d&#8217;autista uzbeko rivendica gradevole tragitto, bilanciando odiosa forsennatezza mattutina di pilota kazako. Rilasso, finalmente, ultima tensione, aguzzina tentatrice di debolezze e capacità, giovando di tiepido tepore solare filtrato di vetro e lento movimento. Distensione d&#8217;arti inferiori sfrutta ampiezza posteriore di vettura made in Iran, scomparendo esausta energia di comodità di sedile e assopendo pace d&#8217;attimo che auguro senza fine. Discrezione di conducente amplifica dorato silenzio, relegando legame di restante, a morbide melodie audiodiffuse, cullatrici di meritato riposo. Ma è finale non finale. Intontito di sonno avvolgo, sorpreso, di suono familiare, diverso da unica costante presenza di giorni trascorsi. Melodiche note familiari avvolgono energia esausta e producono ultimo sorriso, precipitato di leggiadro sopore accattivanti note d&#8217;autore per Susanna mon amour.</p>
<p>Valore oggettivo d&#8217;esperienze raccontate è pallida idea comparato a reali proporzioni di rigidissimo controllo applicato da governo Uzbeko. Cittadini e viaggiatori sottopongono di macchinosa burocrazia post sovietica paradossalmente superstite a propria verità, come genitore a figli. Obbligo giornaliero di registrazione, necessità conservativa di ricevute di cambi, snervante frequenza di ordinari controlli, realizzano labirintico disorientamento che asserve o allontana chiunque imbatta. Tutto è organizzato per smarrire stoiche decisioni d&#8217;approccio, così come ruvida frenata che introduce stazione nord e principia agonia di pagamento. Sfornisco di dollari o valuta locale e propongo euro, che non interessano per ignoranza di valore e tasso di cambio. E&#8217; ora di punta e ampiezza d&#8217;arteria, prospiciente ingresso principale d&#8217;edificio di stazione, stenta a smaltire enorme flusso d&#8217;obsolete autovetture. Calore e caos infiammano inutile trattativa proponendo, unica soluzione, ricerca d&#8217;ufficio di cambio o cash machine. Quiete d&#8217;autista trasforma in nervosa intransigenza, palleggiata elasticamente tra spartitraffico di cemento e bollente cofano d&#8217;auto. Magro, basso e tenace accenna vincente sorriso, soddisfatto di trionfante battaglia, mentre leziosa virgola di labbra sottili fessura, di netto, scarno viso e odiosa rigidezza. Ma giustezza divina illumina anche mondi reconditi ed il nano uzbeko realizza, contrariato, foratura di copertone posteriore sinistro. E&#8217; immediata rivalsa che incurva, convessa, punteggiatura di viso altrui e riabilita personale umore vessato: “Vaffanculo, nano di merda, cambia la ruota. Io torno tra un pò!”. Pronuncio incomprensibile di verbo e chiaro di contenuto rigando rossore di viso, poi allontano zigzagando triplice barriera di cocenti lamiere, impazzite di traffico e anarchia. Dirigo cementato immobile moderno, ritenendo terminal di treni luogo più opportuno per impellente necessità e sorprendo di ordine e pulizia, laddove finora è stato kaos. Aiuole fiorite incanalano direttrice d&#8217;ingresso, ornando di variopinti fiori inattesa erba calcistica; luccichio di marmo, riflesso di sole, impone sgomento d&#8217;inaspettata efficienza, in offesa a stupide preconcette aspettative; bianco candore statuario ritma feritoie blu cristallo, rivisitate di pretenziosi ornamenti orientaleggianti. Toshkent Vakzal troneggia, turchese, sommità d&#8217;edificio, limitando ogni plausibile dubbio d&#8217;orientamento fino a ingresso asettico che introduce ampio volume invissuto, candido di pietra bianco latte e impeccabili finiture d&#8217;ottone e acciaio. Alto soffitto assorbe luce abbondante e scova insensata spazialità planimetrica a T, vagata invano fino a risolvere di necessaria informazione. Nulla assomiglia a quanto cercato e nulla sarà di cui abbisogno, esclusa enorme umanità. Russofono gendarme, impettito di verde divisa, intende intenzioni e ne assicura assenza prossima. Anziana tagika, rugata di sofferta esistenza, solleva umore affermandone presenza poco oltre incrocio viario frontale, tra Nukus e Shevcenko st. Autoctono ferroviere,  svogliato d&#8217;anemico rifiuto, larga  conferma impossibilità d&#8217;intenti per difetto d&#8217;orario e riferisce uniche modalità di conversione in moneta locale: mercato nero e banche. Esclusione di primo è conseguenza di rischi e sconvenienza, operatività mattiniera di seconde allontana possibile soluzione a giorno successivo. Ultima chance è lussuria d&#8217;hotel cinque stelle derogati a quanto altrimenti impossibile. Ma ruralità d&#8217;autista ne ignora allocazione e prossimità, complicando assurdo sistema, che scoraggia debitore e creditore fino ad accordare per agognata remunerazione in euro. Sessanta minuti di disperata ricerca sublimano di matematiche proporzioni di cambio tra dollari e sum, sviluppate secondo improbabilissime elucubrazioni scientifiche che ammontano debito a venti euro. Ma lieto fine è ancora lontano a venire, perché tragico epilogo consuma di taglio da cinquanta che offro. Avversario d&#8217;azione ricambia resto in sum che, miracolosi, appaiono d&#8217;ogni dove in quantità spropositata: tasca di camicia, tasche di pantaloni, cruscotto d&#8217;auto, borsello in similpelle. Stanco come mai convinco che trenta euro equivalgono, approssimativamente, a cinquantamila sum e breve attimo sommerge di cento ingombranti banconote da cinquecento, taglio più grande possibile. Saluto d&#8217;autista congeda soddisfatto conclusione d’affare, mentre antidiluviana vettura allontana sfumacchiando nera fuliggine di scappamento e volubilità d&#8217;accaduto. Resto perplesso e abbandonato su carreggiata centrale d&#8217;enorme asse viario, rigonfio di moneta cartacea e sfinito d&#8217;infinità d&#8217;eventi. Poi recupero forze e morale, consapevole d&#8217;aver superato brillantemente ciò che ritenevo impresa più ardua d&#8217;intero viaggio. Rivedo fottuti flashback d&#8217;uomini e mezzi principiati giorno prima e considero d&#8217;essere dove era previsto che fossi, nonostante oggettive ostilità affrontate. Perché, grazie a dio, forza e coraggio d&#8217;azione ancora basano d&#8217;interiorità e d&#8217;emozioni irripetibili; perché merda di tassisti prepotenti, ufficiali guasconi e doganieri corrotti nulla può se confrontata di sorrisi di vecchine e solidarietà d&#8217;onesti trasmigranti; perché questuante squittio d&#8217;arroganza e malcostume sempre sconfigge di immensa umanità di uomini e popoli; perché atonici “Souvenir, souvenir…!&#8230;Euro…10 euro” e ”Italinasky, visa niet…niet!” soccombono, puntuali, di rapido oblio quando musicati di meravigliosa fratellanza centrasiatica al ritmo costante di ”lasciatemi cantare&#8230;” .</p>
<p>Alex è russo e appartiene a complicatissima genealogia. Figlio di madre emigrata e padre indifferente, lega a sangue e famiglia per via di energica nonna, che giornaliera lavora e notturna cucina e sorride. Genitrice e genitore vivono, rispettivi, Telaviv e Tashkent di nuova famiglia e antichi egoismi, ma Alex è saggio e riconosce immensa fortuna di dinamismo di progenitrice, piuttosto che immaturità di proprietari di seme e ovaie. Incontriamo verso sei di sera in prossimità d&#8217;ordinatissimi giardini di stazione e nasce simpatia immediata. Muove rigido, di spalle larghe e imbarazzo post adolescenziale. Accenna sorriso limitato a decima parte di reale capacità espressiva, impegno comunque oneroso per innata genetica. Capelli biondi, occhi e pelle chiara, fisicità slava sono indelebile marchio che lega incolpevole ventenne a politiche di russificazione zariste/comuniste di fattura più o meno recente. Ma capita che presente curi ciò che passato ingiustamente ferisce ed Alex racconta di possibilità che Russia e Uzbekistan concedono a propri “immigrati forzati”: rientro agevolato verso confini etnici. Dice di procedura agevole e amici già rientrati di lidi patrii. Ne interessa anch&#8217;egli, ma attende paziente fine di corso di laurea in etimologia. Disoriento, ho sempre pensato che forte presenza russa in ex repubbliche fosse subdolo espediente di controllo e coercizione, ma a quanto pare volontà di governo locale è sempre più decisa di affermare, soprattutto secondo controllo etnico d&#8217;intera popolazione. Russi e Uzbeki vivono separati in casa, ma non sono uniche progenie di babelico coacervo che confonde suddetto crocevia di mondo. Anomala presenza di considerevole componente coreana, cinque per cento d&#8217;intera popolazione, rileva appena dopo poche ore di presenza su suolo Uzbeko. Conseguenza d&#8217;indole etnologica affascina di sparuti drappelli genealogici, raggruppati secondo omogeneità somatica nettamente contrastante con peculiarità locali. Ma semplice associazione di idee spinge considerazioni di primaria semplicità: mongoli o kazaki. Alex meraviglia, inespressivo quanto basta: ”Possibile che tu non riesca a riconoscere un coreano da un kazako?”. Possibile, a quanto pare. Realtà oggettiva ammette che minimo di disciplina, concentrata su stazza fisica e lineamenti facciali, possa cogliere ciò che appare chimerico. Questione di abitudine. Razza coreana,  eredità di seconda guerra mondiale successiva ad invasione nipponica, sminuisce di stazza e schiaccia viso e zigomi. Figli di profughi di confine, migrarono Santa Madre Russia riversando a migliaia fino a convincere Soviet d&#8217;epoca a dirottare transumanza verso desertiche lande centrasiatiche d&#8217;Uzbekistan. Pertanto generazioni di lungo arco temporale trapiantano insolite, d&#8217;oltre sette lustri, vivendo tangenziali propria vita e propria identità così come altre vittime di kaos programmatico: sfiorando senza toccare!  Finalmente dirigiamo verso casa, fagocitati da ingombro ventre d&#8217;attempato autobus. Trasbordo di venti minuti trasforma  moderno centro in destrutturata periferia di già noti palazzoni. Pareti scrostate e abbandono diffuso confermano conoscenze acquisite e ormai certe. Fermata di mezzo pubblico coincide con nulla più assoluto, scenografato d&#8217;erbacce e vuoti di birra, poi procede lungo martoriato asfalto e costeggia cementifici alveari umani. D&#8217;improvviso appare basso edificio, curato d&#8217;estetica e natura, che impone obbligata svolta laterale su lineare percorso. Osservo, perplesso, paradosso d&#8217;immobile, come perla affondata di merda, e probabile esprimo facciale sgomento interiore. Alex è sveglio e conosce reazione, sa di perla e merda e intende paradosso. Reagisce contemporaneo di lieve sorriso, incurvato d&#8217;estremità labiale e sbuffato di flebile sonoro: “Army”. Esprime d&#8217;inglese incerto, polemizzando ingiustizia di mondo che premia guerra e mortifica pace. Giungiamo, successivi, esatto caposcala, arrampicando gradini fino ad ultimo piano tra pareti d&#8217;antica pittura. Ingresso d&#8217;umilissimo alloggio comprime di basso soffitto e sconnesso pavimento, abusata mobilia ed immensa dignità. Dignità di donna che introduce di dolce sorriso e presenta come babuska. Sorride gentile e materna, offrendo fumante zuppa di verza e maiale ed interrogando nipote d&#8217;origini d&#8217;ospite. Poi allontana scusando, lavoro diurno relega faccende domestiche ad ore serali. Anche Alex ritira proprio alloggio, intuendo fatica di viaggio e proponendo bevuta serale, appena ripreso di sfiancante giornata. Bramavo discrezione d&#8217;ospiti, come impellenza d&#8217;astenia di corpo ed animo, e trasformo giaciglio di duro tappeto d&#8217;ambiente, che presuppongo luogo d&#8217;ospitalità, in morbidissimo letto di piume. Sbiaditi parati floreali intermezzano di instabile vetrina e squarciato sofà, poi null&#8217;altro se non cartoni imbottiti d&#8217;inutile cianfrusaglia. Tutto è scomodo e polveroso, ma abitudine e stanchezza prevalgono premiando, in pochi attimi, due ore di meritato riposo. Risveglio spontaneo giunge a imbrunire e colora di febbrile atmosfera. Alex ha voglia di bere ed attende smanioso ripresa di compagno di staffa. Scendiamo rapidi e pochi minuti conducono a bar d&#8217;angolo, di preistorica estetica e invitante economicità. Sentivo bisogno di quiete e tavolo esterno esaudisce agognata esigenza, tra inattesa frescura e graffiante birra locale. Effluvi d&#8217;alcol, ingollato rapido, sciolgono amico uzbeko fin&#8217;ora distante per indole e carattere. Alex apre inaspettato, narrando d&#8217;affetti e paure, sogni e delusioni, amore e segreti. Ascolto e intenerisco. A tratti consiglio, ma solo se richiesto. Sfoga loquace come mai e scorgo nuovo e brillante sorriso che, miracoloso, accende d&#8217;intera espressione. Ecco Alex e i suoi segreti, che tali resteranno.</p>
<p>Tashkent equivale a città di pietra ed antichizza quasi  primo millennio, come oasi gravitata tra fiumi Circik e Keles. Occupò di cinesi e turchi e distrusse per atroce mano di Gengis Khan. Poi risorse impavida, voluta da Tamerlano, e proseguì tranquilla fino ad avvicendamento zarista-bolscevico. Oggi presenta piuttosto ordinata e arricchisce di larghe strade, fontane e parchi che sublimano di follia celebrativa di Piazza dell&#8217;indipendenza che, centrale ha tessuto urbano, sviluppa rettangolare di geometrici giardini e discutibili istallazioni secondo asse nordest-sudovest. Periodo precedente a millenovecentonovantuno ne vide emblema di potere sovietico campeggiato d&#8217;altissima statua di padre di rivoluzione d&#8217;ottobre, poi collasso di sistema e agognata indipendenza mutarono d&#8217;incanto simbolismi storici in pomposa celebrazione d&#8217;indipendenza Uzbeka. Lenin, dominatore fiero su basamento rosso granito d&#8217;intero spazio urbano, sostituì di nuovo monumento a rinascita Uzbeka plasmato di bronzea materia e granitica base, cui apice sublima d&#8217;enorme globo raffigurante geografia nazionale. Restanti attrattive consistono di città vecchia, prossima al Chorsu market, inerpicata di stretti vicoli e concentra su area antica di moschee e madrasse. Bellezza d&#8217;Uzbekistan è comunque oltre, verso ovest, ma fascino di capitale avvince d&#8217;enormi paradossi e trattiene oltremodo. Rientro serale introduce amici australiani di Alex, in città per assistere a determinante partita calcistica, valida per qualificazioni mondiali di Sud Africa duemiladieci, tra propria nazionale e padroni di casa. Ritengo tali eventi  grandi fenomeni popolari di mondo moderno e assisterne, in contesti poco tradizionali è esperienza etnologica di rilevante interesse. Se avessi fortuna di viaggiare tempo e non solo spazio risalirei a epoca d&#8217;Impero Romano, senza esitare ad assistere a lotte tra gladiatori o a battaglie navali o quant’altro fosse per detta epoca espressione massima, anche se cruenta, di concetto di spettacolo popolare. Agendo non per sadismo o voyeurismo, ma per osservare reazioni, stati d’animo, emozioni che eventi del genere concausano. Leggerei semplici esternazioni d&#8217;esultanza o rassegnazione, per entrare in ogni singola vita con un percorso diverso da quello del contatto umano. Questo è quanto avviene nel momento dell’ingresso allo stadio. Il nostro autobus super scortato è circondato di un pubblico esclusivamente maschile, incuriosito dal fenomeno momentaneo di cui siamo interpreti involontari. La presenza di un intero plotone di poliziotti a difesa della nostra incolumità è quantomeno sproporzionata rispetto alle effettive problematiche cui, si suppone, potremmo andare incontro. La gente ci osserva incuriosita, amichevole ci saluta e ci immortala con macchine fotografiche obsolete. Il pullman si ferma in prossimità dell’ingresso al settore a noi riservato ed un cordone di polizia continua a tenerci separati dalla folla incuriosita. L’ingresso sulle gradinate è invece un delirio abbagliante di flash musicato dal ritmico suono degli applausi, come se fossimo gli atleti. Questo almeno fino all’inizio della partita che calamiterà su di se, per il resto del tempo, tutte le attenzioni, ad esclusione della mia. Il momento del fischio d’inizio decongestiona l’amichevole pressione subita finora e finalmente riesco a guardarmi attorno fino al punto diametralmente più estremo alla mia postazione. I tifosi locali, a differenza dei scalmanati Aussi con cui mi trovo, sono piuttosto ordinati e critici nei confronto della loro squadra. Un atteggiamento dimesso conseguenza della fittissima presenza delle forze dell’ordine in tutti i settori dello stadio. Il risultato finale conterà pochissimo in confronto alla innocente reazione di tutto il pubblico Uzbeko che, nonostante la sconfitta, allo scadere della partita applaude gli australiani, complimentandosi per la vittoria. E’ quasi emozionante vedere questo popolo, ancora a metà tra libertà ed oppressione, aprirsi in un modo così spontaneo verso chi, più di loro, gode di diritti e privilegi.</p>
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Samarqand  08/09/2008<br />
Il terminal degli autobus è ad un paio di fermate di metropolitana dalla stazione nord e si presenta come al solito affollatissimo e caotico. Prendo al volo il primo in partenza, un malandato bus da turismo, ed il giovane bigliettaio mi invita a seguirlo fino al fondo della vettura. Il ragazzino seduto all’ultimo posto sulla destra si alza di scatto alle sue parole, cedendomelo. La cosa non mi entusiasma, non mi va di sentirmi un privilegiato, ma pare che per tutti i presenti l’unica priorità fosse diventata quella di assicurarsi che il mio viaggio scorresse nella maniera più confortevole possibile. Gente meravigliosa! Le 6 ore ed i 300 km di tragitto scorrono lenti e afosi, ma l’umanità che mi si alterna attorno ha dell’incredibile. Quelli in piedi difendono come possono il loro equilibrio, altri seduti a terra lottano contro la gravità e le centinaia di pacchi che gli crollano addosso, la maggioranza divide il posto con almeno un&#8217;altra persona. Un vecchio antichissimo ed il suo colorato cappello siedono al mio fianco per un paio d’ore, l’anziana moglie è devota tra le sue gambe, anch’essa per terra. Lo scruto bramoso, come se osservandolo potessi carpire l’immenso segreto della sua vita e della sua terra. Il sonno lo attanaglia e mi libera dall’impaccio. Posso cibarmene avidamente, leggere le sue rughe, scrivere le maiuscole di quello che sento che sia. Me ne riempio. Poi, ad ogni sosta, dozzine di donne si accalcano ai finestrini per vendere bevande, cibo e sigarette. Un’orda rumorosa di urgenza e dignitosa disperazione, veemente come poche. Enormi seni matriarcali, fasciati di coloratissime vesti, il cui istinto alla sopravvivenza è l’impeto che ne appiattisce l’abbondanza sulle lamiere della corriera. Sono attimi di bellissimo caos e appassionate contrattazioni. Compro un paio di pasticci alla cipolla ad un prezzo ridicolo. Il passaggio dalla città alle regioni è un viaggio nel tempo, la geografia dei continenti qui vale pochi centinaia di chilometri: l’atea capitale è in un attimo religiosa provincia, il cemento case di fango, i giardini roccia e deserto &#8230; e donne e uomini i veri figli di questa terra.</p>
<p>Samarcanda è un sogno millenario, è il luogo in cui Tamerlano il sanguinario creò il suo capolavoro, è la colpa dell’incomprensione tra Tagiki ed Uzbeki. Vive di un tramonto infuocato che si infrange sui miracoli dell’architettura islamica e riflette bellezza assoluta. Quando il sole muore all’orizzonte moschee e madrasse esplodono d’oro ed il blu delle cupole è intenso come il cielo più bello del mondo. Assisto inebriato, ma non sono solo. Divido il gioiello con pochi altri, ubriaco di emozioni deflagrate per la perfezione cromatica di un attimo infinto. Tutto si ferma, i suoni, il vento, il battito del mio cuore&#8230;</p>
<p>Conosco un uzbeko di etnia russa. E’ in città per il servizio militare, ma la sua vita è in Russia da sempre. Odia la terra dove è stato costretto a nascere e spera di ottenere in poco tempo la cittadinanza che realmente gli appartiene. Lo attendono due anni interminabili di leva ed i presupposti per un apatia snervante. “Credo che fuggirò! Odio questa cazzo di nazione, questo cazzo di popolo!”. Mi invita a bere una birra. Sono stanco morto è non ho ancora un posto dove dormire, ma a determinare il rifiuto è la negatività che mi trasmette. Ho ancora negli occhi la ricchezza di uno spettacolo unico e, soprattutto, non ho voglia di merda. L’imbrunire svuota la città e libera spazi enormi tutt’intorno; zaino in spalla mi perdo alla ricerca di cibo e alloggio. Non ho indicazioni, vado a istinto. Trovo una pensione dignitosa e relativamente economica: i prezzi a Samarcanda contrastano con l’economia nazionale. Una frugale cena è il preludio al sonno profondo che mi fagocita in pochi attimi. Non avevo un letto decente da settimane ed ho intenzione di godermelo tutto. Il giorno dopo entro in contatto con la realtà del presente, la terza per popolazione dell’intero Uzbekistan. Il contrasto con il passato è netto e svilirebbe chiunque. Marco Polo la descriveva così:</p>
<p>Samarchan è una città nobile, dove sono bellissimi giardini, e una pianura piena di tutti i frutti, che l’uomo può desiderare. Gli abitanti, parte son cristiani, parte son saraceni e sono sottoposti al dominio d’un nepote del Gran Can […] ed è posta la detta città verso il vento Maestro, e in questa città gli fu detto esser accaduto un miracolo, in questo modo. Che già anni cento e venticinque, uno nominato Zaghatai, fratello germano del Gran Can, si fece cristiano, con grand’allegrezza de’ Cristiani abitanti, quali col favor del Signore, fecero fabbricar una Chiesa in nome di San Giovanni Battista, e fu fatta col tal artificio, che tutt’il tetto di quella, (ch’era rotonda) si fermava sopra una colonna, ch’era in mezzo: di sotto di quella vi messero una pietra quadra, la quale tolsero col favor del signore d’un edificio de’Saraceni, li quali non ebbero ardimento di contraddirgli per paura. Ma venuto a morte Zagatai, gli successe un suo figliuolo, qual non volse esser Cristiano, e allora i Saraceni impetrarono da lui, che li Cristiani li restituissero la lor pietra, la quale anchorchè i Cristiani afferissero di pagarla, non volsero, perciocchè pensavano, che levandola via, la Chiesa dovesse rovinare. Per la qual cosa i Cristiani dolenti ricorsero a raccomandarsi al glorioso S. Giovanni, con grandi lacrime, e umiltà. E venuto il giorno, nel quale doveano restituire la detta pietra, per intercession del santo, a colonna, si levò alta dalla base della detta pietra per palmi tre in aere, che facilmente si poteva levar via la pietra de’Saraceni, senza che gli fosse posto sostentamento alcuno, e così fin al presente si vede detta colonna senz’alcuna cosa sotto […]</p>
<p>La città prodigiosa tutt’ora vive di un aurea seducente, soprannaturale e sperimenta il contrasto di molteplici volontà che ne tentarono l’annientamento e l’omologazione. Ragioni di regime la tolsero ai Tagiki, ne involgarirono l’essenza, ne sminuirono il valore. I capolavori del Registan ed i mausolei dell’ensemble di Bibi Khamin sono completamente decontestualizzati dal circostante, la stessa Tashkent Street, arteria principale e sede dello storico bazar cittadino ha rinunciato al suo incredibile fascino per caratterizzarsi di edifici falsamente islamici o monumentalmente sovietici, ma nonostante tutto il miracolo si perpetua nella quotidianità. Esistono luoghi unici al mondo, che una vita intera non riesce ad immaginare e l’umanità, nonostante tutto, non riesce a cancellare: Samarcanda, appunto.</p>
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Bukkara  10/09/2008<br />
Trovo un passaggio quasi casualmente. Un simpatico tagiko è anche lui diretto a quella che nel XVI secolo si sostituì a Samarcanda come capitale del regno Uzbeko. Sono quasi 4 ore di viaggio, ma la marshutka su cui viaggio è comoda, accogliente e completamente mia. Tra me e l’autista la solita incomunicabilità che, dopo i primi convenevoli, si trasforma in un lungo rilassante silenzio. Le parole sarebbero comunque superflue di fronte alla maestosità del paesaggio che scorre attorno. E’ il mese di settembre, un mese importantissimo per l’economia dell’Uzbekistan. La politica di controllo sovietica sulle repubbliche federate si basava sulla stretta interdipendenza delle une dalle altre, soprattutto attraverso la settorializzazione produttiva: per ognuna di esse venivano individuate vaste aree specifiche destinate a monocoltura. La temperatura secca e mite fecero dell’Uzbekistan il luogo ideale per la piantumazione del cotone, talmente ideale da renderlo in grado di soddisfare quasi il 70% del fabbisogno dell’intera URSS. Ovviamente alla produzione non faceva seguito la trasformazione: l’oro bianco veniva trasportato altrove per la lavorazione. Ancora oggi il cotone è vita è morte per questo controverso paese, origine di remunerative esportazioni e di uno dei più grandi disastri ecologici del pianeta: il progressivo essiccamento del lago d’Aral. Il principio dell’impietosa e graduale scomparsa di quello che un tempo era il quarto lago più grande del mondo, a cavallo tra l’Uzbekistan ed il Kazakhstan, ebbe nel 19.. in Breznev il suo massimo artefice. La decisione di incrementarne la produzione prevedeva, da parte dei geniali pianificatori sovietici, la creazione di una rete di canali e sbarramenti lungo il corso dei fiumi Amu Darya e Syr Darya, principali affluenti, per portare l&#8217;acqua nei campi di cotone generando nel corso degli ultimi decenni una diminuzione della superficie del lago del 50%, la perdita del 75% del volume, l’abbassamento del livello di circa 20 m e l’arretramento della costa di quasi 150 km. Desertificazione e inquinamento sono il risultato della folle strategia produttiva Brezneviana, le tonnellate di pesticidi utilizzate all’epoca hanno irrimediabilmente compromesso il suolo, l&#8217;aria e l&#8217;acqua potabile generando un tasso di malattia e mortalità tra i locali tra i più alti del mondo. Lo scellerato utilizzo degli agenti chimici produsse una mistura biancastra e tossica di sale, defolianti e fertilizzanti che ricoprì i campi e rovinò definitivamente la qualità di tutto l’ambiente circostante. Inoltre il previsto incremento della produzione, pari al 20% rispetto al prezzo del raddoppio della quantità d&#8217;acqua prelevata dai fiumi, fu solo una chimera: salinizzazione del suolo e inefficienza del sistema irrigante, fatto di canalizzazioni a cielo aperto, per la maggioranza scavate nel terreno, dava luogo all’evaporazione ed alla dispersione del 50% dell&#8217;acqua recuperata, mentre il Lago si prosciugava, le spiagge si ritiravano, i porti con i pescherecci che un tempo portavano a riva una quantità eccezionale di pesce, restavano a secco. Sulla regione tuttora imperversavano tempeste di sabbia miscelata alle sostanze chimiche un tempo utilizzate: la rovina dell&#8217;ecosistema ha causato inequivocabilmente il cambiamento del clima. Un tempo il lago d’Aral era il termoregolatore di questi luoghi, la sua presenza mitigava l&#8217;effetto dei venti siberiani e delle temperature: una netta diminuzione delle piogge, l’inasprimento delle temperature invernali ed un impressionante aumento di quelle estive. Il grado salino dell’Aral è aumentato di tre volte e delle 25 specie di pesce originarie ne sopravvivono solo due o tre.</p>
<p>Sono allo spartiacque tra la rigogliosità dell’est e l’aridità dell’ovest: un deserto roccioso di vegetazione cespugliosa e pochi villaggi saranno la definitiva costante ambientale fino a Bukkara ed oltre.</p>
<p>Giunto in città incontro Jung Sung, una sud coreana che da più di un anno insegna la propria lingua nell’università cittadina. I suoi corsi sono molto seguiti, soprattutto per motivi occupazionali. L’anomalo rapporto tra Coreani e Uzbeki ha da queste parti le solide basi di una serie di investimenti di tipo industriale. I giovani locali studiano la lingua dei loro “mecenati” con la speranza di sconfiggere in questo modo la storicità disoccupazionale dei propri luoghi. La mia amica coreana è purtroppo in partenza, ma ha il tempo di presentarmi Matlyuba e la sua meravigliosa famiglia. Vivono al confine nord della città, in prossimità del Karvan Bazar, in una casa orgogliosamente costruita con le loro mani. E’ sabato, e la famiglia è al completo. Matly e la sorella maggiore parlano inglese e svolgono il ruolo di pazienti traduttrici alla piacevole conversazione che portiamo avanti noi uomini fino a tardi. Ceniamo a base di Plov con zucca ed io e l’anziano genitore annaffiamo il tutto con abbondanti sorsi di Vodka. Verso sera parte della famiglia si dilegua e Sami, il padre, comincia a raccontarmi l’affascinante storia della sua vita. L’adolescenza sovietica lo impone poco rispettoso dei canoni islamici e per lui il Ramadan non è motivo di digiuno o astinenza dagli alcolici. Deve al mestiere di camionista l’opportunità di aver viaggiato tutti i paesi dell’ex area sovietica ed alla causa comunista i tre lunghissimi anni di servizio militare a Vladivostok, l’estremità più a oriente dell’immensa Russia. Ora è in pensione è vive delle gioie della sua famiglia. Mi racconta dell’orgoglio di due figli laureati e tre bellissimi nipoti, sorridendo di un sorriso bellissimo. E’ Tagiko, come lo era la sua città fino al 1920, ed il suo dialetto è la risultante della confusione territoriale dei suoi luoghi: una mistura di tutti i suoni pronunciati nei secoli da queste parti. E’ un uomo tarchiato, con i capelli grigi e la pelle di colore olivastro. Il viso è lungo e l’energia devastante. Tra 3 giorni sarà il suo settantaduesimo compleanno. Il giorno seguente, dopo una abbondantissima colazione, Matly mi propone un giro per la città. La storia e gli eventi sono stati più clementi con Bukkara: il vecchio centro è isolato dalla città e conserva il fascino eccezionale di quei luoghi ancora in grado di cullare, chi li percorre, con la sinuosità del passato che vive il presente. Le brutture sovietiche, l’invasività tecnologica, la frenesia moderna sono uno sbiadito ricordo percepibile esclusivamente dalla sommità dei minareti. Tutto è di una lentezza inebriante nella perfezione del tessuto storico di quella che probabilmente è la città più bella dell’Asia centrale.</p>
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Khiva  12/09/2008<br />
Nonostante Bukkara sia più o meno baricentrica rispetto a Samarqand ed alla mia prossima destinazione, i collegamenti diretti, per qualche arcano motivo, sono decisamente pessimi e carenti. Paradossalmente per raggiungere la perla dell’Uzbekistan conviene ritornare indietro a Samarqand, per poi ripartire verso ovest. I 1.600 km percorsi risulterebbero comunque più convenienti dei soli 500 che la separano da Bukkara. Una combinazione folle di spostamenti e mezzi priva di senso, come la maggior parte degli eventi di queste quotidianità. L’alternativa più plausibile è un taxi condiviso con altri viaggiatori. Sultan, uno dei fratelli di Matly, si preoccupa di procurarmi un passaggio con un amico tassista posteggiato in prossimità del Bazar Karavan. Ci lavora come venditore di biancheria e mi dice che se non fosse così impegnato avrebbe molto piacere a viaggiare con me. La sua presunta volontà cozza però, irrimediabilmente, con gli estenuanti turni che lo vedono impegnato tutti i giorni della settimana per almeno 12 ore. E’ un ragazzo molto positivo anche se dimostra più degli anni che ha e si meraviglia che io, trentaquattrenne, ancora debba costruirmi una famiglia. Vive in una dependance ricavata nel cortile della casa dei genitori con la bellissima moglie ed una bimba di un anno ed è appassionatissimo di calcio europeo, soprattutto quello inglese. Mi presenta il tassista di turno ed a lui mi raccomanda come se fossi suo fratello di sangue, poi in disparte mi consiglia di pagare i 18 euro contrattati solo giunti a destinazione. Vorrei dirgli che non c’è bisogno di un consiglio del genere, ma il sorriso fraterno e la grande umanità ne fanno un immagine bellissima che mai rovinerei, figurarsi per uno stupido eccesso di egocentrismo. Ci salutiamo con un arrivederci, nell’arco di 36 ora sarò di nuovo da queste parti per il compleanno di Sami. Poi solo l’attesa della partenza vincolata al raggiungimento del numero di viaggiatori.</p>
<p>Il tassista di turno è forse il più criminale automobilista dell’intera Asia centrale. La folle corsa, che in meno di 4 ore e mezzo coprirà i 500 km che separano il principio e la fine di quell’incubo su quattro ruote, non ha alcun riscontro nelle mie passate esperienze. Una media di 110 km/h orari, su strade non in grado di garantire nemmeno la metà della nostra velocità di crociera, è il miracolo da assumere come corollario indimostrabile, perché scientificamente privo di fondamenti. L’unica donna presente è seduta avanti, lato passeggero, e tenta un paio di volte il dialogo, incuriosita dalla mia presenza. Sdentata e con un coloratissimo foulard, a coprirle il capo, è cosciente dell’impossibilità della comunicazione, ma insiste indomita ed inconcludente. Ai miei fianchi due accaniti fumatori di pelle olivastra per etnia e tabagismo, completamente disinteressati all’intento relazionale della loro connazionale. Alla guida l’autista determinatissimo a demolire il suo precedente record di percorrenza su quella strada infernale. L’incredibile bellezza del paesaggio desertico, mutabilmente roccioso e sabbioso, bilancia la sfortunata missione sorprendendomi con attimi di incredibile serenità, nonostante le evidenti avversità del caso. All’orizzonte sporadiche mandrie di cammelli proiettano i miei sensi lontano da quel interminabile tormento di lamiera e dissennatezza fatto di sorpassi, al limite del frontale, su strade qualitativamente inferiori a semplici sterrati di montagna. Il risultato finale: un paio di multe e il mancato impegno dell’autista che mi lascia ad Urghench, una decina di chilometri dalla mia destinazione finale. Non mi arrabbio, la libertà riconquistata ha un valore enorme rispetto al difetto dei 10 km preventivati. Decurto comunque il compenso al pilota, nonostante le sue insistenze, più per antipatia che per una reale esigenza. E’ il mio personale vaffanculo alle pessime vibrazioni di quell’interminabile sequenza di inconsistente scaltrezza. Poi un altro taxi condiviso mi condurrà finalmente in meno di un quarto d’ora alle porte di quella che è oggettivamente una meraviglia di indescrivibile bellezza.</p>
<p>Khiva, serenamente racchiusa tra le sue bellissime mura di paglia e fango, è stato il primo sito Uzbeko ad essere inserito nel Patrimonio Mondiale dell’Unesco. La legenda narra che fu fondata da Sem, uno dei figli di Noè, anche se le prime notizie della città, descritta come piccola fortezza e centro commerciale sulla Via della Seta, si hanno a partire dal VIII secolo. Nota come importante mercato degli schiavi, fu distrutta nel 1740 dai Persiani di Nadir Shah e poi ricostruita fino a perdere, verso la fine dell’ottocento, la propria autonomia di khanato per divenire feudo dello zar di Russia e successivamente, nel 1924, ufficialmente parte del territorio Uzbeko. Entrare nell’Ichon-Qala e perdersi tra le strette stradine acciottolate, dove il tempo pare realmente essersi fermato, è il premio per quanto sopportato nella prima parte della giornata. L’ingresso dalla porta nord è salutato dalla presenza del tozzo minareto di Kalta Minor, uno degli emblemi della città. Il luminoso turchese delle piastrelle lo evidenzia come sfondo di tutte le prospettive, elegendolo al ruolo indiscusso di punto di riferimento. Cerco ancora una sistemazione, ma passeggiare all’interno di un sogno è un esperienza che rende impalpabile la materia ed i suoi contorni. Madrasse, minareti e bazar sono ad ogni angolo, pronti ad accogliere nell’onirica bellezza dei loro tetti cassettonati, dei panorami mozzafiato, dei colori di spezie e tappeti. Incontro una coppia di australiani conosciuti a Tashkent in occasione della partita di calcio. Mi consigliano una pensioncina a gestione familiare nei pressi della Moschea Juma, poi insieme andiamo al Palazzo di Tash-Khavli per salire sulla terrazza e godere del tramonto. Una decina di bellissime ballerine, vestite dei colorati costumi locali, sono al lavoro insieme ad un paio di coreografi ed un cameraman, alla realizzazione della parte danzata di un video musicale. La location per panoramicità e luce non ha eguali; miracolosamente assistiamo all’infuocarsi del cielo accompagnati dalla’ancheggiare sinuoso delle danzatrici e cullati dalla dolce melodia della loro musica. Il tono terroso dei ciclopici bastioni, che racchiudono e proteggono la città, brucia di rosso fuoco catturando i mille riflessi blu e verdi di minareti e madrasse fino ad esplodere in un delirante, bellissimo nirvana. E’ il culmine di una esperienza indimenticabile, l’apice di un viaggio di crescita ed emozioni: il mio tempo ai confini del mondo è scaduto nel eccezionalità di un evento di misticismo assoluto, stampato indelebilmente come nuova ricchezza degli occhi e del cuore.</p>
<p>In compagnia degli australiani ceno nella spartana locanda della pensione dove alloggio; con noi un ragazzo statunitense che ha viaggiato l’Iran per diversi mesi. La visione molto acuta di quello che ha vissuto è estremamente interessante. Ha verificato l’enorme distacco esistente tra le istituzioni politico-religiose e le nuove generazioni, l’abissale differenza di stile e vita tra le grandi città e le provincie più rurali. “Sono partito per questi luoghi semplicemente perché stanco di farmi dare una opinione. Ho un cervello come tutti i miei 600.000.000 di connazionali ed ho intenzione di sfruttarlo!“. E’ il gustosissimo preludio ad un buon viaggiatore, centrasiaticamente accompagnato dal colore di una serie di profumatissime portate a base di cetrioli, pomodori, olive, melanzane e cipolla cruda che il simpatico ristoratore ci serve acrobaticamente. La magia notturna di Khiva accompagna e idealizza il percorso di storie e viaggi che si libera dai nostri cuori, ma il mio turno è un attimo, è un breve resoconto di giorni e confini. Stanco, triste ed inappetente, sono all’epilogo di tutto ed ho voglia di passeggiare, di rimettere in ordine le idee, di condividere la solitudine di questa splendida notte scenografata da milioni di stelle. Mi congedo anticipatamente, la serenità notturna dei vicoli di Khiva è la benzina cui necessito per riflessioni antiche e recenti. Ho nostalgia di casa e affetti, del profumo di mare della mia città, ma vorrei che il mio incedere tra gli stretti vicoli di questo immenso mondo non finisse mai. Chatwin disse che “la vera casa dell’uomo è la strada e la vita stessa è un viaggio da fare a piedi”, lo disse perché era un irrequieto, lo disse perché era consapevole che la parola oltre ha il limite nel lessico e non nei sogni. Vorrei tornare indietro, rivivere tutto dal principio, riviverlo meglio, più intensamente. Vorrei cogliere istanti e sfumature vigliaccamente non percepiti, avvinghiarmi alle mille emozioni meschinamente rifiutate, stringere con passione i protagonisti indiscussi di questa miracolosa porzione di mondo per non perderli nuovamente, per non perderli mai più. In lontananza dei passi squarciano il silenzio fiabesco che riempie tutti i vuoti, un anziano in caftan vestito dei colori dell’islam condivide per qualche attimo le mie movenze, fino all’incrocio successivo. Sono in prossimità delle scale di accesso alle mura, nel punto in cui, più di un secolo e mezzo fa, i russi le squarciarono appropiandosene per sempre. Mi sfiora l’idea di ripercorrerle per un ultima volta, di affrontarne il periplo nel conforto della notte, di aprirmi definitivamente al mondo protetto dall’imponenza dei bastioni. Mi illudo che l’instabilità di quest’ultimo movimento concretizzi la speranza di un sonno tranquillo. Troppo intenso quello che sento, ingombrante come un macigno che occlude impietosamente i corridoi dell’anima. Rinuncio! Cedo alla forza di tutto questo, me ne lascio travolgere finanche nell’orizzontalità del mio inquieto riposo, sudando dell’afa e dell’amaro sapore della fine di qualcosa di stupendamente indescrivibile.</p>
<p>Il giorno dopo sono nuovamente ad Urghench, pronto a percorrere, nel senso inverso, la strada che mi ha portato fin qui. Il sole è quello alto di mezzodì ed il caos di asfalto e vita gremisce di rumorosi tassisti che offrono le proprie prestazioni a chiunque, pare, abbia necessità. In lontananza riconosco l’invasato del giorno prima. Mi saluta. Nel timore di incappare in una sua nuova performance scelgo, senza la necessaria trattativa, l’autista più prossimo, un uomo in camicia bianca con enormi baffi e un apparenza normale. La mia auto candidatura completa il numero dei passibili pretendenti: sono il quarto cliente in ordine di numero e tempo e la partenza è pressoché immediata. La via di un ritorno è sempre compromessa da soggettività umorali che prescindono dal circostante. Tempo e spazio si trasformano in inutili coordinate, prive di un reale valore scientifico. Tra i passeggeri una ragazza sudcoreana di invisibile consistenza. La nottata insonne fende di netto qualsiasi capacità relazionale e viaggiamo affiancati in un indolente silenzio. Ricordo il paesaggio, i posti di blocco, i miseri villaggi. Ripercorro lentamente i centimetri di terra e fango respirati nell’asprezza dell’ennesima giornata uzbeka. Samil e famiglia mi aspettano per cena, sorridenti, sui bei tappeti che per le occasioni rivestono il cortile. Ciò mi rallegra, ho bisogno di un contatto forte che sputi lontano l’inedia malinconica che è il ritorno.</p>
<p>20<br />
Bukkara  13/09/2008<br />
Al Bazar Karavan compro un vodka per Sami. Lascio intendere al proprietario del polveroso negozio l’importanza della persona cui è diretto il pensiero. Da commerciante incallito mi propone una serie di possibilità, tutte prelevate dallo scaffale più alto tra quelli posti alle sue spalle, in prossimità del bancone di vendita. Me ne indica marca, gradazione alcolica, colore. Potrebbe vendermi l’invendibile, brancolo nella incomprensibilità delle sue osservazioni, poi decido di procedere secondo il più banale dei criteri: quello economico. Chiudo l’affare per una bottiglia di prezzo medio e mi incammino verso casa. Nell’androne Munira, moglie di Sami, mi vede e, sorridendo, mi incita a raggiungerli. Io sono in ritardo e loro sono dove li immaginavo, serenamente distesi alla maniera uzbeka, festanti e pronti a consumare il pasto che celebra l’origine della loro origine. Ho come al solito il posto d’onore, quello sacro dell’ospite. Siamo in sedici, riuniti circolarmente intorno ad una infinita varietà di cibo fumante. Sami esegue il rituale del pane, definendo le ruote in irregolari trapezi da distribuire uniformemente ai familiari. Sono alla sua sinistra, gli porgo la vodka. Il mio gesto lo sorprende, da queste parti l’ospite riceve solamente. “Razdjenija… Razdjenija” biascico nel mio improbabile russo. Capisce il mio intento, lo accetta perché lo comprende come omaggio al suo giorno, perché sa che non è un disobbligo occidentale. Mangio e sorrido, la quiete del tramonto mi rinvigorisce di appetito e buon umore. Ingollo vodka con Sami. Sultan e Bahodir, il figlio maggiore, non onorano: la religiosità, che esclude il padre, inebria i figli di regole da rispettare, ed io rispetto loro perché comunque forti di una fede. Quando la famiglia si congeda, verso le undici di sera, restiamo io e Sami, entrambi alticci di vodka, a guardare la porzione di cielo incorniciata dalle mura del cortile. Il ritmo del suo respiro scandisce, come un metronomo, il giungere del giorno seguente fino al momento in cui il sonno lo rallenta, musicandolo. Munira conosce le abitudini dell’anziano marito e dolcemente lo recupera tra i vigili per poi accompagnarlo al suo ordinario giaciglio. Io, invece, mi lascio cullare dalla coperta di stelle che questa notte riscalda l’intero Uzbekistan. Mi addormento di un sogno tranquillo, l’irrequietudine della notte precedente è una fotografia sbiadita nell’affetto di una serata vissuta con persone di bellissima sincerità. Ringrazio il cielo, unico testimone di pace ritrovata; cerco di penetrarlo, di somatizzarne l’essenza, di succhiarne l’oscura lucentezza felicemente illuso che migliaia di chilometri di terra o anni luce di galassie daranno sempre la possibilità, a chiunque, di trovare un sorriso amico.</p>
<p>Matly mi sveglia delicatamente, sono le cinque del mattino ed in meno di un ora devo essere alla stazione. La notte all’aperto ha trasformato la mia voce, sorride al sentirla così roca. Munira, anch’essa sveglia, osserva dalla finestra della cucina: il the bollente che mi porge è il giusto antidoto all’overdose di umidità notturna. Ne bevo avidamente godendo e soffrendo del calore che infuoca le viscere. La mia amica osserva divertita e paziente l‘involontaria commedia, poi si offre di accompagnarmi fino alla stazione e a nulla valgono tutte le insistenze: il vecchio caro Sami ha già deciso. Mi congedo dalla madre con un semplice inchino, vorrei abbracciarla per quanto è capace di dare, per la sua spassionata generosità, ma sarebbe sconveniente, irrispettoso. Cantilenare meccanicamente “spasiba”, cercando di non apparire banale, è l’unica possibilità concessa alla sincerità della mia riconoscenza, ma è davvero poco per quanto mi riguarda, per quanto ricevuto. Usciamo di casa che la notte è ancora padrona, un lievissimo rossore d’alba, verso est, compare timido e flessuoso dietro una fitta coltre di alberi. Camminiamo in quella direzione, l’andatura assonnata dei passi è il giusto indice che definisce la flebile volontà di abbandonare il sonno. Poi l’inconfondibile rumore di gomma sullo sterrato risveglia dal torpore: è un taxi, di quelli ufficiali. Matly conosce l’autista e mi propone come cliente. Chiudiamo per 10.000 Sum, o almeno mi illudo. L’unica certezza di questi luoghi è l’incertezza. Dopo averla persuasa che Sami mai avrebbe saputo dell’ammutinamento, saluto la mia amica nello stesso modo formale che è toccato alla madre. E’ triste reprimere ancora una volta l’istinto a favore del rispetto delle regole e delle consuetudini, ma valori e cultura hanno differenze geografiche indiscutibili, nonostante affetto e riconoscenza si illudano di demolirli. Entro in macchina, in pochi istanti il moto relativo dell’autovettura formula l’equazione che nega l’immobilità circostante, trasformandone l’essenza nella splendida scenografia dei 30 minuti che portano alla stazione. Il sole a est, sempre più impetuoso, scalcia le tenebre in fondo al mondo ed il miracolo della vita rinasce lentamente per strada e nei mercati della città. Lascio alle mie spalle l’ultimo baluardo di vero Uzbekistan, quello dell’orgoglio rurale e tradizionale, dove la famiglia é ancora un piccolo indistruttibile segreto da rispettare. Il taxi procede alla giusta velocità, ma il conducente mischia furbescamente le carte in tavola. Cerca di convincermi che la somma pattuita era per persona a vettura piena, per cui gli sarei debitore di ben 40.000 Sum. Incredibile la capacità umana di superare tutte le barriere linguistiche in talune occasioni. Ne intuisco il gioco fingendomi persuaso, poi a fine corsa aggiungo 2000 Sum alla cifra pattuita, abbandonando l’uomo e la sua delusa espressione nel largo piazzale antistante la stazione. Ho un biglietto di prima classe, ancora una volta unica possibilità disponibile per gli affollatissimi treni centrasiatici. La categoria di viaggio privilegiata prevede una serie di comfort quali sedili comodi, servizio bar e proiezione di film in lingua russa a volume assordante. L’intero vagone è invaso da un gruppo di ferrovieri in movimento verso la capitale, tutti vestiti d’uniforme. Il protagonismo indiscusso dell’omogeneità cromatica del celeste delle loro divise è, però, squarciato da un insolita presenza femminile: capelli biondi, canottiera e tatuaggio sono gli antipodi di qualsiasi percezione e calamitano inevitabili attenzioni. Ne incrocio lo sguardo, poi la perdo in un attimo. Proseguo da solo le ore di treno, distratto dai colori del catodo e dalla vitalità cameratesca della maggioranza dei presenti; apatico giungo in capitale, conosco Taskent e non ho voglia di riviverla. Alex non è in città e ho bisogno di un posto in cui dormire un paio di notti. Ricevere informazioni è impossibile e i tassisti mi porterebbero solo in 5 stelle. Rivedo la ragazza del treno, ha una guida ed ho anche voglia di parlarle. Mi ci avvicino in inglese e ne resto sorpreso in italiano. Milioni di parole mai nate vedono la luce in un istante trinciando le catene di una solitudine durata fin troppo. La invado di fatti e sensazioni e ricevo dei bellissimi sorrisi. Si chiama Erica, è di Milano e viaggia da sola. E’ diretta al dormitorio della stazione, economicissimo e piuttosto decente, e mi propone di seguirla. Il check-in dura attimi interminabili, i donnoni biondi addetti alla ricezione viaggiano il tempo di 50 anni e, lente ed incapaci, determinano le ragioni del mio sorriso, catapultandomi in un epoca che avrei voluto vivere per comprenderla. Terminata l’epica registrazione è il momento delle camere rigorosamente distribuite secondo una rigida classificazione sessuale. Mio unico compagno di stanza un anziano uzbeko che soffrirà tutta la notte della lontananza della moglie, sistemata aldilà del tramezzo nel dormitorio femminile. Usciamo a cenare argomentando di viaggi ed esperienze. Erica è un fiume in piena di India e sud America, un assaggio del possesso di storie godute che vorrei fossero mie. Chiunque sia stato dove io non ho ancora potuto è un elemento da sezionare, una obbiettivo da raggiungere e superare nell’istante di un sogno o nell’eternità di una difficile possibilità. Io sono leggermente in disparte, non racconto con facilità di ogni mio viaggio, altrimenti non ne scriverei. Smaltiamo l’eccessiva dose di proteine animali, passeggiando per la capitale fino alla Piazza del Governo. L’intervento di una guardia ci dissuade dall’accomodarci sui gradini di uno dei numerosi altari capaci di condensare, in stile sovietico, il significato celebrativo di qualsiasi evento. Il rispetto dell’orgoglio Uzbeko, imprescindibile da qualsiasi atto umano, è la rigida regola che sottomette il popolo a chi li governa indiscusso da vent’anni. La metropolitana vuota ci riporta al dormitorio, la fermata della stazione è un inquietante sottopassaggio insufficientemente illuminato fetido di piscio ed ingombrato di macerie; ricorda un ricovero antibombe per dimensioni e claustrofobia. La luce dei lampioni, oltre le scale, ci riporta all’equilibrata schematicità dei giardini e delle nuove monumentali architetture. Un impattante rientro all’ordine apparente di un sistema prepotentemente costituito di immagine e bugie. Il dormitorio è chiuso, l’attesa dell’assonnata matrona di turno è l’ultimo ostacolo alla scomoda nottata che attende alle ultime 24 ore del mio centrasia.</p>
<p>Il rumorosissimo viavai notturno e l’atroce tosse catarrosa dell’anziano compagno di stanza mi convincono che l’ultima nottata in terra Uzbeka sia il caso di trascorrerla in una sistemazione che abbia il minimo degli standard cui necessito: una doccia ed un po’ di silenzio. Erica è dello stesso parere e, dopo molteplici tentativi, troviamo una sistemazione matrimoniale in un alberghetto a circa mezzora a piedi dalla stazione. Il solito passaggio di fortuna, alla maniera locale, è la soluzione ideale per le nostre esigenze. I traghettatori del caso sono una coppia dalle pretese economiche modeste e dalla capacità orientativa pressoché nulla. Incalcolabili tentativi di raggiungere l’hotel si risolvono sempre in un comicissimo nulla di fatto ed io sorrido dei loro litigi e della loro genuinità. Il marito, al volante della solita disastrata Trabant, si rivolge più volte verso di noi, ruotando il busto di un completo angolo piatto e mortificandosi con una serie infinita di “spasiba” della sua incapacità a raggiungere il luogo prefisso. L’andata ed il ritorno della goffa torsione hanno la pausa intermedia ai primi 90° in corrispondenza della moglie, sedutagli di lato e considerata dall’uomo la principale responsabile dell’imbarazzante fallimento. Solo con l’aiuto delle indicazioni di un paziente passante arriviamo all’albergo. Salutiamo la coppia raddoppiandone l’ingaggio per simpatia e coscienza, poi ancora la lunghissima prassi del check-in e la stanza. Erica ha in programma nei prossimi giorni un giro tra le montagne al confine col Kirghizistan e ha poco tempo per organizzarsi; io resto in camera ha recuperare il sonno perso la notte precedente. La comodità della nuova sistemazione, oro per le mie stanche membra, mi catapulta in un sonno profondo che durerà quasi 6 ore, fino a pomeriggio inoltrato. Al risveglio sono ancora solo in camera e sento una impellente esigenza di passeggiare. In pochi attimi sono per strada senza meta e con poca voglia di interessarmi a qualsiasi cosa che non sia il disorientato incedere dei miei passi e dei miei pensieri. Cammino per Tashkent vecchia, per il parco di ……………, per gli interminabili assi stradali che anonimamente collegano tutte le direttrici di questa enorme città. Ho finalmente fame, l’instabilità del movimento spesso da luogo ad una inappetenza capace di incubare per ore nel mio organismo fino ad esplodere fragorosamente, all’improvviso. Un enorme nuvola di fumo al profumo di carne arrostita si incunea nei miei sensi risvegliando il più umano degli istinti. Ha origine dietro una insospettabile cortina di edifici bassi e si trasforma in un attimo nella più immediata priorità. Sono a pochi passi dell’albergo, sulla insipida Via ………………, e nulla intorno lascerebbe presupporre quello che mi si rivela una volta attraversato lo stretto passaggio che segue le orme della colonna di fumo e odori. Un caotico cortile di rumori e affari si espande tridimensionalmente con la forza della sua vitalità; famiglie, coppie o sparuti gruppetti di amici si affannano giovialmente nell’estasi delle accattivanti portate cucinate dai numerosi chioschetti che circondano il perimetro della corte. Il principio mi disorienta, tanto il colore e la gioia che per un attimo perdo la certezza delle mie ultime volontà. Individuo un tavolo libero e, senza esitazioni, me ne approprio. Una matura cameriera dall’aria materna ed il viso del suo paese mi raggiunge per servirmi. Ovviamente non riusciamo a comunicare, almeno verbalmente, ma gesti e gestualità ancora una volta bypassano il muro delle parole ed in pochi attimi sono al mio cospetto le più saporite specialità locali. Assaporo avidamente la carne di montone e cavallo, abilmente speziata ed arrostita, accompagnata da riso e insalata di cetrioli e pomodori, ed allo stesso tempo riesco a concentrarmi sulla bellissima varietà del circostante. In pace dall’ultima apatia, leggo in tutto quello che mi vive attorno un interessante spunto di osservazione, un inesauribile fonte di informazioni, l’estrema possibilità di conoscenza: alla mia destra due fidanzatini, lei quasi bambina, intrecciano morbosamente le loro dita, completamente disinteressati al cibo, sull’incerata a scacchi che ricopre il tavolo,; più in la il piccolo gioiello di una giovane famiglia, sporco di moccolo e con due occhi grandi come il mondo, fa correre e saltare un cavalluccio di legno ai piedi del tavolo dei genitori; di fronte una mezza dozzina di amici, piuttosto alticci, celebra la probabilità di un evento nella goliardia di una grande abbuffata di cibo e birra. Sto bene, sento la passione, sento amore, amicizia. Sono i sentimenti che rendono unico l’uomo, sono il bene che accomuna il fratello uzbeko a quello mongolo, tagiko, caucasico, asiatico, africano, nonostante da secoli vogliano convincerci del contrario. Un giorno, che sia domani o fra 10 anni, ripenserò alla magia di questa ultima notte e sorriderò dell’idea di avere assistito alla verità del mondo intero. Quando rientro in albergo ho con me un paio di birre, Erica è ancora sveglia e chiacchieriamo su quanto accaduto in giornata. Per entrambi la sveglia suonerà molto presto: io alle cinque devo essere all’aeroporto, lei un ora dopo all’appuntamento per la montagna. La mezzanotte è lo spartiacque che segna l’ennesima fine, ma non principia il mio sonno. Non riesco a dormire, milioni di pensieri affollano la mente: la fine del viaggio, il rientro alla routine, la presenza di lei a pochi centimetri da me. Dormo solo da almeno due mesi, dal giorno della mia partenza, e lei è lì bella e sensuale. L’istinto ingigantisce la tentazione, la ractio fortunatamente la domina. Non è una questione di sesso, è qualcosa che va oltre. Voglio che questo viaggio termini nella maniera in cui è iniziato, voglio che sia spirituale fino alla conclusione. La curiosità di viaggiare queste terre era l’imput per qualcosa di molto più complesso: la voglia di scavarmi dentro per realizzare quanto il cancro della stanzialità avesse infettato o, addirittura, distrutto la componente nomade che, come tutti, mi porto dentro. La guardo ancora, sento il suo respiro dolciastro, le sfioro i capelli, le dita della mano. Nella mia vita il sesso ha sempre rivestito un ruolo fondamentale, ha sempre garantito la solidità psicologica delle mie azioni. Negli ultimi due mesi è stato una semplice componente fisica, difficile da gestire, ma comunque gestibile. Quando ritornerò alla vita normale, quella del lavoro, delle responsabilità, del cane mangia cane, ritornerà ad essere una fonte di equilibrio piacevole e irrinunciabile. Farò l’amore appena metterò piede in Italia e so con chi. Con chi è stata una bellissima idea nei momenti più bui, quelli di maggior sconforto, quelli della solitudine più dura. Adesso ne ho voglia, ma è una battaglia tra cervello e corpo. L’uno potrebbe trionfare sull’altro o viceversa, sarò io a decidere. La carezzo il volto ad un centimetro dalla pelle catturandone nel palmo della mano la bellezza vibrante. La assorbo per l’ultima volta riempiendo i polmoni di lei e della sua femminilità. E’ il momento. Traslo sul fianco sinistro il verso del mio sonno, dandole definitivamente le spalle. Ho una effettiva difficoltà a riportare il ritmo del mio respiro allo standard regolare, sento desiderio. Chiudo gli occhi e penso ad altro, poi finalmente mi addormento. Orfeo glorioso consacra la notte in cui ho vinto, la notte che segna il trionfo degli ultimi due mesi della mia vita e di quello che grazie a loro ho sperato di diventare.</p>
<p>21<br />
Epilogo  15/09/2008<br />
Sono ancora intontito dalle poche ore di sonno e dall’inquietudine notturna quando entro nel taxi prenotato la sera prima dalla asimmetrica e gentile receptionist dell’albergo. Una ventina di minuti è l’intervallo temporale necessario per raggiungere l’aeroporto, fino a quando un edificio, moderno ed imponente, si staglia nel nulla dell’orizzonte, nonostante sia ancora l’oscurità della notte a dettare il ritmo del tempo. Il vetro delle facciate, giustamente inclinato per incomprensibili volontà progettuali, rivela l’invasione di anime e motori nello sconfinato piazzale che lo anticipa. La mia aria da partente non scoraggia gli indomiti tassisti locali che, inutilmente, insistono nell’offrirmi un transito verso la città. Li evito indifferente. Il sonno ed il cattivo umore sono un arma tagliente ed affilata che ne scoraggia all’istante qualsiasi iniziativa. Malgrado ciò mi costringo, privo di voglia, a zigzagare tra l’inferno delle disastrate autovetture, parcheggiate senza il minimo criterio, per raggiungere il varco delle partenze. Una volta all’interno, una enorme scala in marmo ed acciaio mi proietta verso ciò che odio di più: il monosillabico ronzio dei neon che illuminano le hall globalizzate degli aeroporti di tutto il pianeta. L’intorno è confuso, caotico, estremamente brutto, ma con ogni probabilità è la conseguenza del riflesso di uno stato d’animo in grado di appannare anche la più limpida realtà. Il check-in è un attimo, il controllo dei documenti è, invece, un lunghissimo snervante secolo. La polizia di dogana è la causa della lentezza di tutte le operazioni e la loro arbitrarietà decisionale l’ultimo ostacolo da affrontare. L’agente di turno, minuto al punto da ridicolizzare la divisa che indossa, dopo aver controllato certosinamente visto e passaporto, mi chiede, come da protocollo, le ricevute dei cambi e le registrazioni di tutti i pernottamenti. Sono consapevolmente in difetto, ma ho un piano: gli aeroporti hanno esigenze ben diverse dalle frontiere di terra ed io ne approfitto. L’infinita serie di documenti confonde il piccolo doganiere, lo spazientisce cinicamente. Alterno, sicuro ed imbranato, le registrazioni, di cui sono in effettivo possesso, con ricevute di ristoranti o di cambio, semplici appunti, scontrini di negozi ed altra entropia all’uopo accumulata. Delego l’operazione all’infinito, manca l’ipotesi alternative alternativa. Il tempo scorre ed, alle mie spalle, altri viaggiatori cominciano a spazientirsi. Gli aerei non aspettano, questa è la mia forza, l’unico appiglio in cui posso sperare. Sono due i possibili scenari: il doganiere mi lascia andare; il doganiere mi trattiene. Con il suo titubante inglese e sotto la pressione di chi è dopo di me, lascia intendere che va bene così. Lo ringrazio con il sorriso di chi ha conquistato meritatamente una vittoria, con l’entusiasmo di chi sa che la buona sorte è stata dalla sua parte. Recupero tutte le mie cose ed entro nella zona partenze. E’ una realtà completamente diversa, al sapore d’occidente e di ciò che l’abitudine violentemente insinua. Cento e più viaggiatori attendono il loro volo, con la tranquillità di chi ne conosce il gusto dell’attesa. Un bar al centro dell’asettica sala, rivestito di legno chiaro e pannelli colorati blu e arancio, serve senza soluzione di continuità caffè e brioche. E’ un impatto drammatico, irruento. Sono di nuovo a casa senza nemmeno aver volato. Mi solleva l’idea della rinuncia a questo per un lungo lasso temporale, la consapevolezza di esserne stato consapevole sin dal principio, o forse addirittura da sempre. Gli ultimi Sum rimasti valgono una spartana colazione condivisa con alcuni ungheresi di ritorno dalle montagne del Kirghizistan. Raccontano estasiati di natura e gente bellissima. Penso ad Erica, sarà così per lei in poche ore. Solo il tempo del caffè, la meccanica voce degli altoparlanti sollecita all’imbarco. Branchi di ovini mansueti eseguono l’ordine, incanalati mestamente verso la supposta di lamiera e reattori che allude al volo degli uccelli. Tutto è banale, anche la migliore invenzione dell’uomo, l’ardire che ha sublimato il sogno di un eternità. Sittale negatività è sorprendente, totalmente inusuale. Ne utopizzo la liberazione, odio il fetore di brutto e sporco, il dominio del becero delle sensazioni. In aereo al mio fianco una delle ungheresi, pungolo perfetto per lasciare alle spalle la merda che fermenta dentro. Parlo del viaggio. Sorride di aneddoti e disavventure, ne valuto anche io l’effettiva comicità. Mi trasformo, come mai prima d’ora, nell’inesauribile narratore indifferente alla reale possibilità di annoiare. Forse non accade, o comunque non importa. E’ l’inevitabile reazione alla inconsistente serenità degli ultimi silenzi, viziati in forma e sostanza dell’ansia della fine. Mi saluta con un bacio sulla guancia: un onda d’urto che fortifica e illude l’ultimo vissuto, forse davvero non banale. Il sapore della terra respirata ha senso se raccontato con la passione che ho voglia di trasmettere. Aprirmi ad un amico, avrebbe inevitabilmente creato presupposti che proteggono gelosamente l’aspetto emozionale degli eventi, bruciando in un istante la bellezza del tutto. L’estraneità della compagna di viaggio è la giustezza che stimola ad approfondire la chimera del racconto e del raccontare, costruito sulle componenti di una emozione grandissima. Scriverò del magnifico viaggio, dell’incredibile avventura, dell’esperienza di crescita vissuta fino in fondo, li nei luoghi dove nessuno sogna di andare e che io ho sognato. Si ho deciso che ne scriverò! Anzi è quello che ho appena fatto!</p>
<p>22<br />
Il lungo sorriso<br />
Alto è il sogno<br />
onirica impellenza<br />
di esistenze che bramano<br />
moti perpetui<br />
incongruamente vincolate<br />
a schemi cui non appartengono</p>
<p>Largo è il percorso<br />
geografica esigenza<br />
di vento e sabbia<br />
gioia e sudore<br />
caparbiamente perseguiti<br />
attraverso sconfinati orizzonti</p>
<p>Lungo è il sorriso<br />
terza dimensione<br />
di uomini e vita<br />
profondo solco del pianeta<br />
di molteplici direttrici<br />
ed incomparabili emozioni</p>
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		<title>Guide Line</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 12:41:50 +0000</pubDate>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 17:56:28 +0000</pubDate>
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		<title>Townhouse</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 08:56:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object style="width:600px;height:471px" ><param name="movie" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml&amp;showFlipBtn=true&amp;documentId=100430083150-e144ffbca95c425085a9248266df1d55&amp;docName=townhousegallery&amp;username=turgan&amp;loadingInfoText=Devrim%20kadirbeyoglu&amp;et=1272621275739&amp;er=21" /><param name="allowfullscreen" value="true"/><param name="menu" value="false"/><embed src="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" menu="false" style="width:600px;height:471px" flashvars="mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml&amp;showFlipBtn=true&amp;documentId=100430083150-e144ffbca95c425085a9248266df1d55&amp;docName=townhousegallery&amp;username=turgan&amp;loadingInfoText=Devrim%20kadirbeyoglu&amp;et=1272621275739&amp;er=21" /></object></p>
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		<title>Twice A Stranger (2010)</title>
		<link>http://devrimkadirbeyoglu.com/twice-a-stranger-2010</link>
		<comments>http://devrimkadirbeyoglu.com/twice-a-stranger-2010#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 07:12:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Curatorial]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Artists:<a title="Kader Attia" href="http://www.twiceastranger.org/kader-attia"> Kader Attia</a><a title="Jan Christensen" href="http://www.twiceastranger.org/jan-christensen">, Jan Christensen, </a><a title="Nilbar Güreş" href="http://www.twiceastranger.org/nilbar-gures">Nilbar Güreş</a><a title="Devrim Kadirbeyoğlu" href="http://www.twiceastranger.org/devrim-kadirbeyoglu">, Devrim Kadirbeyoğlu</a><a title="Katja Loher" href="http://www.twiceastranger.org/katja-loher">, Katja Loher</a><a title="Rocio Rodriguez Salceda" href="http://www.twiceastranger.org/rocio-rodriguez-salceda">, Rocio Rodriguez Salceda, </a><a title="Tunç Topçuoğlu" href="http://www.twiceastranger.org/tunc-topcuoglu">Tunç Topçuoğlu</a><a title="Gabriela Vainsencher" href="http://www.twiceastranger.org/gabriela-vainsencher">, Gabriela Vainsencher</a><a title="Alex Waldman" href="http://www.twiceastranger.org/alex-waldman">, Alex Waldman, </a><a title="Theodoros Zafeiropoulos" href="http://www.twiceastranger.org/theodoros-zafeiropoulos">Theodoros Zafeiropoulos</a></p>
<p>Coordinator: Devrim Kadirbeyoğlu</p>
<p>There are 10 of us and we are all living in countries other than the ones we were&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Artists:<a title="Kader Attia" href="http://www.twiceastranger.org/kader-attia"> Kader Attia</a><a title="Jan Christensen" href="http://www.twiceastranger.org/jan-christensen">, Jan Christensen, </a><a title="Nilbar Güreş" href="http://www.twiceastranger.org/nilbar-gures">Nilbar Güreş</a><a title="Devrim Kadirbeyoğlu" href="http://www.twiceastranger.org/devrim-kadirbeyoglu">, Devrim Kadirbeyoğlu</a><a title="Katja Loher" href="http://www.twiceastranger.org/katja-loher">, Katja Loher</a><a title="Rocio Rodriguez Salceda" href="http://www.twiceastranger.org/rocio-rodriguez-salceda">, Rocio Rodriguez Salceda, </a><a title="Tunç Topçuoğlu" href="http://www.twiceastranger.org/tunc-topcuoglu">Tunç Topçuoğlu</a><a title="Gabriela Vainsencher" href="http://www.twiceastranger.org/gabriela-vainsencher">, Gabriela Vainsencher</a><a title="Alex Waldman" href="http://www.twiceastranger.org/alex-waldman">, Alex Waldman, </a><a title="Theodoros Zafeiropoulos" href="http://www.twiceastranger.org/theodoros-zafeiropoulos">Theodoros Zafeiropoulos</a></p>
<p>Coordinator: Devrim Kadirbeyoğlu</p>
<p>There are 10 of us and we are all living in countries other than the ones we were born in. We wish to explore the theme of “The Other”, a subject pertinent to each of our identities.</p>
<p><!-- #secondary .sidebar --><em>Twice A Stranger</em> aims to shed a light on the ongoing global phenomena of mass immigration.</p>
<p><em>Twice A Stranger</em> aims to recognize, celebrate and affirm different cultural identities and values within our society in order to promote co-existence between equal individuals.</p>
<p>I would like to arrange a month long residency for all 10 artists to create new work to be exhibited in Istanbul - Turkey. There are possibilities for the exhibition to travel as well but first we need to find funding !!!</p>
<p>You may check our website at <a href="http://twiceastranger.org"><em><strong>http://twiceastranger.org</strong></em></a></p>
<p>The name <em>Twice A Stranger</em> is from a poem written by Professor Ayşe Lahur Kırtunç. Below is the Turkish version of this poem.</p>
<p><strong><em>İki Kere Yabancı</em></strong></p>
<p><strong><em>Ge</em></strong><strong>ç</strong><strong><em> kaldık anıları kaybetmeye<br />
o ilk malzeme yitti gitti<br />
ilk mübadiller göt</em></strong><strong><em>ü</em></strong><strong><em>rd</em></strong><strong><em>ü</em></strong><strong><em>ler anılarını<br />
oysa onlar hemen kaydedilmeliydi<br />
</em></strong><strong><em>ü</em></strong><strong><em>zerinden seksen yıl ge</em></strong><strong>ç</strong><strong><em>tikten sonra<br />
ani savaşları<br />
her t</em></strong><strong><em>ü</em></strong><strong><em>rl</em></strong><strong><em>ü</em></strong><strong><em> manipulasyona a</em></strong><strong>ç<em><strong>ı</strong></em></strong><strong><em>k<br />
M</em></strong><strong><em>ü</em></strong><strong><em>badeleyle ilgili her metnin </em></strong><strong><em>ö</em></strong><strong><em>z</em></strong><strong><em>ü</em></strong><strong><em> aynı:<br />
“Yerinde do</em><em>ğ</em></strong><strong><em>up yabanda kocamak”<br />
iki yerde de yabancı olmak.</em></strong></p>
<p><strong>Ayşe Lahur Kırtunç</strong></p>
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		<title>Immigration (2002)</title>
		<link>http://devrimkadirbeyoglu.com/immigration</link>
		<comments>http://devrimkadirbeyoglu.com/immigration#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 11 May 2009 21:50:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Work]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/immigration.jpg"></a><a href="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/immigration1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-186" title="immigration1" src="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/immigration1.jpg" alt="immigration1" width="600" height="364" /></a></p>

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</div>


<p><em>Paper-clay, stainless steel desk, sound.</em></p>
<p><em>Dimensions:  Variable. Stainless Steel table  5&#8242; X 4&#8242; X 2&#8242;   (152 cm X 121 cm X 61 cm)<br />
</em></p>
<p>Seeking ways to stay in the United States after my studies, I started obsessively Xeroxing the&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/immigration.jpg"></a><a href="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/immigration1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-186" title="immigration1" src="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/immigration1.jpg" alt="immigration1" width="600" height="364" /></a></p>

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<p><em>Paper-clay, stainless steel desk, sound.</em></p>
<p><em>Dimensions:  Variable. Stainless Steel table  5&#8242; X 4&#8242; X 2&#8242;   (152 cm X 121 cm X 61 cm)<br />
</em></p>
<p>Seeking ways to stay in the United States after my studies, I started obsessively Xeroxing the same photograph from my American visa on countless legal size paper. Each one of these sheets were soaked in slip clay (liquid form of clay), dried and fired in the kiln. Clay coated pieces were then peeled from the air pockets, occurred due to the burnt paper in the middle, to reveal the image of my visa photograph imprinted on fragile thin sheets of clay.</p>
<p>Mimicking a customs gateway, this installation was complete by a continuous sound of passports being stamped.</p>
<p><object width="400" height="300" data="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=233636&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=01AAEA&amp;fullscreen=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=233636&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=01AAEA&amp;fullscreen=1" /></object></p>
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		<title>White Noise (2007)</title>
		<link>http://devrimkadirbeyoglu.com/white-noise</link>
		<comments>http://devrimkadirbeyoglu.com/white-noise#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 11 May 2009 19:34:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Curatorial]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><span class="style10"><em>Artists:<br />
</em><span class="title style1 style12"><span class="title style1 style15"><span class="title style1 style16"><a href="http://www.marykatemaher.com/">Mary Kate Maher</a>, <a href="http://www.merlophotography.com/">Dan Merlo</a>, <a href="http://www.chrisklapper.com/">Chris Klapper</a></span></span></span></span></p>
<p><span class="style10"></span><span class="style9"><span class="style10"><em>Curated by Devrim Kadirbeyoglu, exhibited at <a href="http://www.damstuhltrager.com/">Dam, Stuhltrager</a> in NY.<br />
</em></span></span></p>
<p class="style9">Creating the melody: the foreground world of extensive consumerism, deadly conspiracies and reckless violence.</p>
<p class="style9">We live in a world propelled by extensive consumerism where marketing tactics and&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="style10"><em>Artists:<br />
</em><span class="title style1 style12"><span class="title style1 style15"><span class="title style1 style16"><a href="http://www.marykatemaher.com/">Mary Kate Maher</a>, <a href="http://www.merlophotography.com/">Dan Merlo</a>, <a href="http://www.chrisklapper.com/">Chris Klapper</a></span></span></span></span></p>
<p><span class="style10"></span><span class="style9"><span class="style10"><em>Curated by Devrim Kadirbeyoglu, exhibited at <a href="http://www.damstuhltrager.com/">Dam, Stuhltrager</a> in NY.<br />
</em></span></span></p>
<p class="style9">Creating the melody: the foreground world of extensive consumerism, deadly conspiracies and reckless violence.</p>
<p class="style9">We live in a world propelled by extensive consumerism where marketing tactics and media bombard, humming under even the rarest of silent moments. Society’s omnipresent noise is a constant reminder of the man made world- a loud band of money, technology and war that never turns off the amps.</p>
<p class="style9">One can tune out&#8230; Turn to numbness&#8230; Even have amnesia, ignoring the chorus they know is building with familiar notes. Others conduct the paranoia and measure public anxiety. Still others are just frustrated and exhausted finding a way to overpower the relentless drone. Or one can just submit to listening. Symptoms of the times.</p>
<p class="style9">Inherently, society thrives on using all natural resources its able to get its hands on. Even a resource as abstract, boundless, sacred, simple and as seemingly plentiful as silence. All quiet moments to think end interrupted&#8230; WHITE NOISE.</p>
<p class="style9">
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</p>
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		<title>Pst&#8230; Pst&#8230; (2003)</title>
		<link>http://devrimkadirbeyoglu.com/pst-pst</link>
		<comments>http://devrimkadirbeyoglu.com/pst-pst#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 10 May 2009 21:52:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Work]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/pst7.jpg"></a><a href="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/pst8.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-179" title="pst8" src="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/pst8.jpg" alt="pst8" width="414" height="600" /></a></p>

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	</div>
	 	 	
	
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</div>


<p>Single channel video of a 5 second loop, motion sensors.</p>
<p>A woman, on the streets of any large city in Turkey, is surely to hear remarks of appreciation,<br />
occasionally favorable and once in a while disgraceful. Accustomed to the&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/pst7.jpg"></a><a href="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/pst8.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-179" title="pst8" src="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/pst8.jpg" alt="pst8" width="414" height="600" /></a></p>

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<p>Single channel video of a 5 second loop, motion sensors.</p>
<p>A woman, on the streets of any large city in Turkey, is surely to hear remarks of appreciation,<br />
occasionally favorable and once in a while disgraceful. Accustomed to the attention, I was<br />
astonished to observe peoples strange ways of avoiding any eye contact in the United States. I felt at<br />
home during my travels to Cuba, Havana, being a magnet of attention. Unlike my culture, women<br />
of Latin American societies would also express liking and possession through a simple sound<br />
made by the tongue and mouth ‘Pst’.</p>
<p>Sensor activated by gallery visitors, a video sculpture of a man with red lipstick, representing<br />
both female and male, would appear on a TV screen calling out ‘Pst. pst&#8230;’.</p>
<p><object width="400" height="300" data="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=233644&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=01AAEA&amp;fullscreen=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=233644&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=01AAEA&amp;fullscreen=1" /></object><br />
<a href="http://vimeo.com/233644">Pst Pst&#8230;</a> from <a href="http://vimeo.com/devrim">devrim kadirbeyoglu</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
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		<item>
		<title>One Is Better (2006)</title>
		<link>http://devrimkadirbeyoglu.com/one-is-better</link>
		<comments>http://devrimkadirbeyoglu.com/one-is-better#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 10 May 2009 20:05:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Curatorial]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://devrimkadirbeyoglu.com/?p=277</guid>
		<description><![CDATA[<p><span class="style9"><span class="style10"><em>Artists:<br />
Chris Abrams, <a href="http://www.barryanderson.com/">Barry Anderson</a>, <a href="http://www.andyanello.com/">Andy Anello</a>,<a href="http://www.vaughnbell.net/"> Vaughn Bell</a>, <a href="http://www.spacemedialabs.com/">Kevin H. Jones</a>, <a href="http://www.natelarson.com/">Nate Larson</a>, <a href="http://www.timmurdoch.com/">Tim Murdoch</a>, <a href="http://www.taraparsons.com/">Tara Parsons</a>, </em><span class="style11"><a href="http://www.chrisnau.com/">Chris Nau</a>, <a href="http://www.coreymichaelsmithson.com/">Corey Smithson</a></span></span></span></p>
<p><em>Curated by Devrim Kadirbeyoglu at <a href="http://www.damstuhltrager.com/">Dam, Stuhltrager</a> in NY.<br />
</em></p>
<p class="style9">Defining order and the process of creating arrangements is a bi-product of daily routine.&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="style9"><span class="style10"><em>Artists:<br />
Chris Abrams, <a href="http://www.barryanderson.com/">Barry Anderson</a>, <a href="http://www.andyanello.com/">Andy Anello</a>,<a href="http://www.vaughnbell.net/"> Vaughn Bell</a>, <a href="http://www.spacemedialabs.com/">Kevin H. Jones</a>, <a href="http://www.natelarson.com/">Nate Larson</a>, <a href="http://www.timmurdoch.com/">Tim Murdoch</a>, <a href="http://www.taraparsons.com/">Tara Parsons</a>, </em><span class="style11"><a href="http://www.chrisnau.com/">Chris Nau</a>, <a href="http://www.coreymichaelsmithson.com/">Corey Smithson</a></span></span></span></p>
<p><em>Curated by Devrim Kadirbeyoglu at <a href="http://www.damstuhltrager.com/">Dam, Stuhltrager</a> in NY.<br />
</em></p>
<p class="style9">Defining order and the process of creating arrangements is a bi-product of daily routine. For artists, cycles of creation and destruction in life can inspire work conceptually and aesthetically.</p>
<p class="style9">For the exhibit <em>&#8216;ONE IS BETTER&#8217;</em> artists explore repetition and pattern to redefine the notion of “multiples”. Contrasting mass production, each multiple is a series of related works revealing one whole picture of a complex system.</p>
<p class="style9">Photos by Turgan Savas.</p>
<p class="style9">
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</p>
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		<title>Unknown (2003)</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2009 17:25:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Work]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/unknown4.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-174" title="unknown4" src="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/unknown4.jpg" alt="unknown4" width="401" height="600" /></a></p>

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<p>Drywall, aluminum studs, door, motor, computer.</p>
<p>Dimensions: 24’ X 5’ X 5’   (730 cm X 153 cm X 153 cm)</p>
<p>A tower was constructed using drywall and aluminum studs. Concealed in the gallery space,<br />
perceived as a column, viewers were&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/unknown4.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-174" title="unknown4" src="http://devrimkadirbeyoglu.com/wp-content/uploads/2009/04/unknown4.jpg" alt="unknown4" width="401" height="600" /></a></p>

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<p>Drywall, aluminum studs, door, motor, computer.</p>
<p>Dimensions: 24’ X 5’ X 5’   (730 cm X 153 cm X 153 cm)</p>
<p>A tower was constructed using drywall and aluminum studs. Concealed in the gallery space,<br />
perceived as a column, viewers were soon intrigued to investigate the slamming sound coming<br />
from the inside of the structure. By entering into the tower through a narrow threshold,<br />
spectators found themselves looking up at a long vertical hallway. Confounded by the unusual spatial<br />
manipulation, they were then startled by the sound of the door at the top of the tower slamming loudly,<br />
leaving the space dark and even more claustrophobic than before.</p>
<p>Photographs taken by <a href="http://rrreby.bizland.com/">Rebecca Sitler</a>.</p>
<p><object width="400" height="300" data="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=235182&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=01AAEA&amp;fullscreen=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=235182&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=01AAEA&amp;fullscreen=1" /></object><br />
<a href="http://vimeo.com/235182">Un/known</a> from <a href="http://vimeo.com/devrim">devrim kadirbeyoglu</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://devrimkadirbeyoglu.com/unknown-2003/feed</wfw:commentRss>
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